Intervista video a Francesca Michielin. La cantautrice ha presentato il suo nuovo album Magia Bianca (Columbia Records / Sony Music Italy), a tre anni di distanza da Cani sciolti. Un concept album che intreccia dungeon synth, Medioevo, streghe e musica dei videogiochi, e che segna una fase nuova e dichiaratamente libera del suo percorso. Ne abbiamo parlato con lei ai nostri microfoni: l’assenza di timore nell’andare controcorrente, gli “spettri” che aleggiano nei brani, la voglia di non inseguire più le mode e una riflessione lucida sullo stato di salute dell’industria musicale.
Francesca Michielin Intervista video
Si parte da cosa è successo in questi anni di pausa discografica.
“Sono successe un sacco di cose, anche spiacevoli, che hanno riguardato la mia salute, ma sono felice che siano successe, perché quando ti capitano cose così forti metti molto in discussione come stai vivendo la tua vita. Sono passati tre anni da Cani sciolti e i miei trent’anni sono stati molto intensi, pieni di cambiamenti. Quando ho fatto l’Arena di Verona è scattato qualcosa: arrivavo da anni in cui andavo in studio malvolentieri, perché sentivo di doverlo fare, come un soldatino. Poi mi sono detta: i miei doveri da giovane popstar precoce li ho fatti, adesso mi voglio divertire sul serio.”
Francesca Michielin e “Magia Bianca”: il Medioevo, le streghe e il dungeon synth
Da dove nasce l’idea di un concept album sul Medioevo?
“Dopo l’Arena volevo andare in vacanza, e invece è arrivata un’ispirazione fortissima, una cosa che non mi capitava da tanto. Volevo fare un concept, parlare di streghe, mettere dentro il Medioevo, gli anni ’80, la musica dei videogiochi con cui sono cresciuta. Facevo fatica a far capire alle persone intorno a me che disco volevo fare, perché non aveva reference precise. Credo che quando fai pop, nel 2026, devi fare un lavoro di sintesi: non puoi prendere una reference e copiarla, è già stato fatto. Quindi mi sono chiesta come creare un suono identificativo che non avessi mai fatto e che non fosse mai stato fatto in Italia in questo modo. C’è stata tantissima ricerca, anche con un filologo. Per la prima volta ho lavorato con Rocco Rampino, specializzato in dungeon synth, un genere quasi sconosciuto e non pop: una musica strumentale, usata per i videogiochi e per atmosfere ambient, che abbiamo provato a mettere dentro il pop. Ho rispolverato la mia Korg M1 e ho usato persino il clavicembalo, cercando di renderlo pop e radiofonico.”
“Non me ne frega niente”: la scelta di andare controcorrente
Sembra che tu sia andata completamente controcorrente rispetto alla direzione della musica di oggi. Hai paura?
“Non me ne frega niente, scusate. Non so cosa mi sia successo, ma a me non interessa più. Cito Elisa, che nel 2019, a una cena con Dardust mentre scrivevamo per il mio album, mi disse una cosa: nella vita, come artista, puoi scegliere di fare musica con la magia bianca o con la magia nera. La magia nera è fare il compitino, il brano che non svirgola, stare nel seminato perché se ne esci potenzialmente non verrai streammato, non riempirai i concerti, non passerai in radio. Oppure puoi scegliere di prenderti dei rischi per fare quella cosa in più. Io ho sempre sognato di fare un pop con un intreccio di cose più complesso. Mi rendo conto che chi ascolta questa musica dica che sono andata fuori di testa, e mi ha fatto bene. Spero che con questo disco le persone si sentano più coraggiose e libere, anche perché, tranne una traccia, sono tutte canzoni ballabili.”
Lo stato di salute della musica: “Dopo la pandemia è cambiato tutto”
Willie Peyote ha detto che siamo tutti d’accordo nel pensare che al momento le cose non vadano bene per nessuno, a livello psicologico. Condividi?
“Sì, condivido. Psicologicamente non è un momento di grande serenità per gli artisti, ci sono tanti giovani che stanno male e si prendono pause giustissime. Se avessi iniziato adesso, con sedici anni, non penso ce l’avrei fatta, perché la pressione è fortissima. C’è un’ossessione strana per i numeri: a volte è come se il pubblico si comportasse come dei discografici, e i miei discografici non mi mettono le paranoie che a volte mi mette il pubblico. Quella spensieratezza che ho provato facendo un album come 2640 è un po’ svanita. È come se, insieme al Covid, si fosse inserito un virus anche nell’industria.”
Quindi è la pandemia il momento in cui è cambiato tutto?
“Secondo me sì. Dalla pandemia in poi fare musica è diventato qualcosa di diverso, come se ci fosse del tempo da recuperare in fretta. Prima c’era quasi una gara a essere originali, a portare quella cosa che puoi dire solo tu, ad avere la tua cifra stilistica. Adesso è più rassicurante stare dentro un tracciato, perché è un momento storico di grande inquietudine. Però alla fine vince chi esce dal tracciato. Storicamente ci ricordiamo gli artisti che a un certo punto hanno fatto qualcosa di totalmente fuori dallo schema: Battiato, Kate Bush, Peter Gabriel. Continuo a riguardarmi il live dei Genesis al Bataclan, Musical Box, in cui Peter Gabriel a un certo punto esce e risale sul palco vestito da donna con una maschera da volpe. Dici: perché? Però è una cosa iconica, e senza paura.”
I live tra costumi, maschere e cultura camp
Hai intenzione di fare qualcosa del genere nei tuoi live?
“In realtà sì, ieri sera ho fatto un concerto con le orecchie da elfo. Questo progetto è ispirato esteticamente alla cultura camp, all’essere esagerati e fuori dagli schemi come senso di libertà estrema. Dal vivo lo portiamo in più formazioni, con una ricerca forte su costumi, scene e make-up. In teatro ci sarà il finimondo, vi prometto effetti speciali.”
Il Medioevo come specchio del presente
Dal punto di vista testuale il Medioevo diventa anche uno specchio del presente.
“Non c’è stata una scintilla, ma una consapevolezza graduale. Avevo un podcast, e una puntata mai uscita si chiedeva se sia giusto parlare del Medioevo come epoca oscura. Sento sempre più spesso, anche al supermercato, frasi come ‘sembra di essere tornati nel Medioevo’. In realtà rivedo oggi, soprattutto sui social, certi atteggiamenti: la caccia alle streghe, i roghi digitali, il trovare il prossimo da mettere al rogo. Così ho pensato di fare un album sul Medioevo non solo come epoca oscura che riviviamo, ma recuperando anche il Medioevo ideale e fantasy di streghe, dame, cavalieri e draghi, diventato virale persino nei meme. Il Medioevo come specchio della nostra anima, che ancora sogna di vivere in un castello e andare via da Milano. Abbiamo tutti bisogno di evasione, ma l’evasione fine a se stessa non ha senso: così ho giocato con i suoni e i concetti del Medioevo mettendoci dentro anche una critica alla società di oggi.”
C’è una figura reale di quell’epoca che porteresti nel mondo di oggi?
“Sarebbe bello avere Dante qui, poterci parlare e scrivere dei pezzi. E sarebbe bello parlare con le figure mistiche di allora, penso a Hildegarda di Bingen, queste donne mistiche che avevano visioni ed erano un tutt’uno con ciò in cui credevano. Avevano un amore profondo per la natura, si curavano con le erbe, c’era rispetto per il sapere tramandato tra donne, e tutto il concetto di sabba, di stagionalità, di festa comunitaria che oggi abbiamo perso. Non è un caso che in un momento storico così cupo escano brani come Lux di Rosalía: c’è il bisogno di tornare a una spiritualità che si è perduta.”
Gli “spettri” di “Magia Bianca”: da Caparezza a La Rappresentante di Lista
C’è un brano che hai impiegato più tempo a metabolizzare?
“Lita. È un brano creato insieme a David Kosten, produttore di Bat for Lashes e Marina. Io e Caput siamo andati a Londra durante l’Epifania a scrivere con lui, con l’ansia di incontrare un nostro mito. È il brano che più di tutti esce dagli schemi. A Londra è stato liberatorio, perché la gente fa musica in un modo completamente diverso. Quel pezzo non aveva nemmeno un timing, è nato senza BPM, registrando su una tastiera giocattolo poi campionata. È stato un grande gioco di sottrazione: pochi suoni ma giusti, perché i suoni compressi e distrutti non ci piacciono. È il brano con cui ho affrontato tutti gli ultimi preconcetti che avevo nel fare musica, e adesso mi sono liberata completamente.”
In questo album non ci sono featuring veri e propri, ma delle presenze. Ce le racconti?
“Non ci sono feat, ma degli spettri, presenze che aleggiano nei brani. In Strega comanda c’è Caparezza che cita il suo stesso Sogno eretico. C’è Patrizia Laquidara che fa la voce dell’anguana, c’è Angelica che fa i cori di 1484, c’è Veronica della Rappresentante di Lista in Infernal Girl e c’è Cenere, con cui ho scritto Magia bianca magia nera, che fa una sorta di spettro che aleggia nella canzone.”
Una nuova fase, insomma, vissuta con leggerezza e senza paura. Quello che Francesca Michielin chiama, a ragione, un piccolo Rinascimento personale, oltre che musicale.
Foto di Laura Salerno.











