2 Marzo 2026
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2 Marzo 2026

Sanremo 2026, bilancio finale: Bianca Balti, i “festini bilaterali” e il potere del linguaggio

Cosa resta di questo festival, cosa si potrebbe cambiare.

Sanremo 2026 bilancio finale tra canzoni, meme e parole chiave
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Quest’anno Sanremo me lo sono vista dal mio divano, in solitaria. Niente Sanremo “fuori”, niente chiacchiere rubate al bar, niente clima da città in modalità rito collettivo. Solo tv, inquadrature, ritmo… solo parole.

E forse proprio per questo, perché non ero immersa nel contorno, la mia attenzione si è focalizzata moltissimo sul linguaggio. Su come certe frasi venivano dette, su cosa diventava slogan, su cosa si ripeteva fino a svuotarsi, su cosa invece, all’improvviso, bucava lo schermo e ti costringeva a restare lì.

Perché quando ti manca il “fuori”, ti resta la macchina: la narrazione, le cornici, le parole che il Festival decide di produrre.

E allora mi è tornata addosso una convinzione che per me non è mai neutra: Sanremo non è solo un programma. È un generatore di lingua. E quando genera lingua, genera relazione. E quando genera relazione… genera politica, nel senso più puro del termine.

Io amo molto la narrazione, tessere i fili di un discorso. E proprio per questo, quando mi dicono “io non parlo di politica”, mi si attiva un cortocircuito. Perché la politica, nel suo termine più puro, non è una concezione partitica: “cos’è la destra cos’è la sinistra” lo diceva Gaber molto meglio di me.

La politica è la nostra postura nel mondo (grazie Levante per avermi sbloccato questa parola): è ciò che scegliamo ogni giorno, anche nelle cose piccole. Un vestito, un prodotto, una dieta, una città, uno Stato. Tutto ciò che facciamo è politica e spesso ce ne dimentichiamo.

E allora come faccio a non vedere politica in Sanremo, che è il rito nazionale per eccellenza? Anche perché Sanremo crea parole che diventano memoria comune: l’anno scorso “decrescendo”, il “parlare in corsivo”di Rkomi, la poesia di Lucio Corsi ve li ricorderete sicuramente.

Quest’anno, tra i meme di Sanremo 2026, uno su tutti è diventato un vero motore narrativo: Elettra Lamborghini e i “festini bilaterali”. In italiano non significa nulla, e proprio per questo significa tutto: è una formula assurda, che ti fa sorridere, e ti ritrovi a ripeterla perché crea complicità.

Ecco: il Festival funziona quando una parola accende una relazione. Ma cosa succede quando quella relazione si costruisce su parole generiche, o peggio su parole che includono alcuni e allontanano altri?

Bianca Balti a Sanremo 2026: il dolore detto bene, senza retorica

Qui per me sta uno dei punti più alti dell’edizione e sì, è un punto che spiega perché “Bianca Balti Sanremo 2026” è in trend: perché non è stata una comparsata, ma un pezzo di linguaggio vero.

In conferenza stampa le fanno una domanda semplice e tremenda: pensa mai a quando tutto andava benissimo? Quando era felice e non aveva quella paura addosso? E Bianca Balti risponde con una parola che la tv di solito evita: lutto. Il lutto della donna che era e che non ci sarà più. Il lutto della spensieratezza che “non tornerà mai più”. E poi dice una cosa che mi ha colpito come uno schiaffo educato: quando ricrescono i capelli, tutti pensano “adesso stai bene”, e invece “inizia il periodo più difficile”.

Bianca Balti a Sanremo 2026 in conferenza stampa ha parlato del “lutto” della donna che era prima della malattia, spiegando che dopo la chemioterapia arriva spesso la fase più difficile da elaborare.

Questa non è retorica, non è “forza e coraggio”. È precisione. E la precisione crea relazione: ti fa capire, non ti fa solo annuire.

Canzoni di Sanremo 2026: quando i testi provano a essere più specifici del Festival

E adesso le canzoni di Sanremo 2026, perché Sanremo dovrebbe mettere al centro le canzoni. E anche qui: non è vero che sia mancata del tutto la profondità. Il punto è che spesso la cornice del Festival tende a rendere tutto “buono”, quindi generico, quindi meno incisivo.

Tra i testi “impegnati” (per impegnati intendo che cercano un confronto critico con la società) io ci metto Sayf e Nayt, e ci aggiungo anche Dargen ed Ermal Meta: in modo diverso hanno provato a portare parole meno decorative.

Ermal, poi, con la frase detta dopo la prima esibizione

“I bambini dovrebbero fare rumore non silenzio” funziona perché non predica, mostra.

Ti obbliga a vedere qualcosa.

E allora mi chiedo: se alcune canzoni di Sanremo 2026 cercano complessità e spigolo, perché la macchina narrativa del Festival a volte preferisce la frase jolly, quella che va bene per tutti?

Festival cristiano (senza polemica): valori, ritualità, “per sempre”

Io questo Sanremo lo definirei “festival cristiano”, ma non come etichetta identitaria. Come lente: promessa, consolazione, ritualità, “per sempre”.

La vittoria di Sal Da Vinci, che non giudico sul gusto personale (Sanremo è specchio dell’Italia, non del mio Spotify), per me racconta questo: un bisogno di appiglio, di forma, di rito.

Il punto però non è Sal Da Vinci. Io non credo che lui “metta d’accordo tutti” con consapevolezza ideologica: è il suo mondo, costruito con fatica e probabilmente non c’è calcolo.

La mia preoccupazione nasce dopo, quando quel linguaggio viene preso e trasformato in bandiera.

E il post di Simone Pillon, per me, è la conferma perfetta di questo rischio: parla di “porcherie ideologiche”, di “sostituzione etnica della famiglia” e celebra la canzone come omaggio alla “famiglia (una sola, come natura crea)” e “benedetta da Dio”. A quel punto non stiamo più parlando di una canzone: stiamo parlando di un uso politico del simbolo, che restringe, divide, esclude.

Ecco perché dico che il problema non è il cristianesimo in sé: è il filtro. Quando il linguaggio si addolcisce troppo per essere universalmente consolatorio, diventa anche facilmente appropriabile. E oggi la genericità non è neutra: è una scelta editoriale che include alcuni e lascia fuori altri.

E se Sanremo non crea un confronto intelligente, un conflitto sano non le polemiche inutili il confronto arriva lo stesso: solo che lo costruisce qualcun altro, spesso nel modo peggiore.

Quando la musica basta: Crans-Montana e Achille Lauro

Se devo scegliere i momenti più riusciti, scelgo quelli in cui Sanremo smette di spiegarti cosa devi provare e lascia parlare la musica.

Il tributo alla tragedia di Crans-Montana è stato potente perché non aveva bisogno di didascalie. E Achille Lauro con Perdutamente ha funzionato proprio perché non ricattava l’emozione: tu avevi già quell’immagine in testa, non serviva altro.

E soprattutto: se avessero portato sul palco la madre, sarebbe stata pornografia del dolore. Invece lì ha parlato la musica. E io ripartirei sempre da qui.

Pace, consenso, inclusione: parole che dovrebbero unire e invece evaporano

Prendiamo “pace”. Parola perfetta per essere applaudita da chiunque. Ma se la pace la dici in modo così generico da diventare “Miss Italia cosa ti auguri?”, allora non è un messaggio: è un suono rassicurante. Mi riferisco al momento Heal the world con Laura Pausini e il coro dell’Antoniano. Bellissima immagine ma avrei preferito il bellissimo racconto che ha fatto Laura Pausini in conferenza stampa sul come è nato quel momento.

Le canzoni dovrebbero dare un messaggio e per la pace noi l’abbiamo fatto utilizzando una canzone che in questo momento viene cantata dai monaci tibetani che si stanno facendo a piedi vari paesi americani per raccontare la fratellanza con la canzone ‘Heal The World. Mia figlia dopo la canzone mi ha scritto che è orgogliosa perché ho parlato della pace. Non me lo dice tutti i giorni e ho pensato che lei rappresenti molti bambini, ragazzi e giovani. Non l’ho trovato superficiale, si parla dell’uso delle armi

Benissimo, bellissima immagine. Però qui per me scattano due problemi. Con Crans-Montana funzionava perché il riferimento era condiviso: ce l’avevamo tutti in testa, e Carlo Conti l’ha pure nominato prima. Era lo stesso codice, lo stesso immaginario, quindi la musica poteva permettersi di essere essenziale.

Qui invece quel codice non c’era: nessun riferimento esplicito, nessuna chiave d’accesso. E in più il testo è in inglese, quindi l’impatto non è immediato per una platea generalista. Poi certo: possiamo (e forse dovremmo) essere più curiosi, cercare, informarci. Ma la semplicità funziona davvero quando stiamo usando lo stesso linguaggio e gli stessi rimandi. Altrimenti non è essenzialità: è lasciare fuori chi non ha già la mappa.

Prendiamo “se una donna dice no è no”. Frase giusta. Ma se diventa un post-it tra una gag e l’altra, senza cornice e senza contesto, rischia di evaporare. E nel vuoto, nel “lo diciamo e passiamo oltre”, chi ci guadagna? Chi ha interesse a minimizzare.

E poi c’è la disabilità: lì, per me, la relazione si è spezzata ma già dallo scorso anno. Perché parole come “speciali” e formule tipo “sono come te” non includono: tranquillizzano chi guarda e allontanano chi vive.

E non lo dico solo io. Iacopo Melio lo scrive chiarissimo: “Poi magari un giorno Sanremo imparerà anche a ospitare (meglio ancora, a far partecipare) artiste e artisti con disabilità senza chiamarli ‘speciali’ ma soltanto ‘artisti’…” e quel giorno, aggiunge, “purtroppo, non è stato nemmeno oggi”.

Morena Manfreda rifiuta il pacchetto pietistico: “Io queste cose le detesto” la scritta “Sono come te”, l’etichetta “ragazzi speciali” perché “la disabilità non è una scenografia motivazionale” e “inclusione è quando quella persona lavora… quando non viene trattata come un simbolo”.

Valentina Tomirotti (Pepitosa) va al punto con una frase che dovrebbe restare appesa in regia: “la felicità non è inclusione”. E rincara: il problema è che la disabilità entra “come parentesi emotiva”, “mai competenza. Mai autonomia vera. Mai potere”. Perché una persona competente “sposta gli equilibri” e quindi “chiede spazio, chiede cachet, chiede rispetto”.

E Nessuno è Escluso ODV chiama le cose col loro nome: “trionfo dell’inspiration porn” e “abilismo culturale”. Quella maglietta “io sono come te”, scrivono, “non ha nessun senso”: “non siamo uguali ma dovremmo avere la stessa dignità, gli stessi diritti e le stesse opportunità”.

Sanremo deve essere divisivo (nel modo giusto)

E qui arrivo al punto che per me dovrebbe emergere sul finale: Sanremo deve essere divisivo. Non nel senso delle polemiche inutili. Nel senso di creare conflitto sano, dialettica, attrito. Uno sguardo critico che ti costringe a prendere posizione, non solo a consumare “momenti”.

Perché se Sanremo non disturba mai, se non crea mai un vero confronto, di cosa stiamo parlando? Del nulla. Ed è un’impressione che ho percepito anche nelle chat di discussione di cui faccio parte: la sensazione che quest’anno si sia camminato spesso sul terreno più innocuo possibile, quello dove tutti possono annuire senza rischi.

E qui c’è una cosa pratica e gigantesca: tutto dipende da chi inviti su quel palco, dai cantanti agli ospiti. Invitare qualcuno è già una scelta narrativa. Per questo, per esempio, Pucci sarebbe stato giustamente divisivo: non per “fare casino”, ma perché avrebbe costretto il Festival a far emergere certe problematiche.

E io quel tipo di attrito lo voglio, perché è vitale. La relazione non nasce dall’unanimità: nasce dal confronto (sano).

Scaletta e pagelle: cosa cerchiamo su Google (e perché abbiamo così bisogno di controllo?)

Ultima riflessione, a margine ma non troppo: cosa cercano davvero le persone online durante il Festival? Scaletta Sanremo e pagelle sono tra le cose che attirano di più e noi facciamo bene a scriverle, è servizio e lavoro.

Però mi resta una domanda: non è anche un bisogno enorme di controllo? Sapere a che ora escono i cantanti ti tiene “sintonizzato”, certo. Ma allora che fine fa l’attesa? Che fine fa l’effetto sorpresa?

Forse questo digitale e questa mania di sapere tutto prima raccontano qualcosa di noi: vogliamo giudicare in tempo reale, archiviare, mettere stelle, prepararci la reazione.

E allora mi chiedo se, come comunità che racconta Sanremo, non dovremmo prendere posizione anche su questo: non per fare i nostalgici, ma per difendere lo stupore. Perché un rito, se diventa solo un foglio di calcolo, perde la sua parte più umana.

In conferenza stampa si è parlato di “officina linguistica” per il prossimo anno, di lavorare insieme, di costruire un lessico condiviso. Bene. Però io ormai alle parole ci credo solo quando diventano struttura: nomi coinvolti, competenze, tempi, scelte editoriali. Altrimenti restano… parole parole.

E qui arrivo a Stefano De Martino. È inevitabile che porti un cambiamento, per forza di cose: per come sta in scena, per come costruisce ritmo e narrazione nei suoi programmi, per quel modo di stare nel pop senza fare finta che sia una cosa minore. Io, lo ammetto, uno spiraglio lo intravedo. Ma non voglio illudermi e non voglio tifare a prescindere: preferisco aspettare l’anno prossimo e vedere se cambia davvero la cosa che conta di più.

Non il look del Festival, non i siparietti, non le pacche sulle spalle. Il linguaggio. Le parole che includono e quelle che escludono.

Il coraggio di invitare persone che creano confronto vero, conflitto sano, attrito fertile.

Alla fine io non sto chiedendo un Sanremo perfetto.

Sto chiedendo un Sanremo consapevole del suo potere: crea linguaggio, crea relazione. E se crea relazione, deve avere il coraggio di creare anche conflitto sano. Altrimenti restano solo i led, i meme… e un sacco di parole che passano senza lasciare traccia.

A proposito di parole che restano qui tutti gli articoli che abbiamo scritto durante il festival con gli approfondimenti.