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Nina Zilli e Dadà a SPOT | IL PODCAST: “Sei troppo brava, troppo bella, un po’ stai sul ca**o”

Nell'intervista rifiuti da parte di produttori, provini mandati su Instagram che diventano contratti e band sciolte.

Nina Zilli e Dadà ospiti di SPOT Il Podcast con Michele Monina
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Nina Zilli e Dadà sono state ospiti insieme di SPOT – Il Podcast, il programma di Michele Monina e Massimiliano Longo registrato dal vivo allo Spot Music Fest di Bareggio, davanti al pubblico dei giovani artisti del festival.

In questa puntata la conduzione è affidata al solo Monina, e il tema che tiene insieme le due ospiti è uno: quanto costa, in discografia, decidere di non farsi cambiare.

“Sei troppo brava, troppo bella, un po’ stai sul cazzo”

La frase che apre la puntata Nina Zilli se la sentì dire da un suo manager, che pure descrive come bravissimo. Non era un attacco personale, precisa: era il modo in cui ragionava un certo tipo di discografia, con i cervelli avvitati in una direzione sola. La sua risposta è stata scegliere l’indipendenza, con la consapevolezza che la libertà ha un prezzo, ma che quel prezzo si paga volentieri quando puoi scrivere quello che canti e arrangiarlo esattamente come vuoi.

La band sciolta il giorno di “50mila”

Uno degli aneddoti più divertenti riguarda la fine di Chiara e gli Scuri, la band con cui Nina Zilli, allora ancora Chiara, aveva macinato chilometri in furgone. Portò in sala prove una canzone nuova, il chitarrista non trovava l’accordo e le disse che il pezzo faceva schifo. Lei se ne andò e sciolse il gruppo. Quella canzone era 50nila, che il giorno dopo andò a registrare insieme a L’inferno e Bacio da Dio: i primi tre singoli del suo EP per Universal.

Il produttore che rifiutò di produrla

Quel materiale arrivò a Carlo U. Rossi, produttore che Nina Zilli conosceva solo per averne letto il nome sul retro dei dischi italiani che comprava. La sua risposta fu inattesa: questa ragazza ha fatto tutto da sola, disse, io non devo produrre questo disco, la mandate qui, canta e io mixo. E si fece pagare a giornata, seicento euro al giorno, quando per un album prendeva cifre incomparabilmente più alte.

Sul resto, racconta, ha pesato anche la fortuna: era pronta, con otto canzoni già scritte, nel momento esatto in cui è arrivata Amy Winehouse e quel tipo di sonorità è tornato al centro. Senza quel tempismo, ammette, avrebbero continuato a dirle che era matta.

Dadà, dal caffè in studio alla scrittura per altri

Il percorso di Dadà parte da tutt’altro punto. Viene dalla chitarra classica e da studi che definisce pettinati, poi lasciati perché ci stava stretta. Racconta per la prima volta che agli inizi portava il caffè in uno studio di registrazione: una notte in cui un brano non usciva e c’era aria pesante, bussò alla porta e qualcuno le chiese se sapesse scrivere canzoni. Rispose di sì, e da lì cominciò a scrivere, per anni come ghostwriter, senza firmare quello che produceva per altri.

Il contatto con la discografia arriva invece da una porta in faccia. Durante una sfuriata le dissero che quelle cose, semmai, avrebbe dovuto sentirle Big Fish. Lei, che non sapeva nemmeno chi fosse, lo cercò su Instagram in una notte storta e gli mandò un provino. Big Fish le rispose dicendo di non aver mai sentito un’identità sonora contaminata in quel modo, e una settimana dopo la firmò.

Il decennio senza corpo femminile nel pop italiano

Monina porta il discorso su un periodo preciso, quello che va dalla metà degli anni Duemila alla fine degli anni Dieci, in cui nel pop italiano il corpo delle donne semplicemente non esisteva: artiste appiattite su jeans e maglietta, senza un immaginario proprio, mentre l’unica rappresentazione femminile circolante era quella, spesso sessista, dei testi rap.

Nina Zilli racconta le discussioni sui suoi capelli prima di Sanremo, con i discografici che le chiedevano se fosse sicura di presentarsi così. E arriva al passaggio più duro: quello che definisce uno stupro artistico, quando un discografico le fece cantare una canzone orrenda scritta da altri con un produttore che non aveva scelto. Da lì la decisione che nessuno avrebbe più toccato la sua musica.

La maschera come amplificatore

Dadà affronta lo stesso tema per sottrazione. Nei suoi progetti, dalla Smorfiosa costruita sulla smorfia napoletana al lavoro sulle fiabe, indossa abiti sformati e maschere, così che non si capisca dove finisce il suo corpo. La maschera, dice, viene sempre letta come uno scudo, mentre per lei è un amplificatore di quello che ha già dentro. Con un paradosso che ha verificato di persona: anche vestita da capo a piedi con drappeggi ottocenteschi, è stata comunque sessualizzata.

I consigli a chi comincia

In chiusura, l’indicazione a chi vuole fare musica. Dadà, che ha insegnato ai bambini per sette anni e mezzo, punta sulle imperfezioni: sono quelle da notare, curare e validare, perché spesso è lì che sta la voce di ciascuno. Nina Zilli aggiunge il fattore tempo, con l’esempio più concreto possibile: la sua prima canzone l’ha scritta a undici anni, 50.000 baci a venticinque. In mezzo, tanta gavetta e una buona dose di tintura di iodio, perché le ginocchia te le spezzano comunque.