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Sanremo 2026. Premio Testo&ConTesto. I testi migliori (e i peggiori) del Festival di Sanremo 2026

Il nostro Prof di latino, Davide Misiano, ritorna con la sua rubrica e premia per noi i testi del Festival di Sanremo 2026.

di Davide Misiano · 

Sanremo 2026 l’analisi dei testi delle canzoni. Ritorna il PREMIO TESTO&ConTESTO assegnato ogni anno dal Prof di latino, Davide Misiano, ai tre brani migliori e ai tre peggiori del Festival di Sanremo 2026 in fatto di scrittura dei testi. A lui la parola.

Cari lettori di All Music Italia, ho deciso di riaffacciarmi su questa testata proprio in occasione del Festival di Sanremo. Negli anni mi sono occupato dell’analisi dei testi della canzone pop, convinto che essa sia, nelle sue variegate espressioni, rivelatrice delle dinamiche con cui si evolve il linguaggio poetico e non.

È vero, di poetico c’è ben poco nella proposta artistica di questa settantaseiesima edizione. Ma anche l’osservazione di una deriva può aiutarci a comprendere cosa sia cambiato in noi e nel nostro modo di rappresentare il mondo.

Anche quando il Festival disturba, sollecitando in noi reazioni più o meno veementi, ci costringe a valutare di cosa siamo capaci o incapaci. Una sorta di ‘festino bilaterale’: ci lamentiamo, come Elettra, di quei rumori che non ci fanno dormire; il giorno dopo li accusiamo di averci resi ‘stonati’, quando invece, come Elettra, siamo geneticamente stonati.

Quindi, se dovessi muovermi tra acide esegesi e soggettive elucubrazioni, siate bonari e lasciatemi divertire. In fondo, “Se bastasse una sola canzone per vivere un attimo / eternamente sarei condannato a una folle bugia”, scrivono i nostri poeti decadenti (o decaduti) LDA e AKA 7EVEN, frase che non significa niente ma che voglio rubare in mia difesa. Se l’avete perdonata a loro, siete costretti ad accettarla anche da me.

Tra serio e faceto, assegnerò il premio della nostra rubrica ai tre testi più interessanti (Premio Testo) e ai tre testi più disarmanti e contestabili di questa edizione (Premio Con-Testo).

Premetto, tuttavia, che quest’anno si registra una medietà sonnolenta: non quel ‘giusto mezzo’ così amato dagli antichi, ma quella mediocrità negligente, che non rischia, replica schemi già noti per assicurarsi un ascolto, induce l’anima al torpore. La stessa medietà che abbiamo riscontrato nella conduzione: niente di brutto, niente di bello. Niente di niente.

SANREMO 2026 TESTI: FRASI DA RICORDARE O DA DIMENTICARE

Allora procediamo, ma iniziamo con l’assegnare dei riconoscimenti speciali alle frasi delle canzoni che più si sono distinte, nel bene e nel male: le frasi CRINGE, che ci hanno ferito; le frasi COOL, che ci hanno elevato (un poco!).

Non c’è più bianco né nero
Ma l’arcobaleno più grande che c’è
C’è l’arcobaleno qui dentro di me
(Magica Favola)

In una canzone stantia, che si muove tra armonie Disney e melodie da operetta, troviamo i versi più banali di questo Sanremo: la voce straordinaria di Arisa, che con La notte ci ha regalato uno scandaglio della complessità della solitudine umana, si ritrova qui a celebrare gli arcobaleni della felicità, con rime e metafore da Melevisione. Persino i Me contro te avrebbero fatto di meglio. CRINGE


Voglio disinnamorarmi
E non è rimasto niente
Solo una scheggia di noi due
(Ti penso sempre)

La canzone di Chiello, sebbene eseguita con una vocalità decisamente incerta, è quella più narrativa del Festival: ha una sintassi lineare che ci permette di rintracciare una storia, non scade in quegli accumuli insensati di immagini che rendono barocche le altre canzoni. La piccola contraddizione interiore espressa da questa frase è chiara e ci appartiene: se resta una scheggia non è vero che non resta niente. C’è ancora un residuo, piccolo ma tagliente. Un residuo che è ancora amore da cui proteggersi. L’immagine non è nuova, ma ben sviluppata metricamente e retoricamente. COOL


E noi con gli occhi amarena
(…)
Tu lo sai che i baci sono come le ciliegie.
(…)
Non hai fame sì però poi ti viene
(Voilà)

In questo ritorno coraggioso, Elettra Lamborghini canta la storia di una dieta dolorosa a base di frutta. CRINGE, anzi NO CHIC NO HARD


Il tempo vola maledetto
veloce come un pizzicotto
(Ogni volta che non so volare)

Forse Nigiotti non riusciva a trovare una rima adatta e si è lasciato attrarre dalla consonanza maledeTTo/pizzicoTTo. Ma ne è venuta fuori una similitudine che è un “dito nella piaga”. Che fastidio! CRINGE


Che cosa credi?
Credo che la felicità
Ce la prendiamo e basta
Ma se abbiamo sete, abbiamo fame o siamo soli
La colpa non è nostra, non siamo dei coglioni
(La felicità e basta)

Un onesto slogan etico, il più onesto del Festival. Darei a Maria Antonietta e Colombre tanti cuoricini, ma in passato non hanno portato fortuna. COOL


Noi bambini che
pensano a ridere
con dentro sogni giganti
E ci addormentiamo qui davanti a un film
Non sai quante volte
Penso domani ce ne andiamo via
Ma quanto è bella la follia?
(Le cose che non sai di me)

Cara Mara Sattei, anche la sintassi sarebbe cosa bella e buona. Ma anche LEI è fuggita a gambe levate. CRINGE


Ancora due grida di dolore mi siano concesse, non riesco del tutto a smettere i panni da prof.

Il primo è rivolto a Fedez, che nell’esecuzione della parte rap, dice:
La gente pùdica giudica.

Ma in realtà pudìca è una parola piana (con l’accento sulla penultima). E non credo che questo “male” fosse proprio “necessario”.


Più lacerante la ferita inferta all’italiano in Ora e per sempre: “Adesso è un eco lontano”.

Raf mio, si dice: “Adesso è un’eco lontana” (eco è sostantivo femminile, derivato per antonomasia dal nome di una ninfa del mito classico, Eco). E certe cose da te “le pretendo”.

SANREMO 2026: PREMIO “CONTESTO” (AL PEGGIOR TESTO)

III POSTO: SAMURAI JAY, Ossessione

L’ossessione, purtroppo, non è solo il tema del brano. È l’ostinazione con cui Samurai Jay usa le sue spade contro la lingua italiana. Il lavoro di mescidanza linguistica sa un po’ di rap di bassa maniera, un po’ di reggaeton: ci spostiamo da questo “maledetto feeling” ad “Andale andale”, da “Marò che pena” a “Bailando contigo asì”, da una “noche de sexo” a “devo correre correre correre correre”.

Lui lo definisce l’inno degli ambiziosi, di coloro che sono animati dalla sana ossessione di voler crescere. Ma la prima cosa a crescere dovrebbe essere il vocabolario.

II POSTO: LDA E AKA 7EVEN, POESIE CLANDESTINE

Lo so, è la canzone che ascolteremo e balleremo almeno fino a gennaio dell’anno prossimo. L’indubbia musicalità e la radiofonia evidente non alleggeriscono il giudizio di valore sul testo, che appare, ancora una volta, la riprova dell’indisposizione dei due artisti ad affrontare l’attività di scrittura in maniera meno infantile.

Questo testo sembra nato con le migliori intenzioni: dire tutto, dire tanto, dire “profondo” (basti pensare all’incipit di cui abbiamo parlato sopra). Amore, dolore, catarsi, colpa, cura, malinconia, sogno, sangue, casa, metropoli, mare, Napoli sotterranea: ogni verso aggiunge un’immagine, ma nessuna ha il tempo di depositarsi. Possiamo ballare tutto e non capire niente.

Un caos di parole, di gerghi, di metafore, di registri. Arrivi alla fine e ti chiedi perché le poesie siano “clandestine” e perché “questa musica sale nel sangue carnale”. E soprattutto ti chiedi cosa sia questo “sangue carnale” (faccio già adesso mea culpa qualora fosse un’espressione di area regionale a me ignota, ma qui è tutto un casino!).
È tutto ipertrofico: più che una canzone, un grande bouquet di frasi da finale, dove l’emozione è continuamente evocata ma raramente pensata.

I POSTO: EDDIE BROCK, AVVOLTOI

Non è solo debolissimo sul piano linguistico, ma è moralmente fastidioso. La donna che sbaglia dietro bastardi avvoltoi che la usano: primo cliché. L’amico, in realtà innamorato, che le resta accanto per proteggerla dai cattivi che le fanno del male: secondo cliché. Il peggio arriva quando si sente tutto il fare giudicante del maschio:

E resti solo dentro un letto da rifare
Perché è più facile per te farti spogliare
Che spogliarti il cuore

Brutta questa descrizione dell’incapacità femminile (“E ci caschi ancora e ancora”), brutta l’ambientazione, brutte le immagini associate all’esperienza sentimentale, ora troppo usurate ora troppo grottesche (“Mi mordo la lingua fino a sanguinare”).

SANREMO 2026: PREMIO “TESTO” (PER IL MIGLIOR TESTO)

III POSTO: FULMINACCI, STUPIDA SFORTUNA

Nonostante, sin dal primo ascolto, io abbia trovato l’incipit un po’ barocco (“Ti troverò dentro una foto / sotto l’acqua mentre nuoto”), rintraccio nel testo di Fulminacci un bel racconto urbano dell’incertezza contemporanea, semplice ma non banale.

Non è una delle sue prove migliori in termini di scrittura, ma è una buona prova in termini di fusione tra il livello testuale e il livello musicale. È una scrittura che funziona per accumulo, capace di trasformare piccoli smarrimenti quotidiani (le chiavi di casa, la corsa, il restare indietro) in segnali di una fragilità più profonda.

La ripetizione (“stupida stupida stupida sfortuna”, “gelida gelida gelida paura”) non è un riempitivo, ma una figura coerente con il tema: il pensiero che ritorna, l’ansia che insiste.

Il nostro Fulminacci si lascia sempre ascoltare. E le radio, stavolta, potrebbero spingerlo più del solito.

II POSTO: ANGELICA BOVE, MATTONE

Vi ho già parlato della mia difficoltà a rintracciare nei testi di quest’anno un vero spessore letterario. Per questo ho preferito premiare una canzone che ha corso su un binario diverso: Mattone, di Angelica Bove, seconda classificata nella categoria dei giovani.
Il brano mi è sembrato ben più profondo di quelli proposti dai big ed è stato valorizzato da una voce sublime, altamente evocativa.

L’ha detto il dottore che mi devo abituare
A stare male in modo normale
Come tutte le altre persone
A stare male in modo normale

Basta questa frase per sentire l’intensità del testo: la normalizzazione del malessere si fa centro semantico della canzone. Una canzone che racconta il disagio senza estetizzarlo, e proprio per questo risulta credibile.

Mattone è un canto sull’imparare a stare più che sull’imparare a guarire: stare nelle relazioni che non funzionano del tutto, stare nella confusione, stare in una tristezza che non fa rumore.

I POSTO: LEVANTE, SEI TU

Ignorata dalla critica e sottovalutata dal pubblico, Sei tu è davvero una canzone. Una canzone d’amore, certo, ma almeno scritta bene. E non convengo affatto con i colleghi che hanno accusato Levante di banalità.

Questo testo racconta l’innamoramento come un fatto fisico prima ancora che emotivo: l’amore non è uno stato d’animo, ma una condizione che prende corpo, lo attraversa e lo disorienta. Il sentimento si fa materia — gambe che cedono, respiro che manca, voce che si perde — e il corpo diventa l’unico linguaggio possibile per dire ciò che non può essere spiegato. Qui l’amore non viene pensato, ma incarnato. E finalmente i sensi diventano sentimenti.
La climax emotiva si snoda in questi bellissimi versi:

È così ci si innamora…
Fare spazio dove posto non si trova.
Ah, se potessi vederti coi miei occhi
Lacrimeresti tutto il mio stupore.
Ah, se potessi vestire la mia pelle
Vibrare del mio suono,
Sapresti perché non ho mai trovato il modo
Per spiegare che cos’è l’amore
Per me.

E, invece, Levante un modo lo ha trovato per spiegarci l’amore: “Fare spazio dove posto non si trova”. L’amore è ridefinire i confini di sé stessi, canta la nostra poetessa siciliana con una voce vibrante e delicata insieme.

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