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Claudio Trotta a SPOT | IL PODCAST: “Mai così ricca, mai così orribile: la musica di oggi”

Dagli esordi nelle radio libere alla nascita di Barley Arts, la storia dei concerti in Italia.

Claudio Trotta ospite di SPOT Il Podcast con Michele Monina
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Claudio Trotta è stato ospite di SPOT – Il Podcast, il programma di Michele Monina e Massimiliano Longo registrato dal vivo allo Spot Music Fest di Bareggio, davanti al pubblico dei giovani artisti del festival. In questa puntata la conduzione è affidata al solo Monina, e l’ospite è uno dei più importanti promoter italiani, fondatore di Barley Arts, un uomo che il mondo dei concerti in Italia lo ha in gran parte costruito. La sua apertura è di quelle che restano.

“Il momento più ricco, e artisticamente il più orribile”

La puntata si apre con un giudizio netto sul presente. Da un punto di vista commerciale, dice Trotta, questo è probabilmente uno dei momenti più ricchi nella storia della popular music. Da un punto di vista artistico, è il più orribile che quella stessa storia abbia mai vissuto. Una contraddizione che fa da cornice a tutto il racconto che segue.

Una famiglia d’arte

Trotta viene da una famiglia dove l’arte era di casa. Il nonno era impresario d’opera e violino alla Scala, la nonna soprano nello stesso teatro, la mamma contorsionista con un nome d’arte, e altri parenti tra musica e spettacolo. Lui, scherza, non sa neanche suonare il campanello, ma la passione per la musica gliela ha trasmessa soprattutto la madre, grande ascoltatrice.

Le radio libere e la musica tradizionale

La formazione arriva sul campo, negli anni Settanta, tra le migliaia di radio libere di quel periodo. Trotta racconta di aver mollato un lavoro pagato per andare a lavorare gratis in una radio d’informazione, e di considerare ancora oggi quella una delle esperienze più straordinarie della sua vita. Da lì una convinzione che ripete con forza: il lavoro non è sopravvivenza né soltanto un modo per portare a casa dei soldi, ma indipendenza intellettuale, economica e dell’animo. Il lavoro è passione.

In quegli stessi anni coltiva l’amore per la musica tradizionale italiana, una ricchezza che va dalla Val d’Aosta alla Sicilia passando per la Sardegna. Ricorda di aver fatto ascoltare musica sarda a Frank Zappa, che ne uscì letteralmente entusiasta.

Il primo concerto e la nascita di Barley Arts

I primi concerti li organizza per una radio, in periferia, quando i biglietti costavano mille lire e c’era chi li contestava perché troppo cari. Non c’erano telefonini né biglietteria elettronica, si lavorava con il telex. Il primo lo mise su in piazza, con un’orchestra di dilettanti, convinto di una cosa che ripete ancora: la periferia non esiste, è solo un centro diverso.

Nel 1979 fonda Barley Arts, con il primo tour di John Martyn, e da lì organizza migliaia di concerti. I suoi riferimenti erano due: Bill Graham, il più grande organizzatore di sempre, legato alla scena californiana, e Franco Mamone, colui che di fatto ha messo a sistema lo spettacolo dal vivo in Italia, dai service audio e luci ai palchi, e che portò per primo grandi nomi negli stadi.

Perché un artista italiano fatica a essere credibile nel rock

Su questo Trotta ha una posizione che sa essere scomoda. La storia del rock e del pop in Italia è recente, perché non l’abbiamo inventato noi, l’abbiamo importato, e questo per lui è una specie di peccato originale. Salva alcuni nomi, da Luigi Tenco a Enzo Jannacci, da Giorgio Gaber al primo Celentano, ma sostiene che gran parte di quel che è venuto dopo sia stata una copia della copia.

Anticipare le tendenze

Definirsi solo promoter, dice, è limitativo, perché in tutti questi anni ha creato cose dal nulla, anticipando praticamente ogni tendenza. Rivendica di aver portato il primo grande concerto rap importante, con 50 Cent al Forum, e i primi tour importanti di gruppi metal. Il motore, spiega, è una curiosità infantile che non lo ha mai abbandonato, il fanciullino di Pascoli ancora vivo dentro.

L’amore per il mestiere, raccontato attraverso i cani

Quando Monina gli chiede dell’impegno etico che ha messo nel provare a tenere la barra dritta in un mondo fatto anche di ombre, Trotta risponde parlando dei suoi tre cani, di cui dice di essere non il padrone ma l’amico umano. Amare, per lui, non è un impegno ma una necessità, e vale per le persone come per il lavoro, per le idee, per quello che si vuole provare a cambiare.

Da qui l’affondo finale: c’è chi ce l’ha dentro questa cosa e chi fa finta, e fare finta è diventato un mestiere, tra cantanti, politici e personalità varie. Avere visioni, immaginare un mondo migliore, non è un impegno: l’impegno, semmai, è il contrario, concentrarsi solo su carriera, like, conto in banca e potere. Racconta infine di stare scrivendo un libro ambientato in paradiso, un tributo alle tante persone che non ci sono più e che ha amato.

L’episodio è disponibile anche su Spotify, insieme a tutte le altre puntate di SPOT – Il Podcast.

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