Dino Stewart, managing director di BMG Italia, è stato ospite di SPOT – Il Podcast, il programma che Michele Monina e Massimiliano Longo registrano dal vivo allo Spot Music Fest di Bareggio. Una conversazione sul mestiere meno raccontato della musica, quello di chi i dischi non li canta ma li costruisce, dai provini rifiutati che diventano successi alla scelta di proteggere il catalogo di un’artista come Ornella Vanoni.
Stewart ha attraversato trent’anni di discografia partendo da ragazzo di provincia, cresciuto sul lago di Como, che ordinava in edicola riviste di settore introvabili. Promoter radio a ventuno anni, poi il passaggio in Sony, in EMI, il ruolo di artist and repertoire, fino alla doppia veste attuale in BMG, che è insieme casa discografica ed editore musicale. Due lavori diversi, racconta, con soddisfazioni diverse: il successo discografico e quello editoriale si godono in modi che non si somigliano.
La crisi della discografia raccontata da chi l’ha vista arrivare
Quando Stewart è entrato nell’ambiente, nel 1996, già si parlava di crisi del settore, anche se nessuno immaginava la portata di quello che sarebbe successo di lì a pochi anni. Il ricordo più nitido riguarda l’arrivo di Napster e la reazione del mondo discografico: chi provava a spiegare che il file sharing avrebbe cambiato tutto veniva deriso. In quegli anni, dice, in alcune etichette nemmeno tutti avevano un computer o una connessione a internet, e questo rendeva difficile cogliere cosa stava per accadere. Lo streaming è arrivato dopo come risposta a quella crepa, ma resta aperto il dubbio su quale tipo di crepa abbia aperto a sua volta.
Il fisico prima dello streaming: un lusso costoso
Uno dei tratti che caratterizzano il lavoro di BMG sotto la sua guida è la scelta, applicata a diversi progetti, di far uscire prima il disco fisico e solo a distanza di tempo portare la musica sulle piattaforme. Una strada percorsa con artisti come Niccolò Fabi e Fabrizio Moro, dove ha senso valorizzare quel formato prima di arrivare allo streaming.
Stewart porta l’esempio di un disco di Alice Cantabatti, rimasto tre mesi nei negozi prima dell’uscita in digitale: circa diecimila copie fisiche vendute, un risultato importante per un’artista fuori dal mainstream. Il punto, spiega, è andare a cercare un pubblico che con Spotify ha poca o nessuna familiarità, perché non tutta l’Italia è Milano, dove si dà per scontato di avere tutto e di essere aggiornati sull’ultima novità. Parlando da provinciale, ricorda quanto fosse difficile, ai tempi, trovare in edicola fuori città riviste come Rolling Stone, che a Milano sembravano invece la normalità.
Definirlo un lusso, ammette, è corretto: poter guardare la musica come musica e non solo come numeri è un privilegio. Ma è un lusso costoso, non in termini economici, quanto di energie. Lavorare con un roster che richiede attenzione costante significa esserci sempre, e l’impegno non cambia in base alla dimensione dell’artista: piccolo o grande, l’energia richiesta è la stessa. La possibilità di avere una linea editoriale riconoscibile, dentro una multinazionale che chiede comunque risultati, è il vero lusso di cui parla.
Francesco Gabbani e la storia di “Amen”
Il disco che Stewart indica come primo segnale della nuova BMG, ormai dieci anni fa, è legato a una proposta editoriale: Francesco Gabbani. Lo ricorda arrivare per la prima volta in ufficio in moto da Carrara, con il casco in mano, al punto da chiedersi perché un tipo così non facesse il cantante. In realtà Gabbani aveva già alle spalle una lunga carriera fatta di gruppi e progetti, e stava per pubblicare il suo primo disco. Tra i brani nuovi c’era Amen.
Gabbani, racconta Stewart, era reduce da molti tentativi e considerava quella la sua ultima occasione per Sanremo Giovani, tanto da dire che se non avesse funzionato sarebbe tornato a fare il contadino. Il brano, prima di prendere quella strada, venne proposto in ambito editoriale ad altri artisti, che lo lasciarono andare. La fortuna, ammette Stewart, fu proprio quella: Amen rimase a Gabbani e lo portò sul palco di Sanremo, aprendo la strada a tutto quello che sarebbe arrivato dopo, a partire da Occidentali’s Karma l’anno successivo.
Il brano per Ornella Vanoni, nato per distrazione
Diventato artista a tutti gli effetti, Gabbani ha continuato a scrivere anche per altri, da Mina a Ornella Vanoni. Proprio il brano per Ornella ha una storia particolare. Nel periodo successivo a Occidentali’s Karma, con la pressione di dover bissare quel successo e un singolo che non aveva funzionato come sperato, Stewart racconta di aver proposto a Gabbani di scrivere qualcosa per Ornella, anche per distrarlo da quel momento complicato.
Gabbani tornò con un provino dalla struttura anomala, strofa e ritornello senza special, e proprio così, rimasto sostanzialmente invariato, quel brano è diventato la canzone. Stewart si dice contento che un’artista di quel calibro abbia potuto avere, alla sua età, un pezzo che considera degno dei suoi grandi classici.
Il catalogo di Ornella e la scelta di non pubblicare tutto
Dopo la scomparsa di Ornella Vanoni, Stewart ha dichiarato che non sarebbe mai uscito un suo brano inedito che non fosse degno della sua produzione. Una posizione rara in un mercato dove, quando un’artista viene a mancare, si tende a pubblicare qualsiasi materiale disponibile. Una linea, conferma, finora mantenuta: BMG non ha ancora fatto uscire nulla, anche se nel corso dell’anno potrebbero arrivare delle novità.
La regola, spiega, nasce anche dal modo di lavorare di Ornella stessa, descritta con affetto come una testona che non si lasciava convincere a provinare nulla di cui non fosse pienamente convinta. Quando registrava un provino era perché quel pezzo lo voleva fare davvero. Nei sei anni di collaborazione con BMG questo è stato il criterio di fondo.
Paola Turci e il ritorno costruito con calma
In chiusura, Stewart accenna al nuovo progetto di Paola Turci, che torna con un album dopo sette anni. La scelta di annunciarlo con largo anticipo, con il disco previsto in autunno, è dichiaratamente fuori dagli schemi: serve a far capire al pubblico, con il tempo necessario, che l’artista è tornata. Il fatto che i network radiofonici non passino ancora il singolo, osserva, conferma la teoria di un lavoro che va costruito passo dopo passo, senza fretta. A contare, più di tutto, è l’energia e la voglia di esserci di chi torna in gioco. Anche questo, conclude, fa parte di quel lusso di cui parlava: poter lavorare con i tempi giusti.











