Le Bambole di Pezza, la prima band composta da sole donne arrivata sul palco dell’Ariston in 76 edizioni del Festival di Sanremo, sono state ospiti di SPOT – Il Podcast, il programma che Michele Monina e Massimiliano Longo registrano dal vivo allo Spot Music Fest di Bareggio. A rappresentare il gruppo, davanti al microfono, Dani e Kaj, per una conversazione che parte dal mestiere e arriva a un tema più largo: cosa significa essere riconosciute come musiciste, e non solo come interpreti.
Bambole di Pezza:”Allora è vero, sei una musicista”
Essere arrivate a Sanremo, raccontano, ha cambiato soprattutto la percezione del loro lavoro. Quando coroni un evento così importante per l’Italia, ti senti finalmente riconosciuta nella professione di musicista, qualcosa che non è scontato in un Paese dove chi fa musica si sente spesso chiedere quale sia il “lavoro vero”. Kaj lo racconta con ironia attraverso la propria famiglia: viene da una famiglia di scienziati, ha provato a percorrere altre strade, da architettura agli studi di musicologia, prima di dedicarsi al basso e alla produzione. È stato grazie a una diretta da Sanremo che i parenti hanno capito che fare la musicista era davvero il suo mestiere.
Il punto, sottolineano entrambe, è che in Italia Sanremo resta quasi l’unico veicolo per guadagnare facendo musica pop con un progetto di scrittura originale. Da qui anche la riflessione sull’assenza di un vero sindacato dei musicisti: un tentativo era nato durante il periodo del Covid, per tutelare anche le maestranze del live, ma è durato poco, proprio finché i palchi sono rimasti spenti.
Le origini e la scelta di una band tutta al femminile
Dani, nella band fin dagli inizi, racconta come la formazione sia nata e si sia trasformata nel tempo, fino alle Bambole di Pezza attuali, scegliendo musiciste con percorsi precisi. La scelta di una formazione interamente femminile arriva dall’immaginario delle Riot Grrrl degli anni Novanta, le band parallele al filone grunge che portavano sul palco un’idea di musica fatta di riscatto e libertà, contro il sistema. Un immaginario a cui il nome stesso del gruppo rimanda, e a cui le Bambole si sono sempre tenute fedeli.
Il valore, spiegano, è quello della sorellanza, di un gruppo di amiche e compagne con obiettivi comuni, capace di reggere anche le difficoltà e i caratteri che a volte prendono fuoco. Un percorso fatto a tappe, dall’aprire i concerti di band iconiche fino al palco dell’Ariston, perché nella musica nessuno regala niente e ogni traguardo è frutto di lavoro personale e di band.
Lo squilibrio dell’industria e i numeri
Il cuore della conversazione è lo squilibrio di genere nella musica. La donna, nella discografia italiana, è stata storicamente l’interprete, la cantante di canzoni scritte da altri, prevalentemente uomini. Chi ricopre un altro ruolo, autrice o musicista, spesso non viene presa sul serio. Una band al femminile, osservano, ha ancora un valore di attrazione quasi circense, suona esotico, mentre una band maschile non desta alcuno stupore.
A pesare sono i dati: non si raggiunge mai nemmeno il 20 per cento di presenza femminile nei ruoli apicali, nelle classifiche e nelle pubblicazioni del mainstream, e in 76 edizioni del Festival non si è ancora vista una direttrice artistica donna. Una tendenza in controtendenza rispetto al resto del mondo, dove le classifiche internazionali raccontano una presenza femminile molto più alta. Alla tesi delle “poche proposte” più volte ripetuta da chi guida il Festival, le Bambole rispondono che di progetti femminili ne esistono molti, e che il vero nodo è quanti di questi vengano cercati e pubblicati.
Bambole di Pezza: Sanremo e il timore di “essersi vendute”
Andare a Sanremo, per una band dall’estetica punk, è stata una scelta che qualcuno ha letto come un cedimento al mainstream. Le Bambole rivendicano invece di esserci andate a testa alta, con un brano sì più moderato nelle sonorità, ma senza tradirsi. Il loro zoccolo duro, raccontano, è fatto di outsider, di chi non si sente rappresentato da un mercato basato su modelli rigidi, e si riconosce in un’estetica solida, al punto che ai loro concerti il pubblico ancora fa il pogo. La diversità diventa così un valore, e la band una sorta di famiglia.
Il passaggio sul palco dell’Ariston resta comunque un ricordo prezioso, soprattutto per l’esperienza di suonare per la prima volta con un’orchestra completa, con un arrangiamento rock scritto apposta per loro.
Il consiglio a chi vuole iniziare
Alle ragazze che vogliono provare a fare musica, Dani e Kai lasciano un invito che arriva dalla cultura punk: il passo più difficile è quello dallo zero all’uno, il cominciare. Si può suonare senza saper suonare e imparare mentre lo si fa, accettando che all’inizio i risultati possano non essere all’altezza. Kai aggiunge il valore dell’autonomia, anche tecnica, dal basso alla produzione con strumenti come Ableton Live, per non dipendere da nessuno e imporre la propria visione. Perché, ricordano, l’immaginario va cambiato dalla scuola in poi: quello per cui alla bambina si tende a dare il microfono e al bambino la chitarra o la batteria.
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