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Andrea Vittori a SPOT | IL PODCAST: “Non si va in radio pagando, servono altre cose”

Dall'errore di conteggio che eliminò Gabbani a Sanremo 2016 al mito della radio a pagamento.

Andrea Vittori ospite di SPOT Il Podcast con Michele Monina e Massimiliano Longo
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Andrea Vittori è stato ospite di SPOT – Il Podcast, il programma che Michele Monina e Massimiliano Longo registrano dal vivo allo Spot Music Fest di Bareggio, davanti al pubblico dei giovani artisti del festival. Fondatore di MA9 Promotion, plugger radiofonico e manager, tra gli altri, di Francesco Gabbani, Vittori è uno che il meccanismo della musica italiana lo conosce dal di dentro. Compresa la notte in cui quel meccanismo si è inceppato in diretta televisiva.

Sanremo 2016, la notte in cui Gabbani fu eliminato per errore

È l’aneddoto che Monina gli chiede di raccontare, definendolo una delle notti più difficili che possa vivere un promoter. Sanremo 2016, categoria Giovani, Gabbani in gara con Amen e in sfida diretta con Miele. In sala stampa i meccanismi di voto non funzionano, il conteggio è sbagliato, e in diretta viene annunciata l’eliminazione di Gabbani.

Quella sera, racconta Vittori, il suo team fece parecchio rumore dietro le quinte per riportare quella che considerava giustizia, perché dietro un artista che arriva a Sanremo c’è una quantità di lavoro enorme. L’errore venne riconosciuto in diretta nazionale, si rivotò, e Gabbani passò. La sera dopo vinse tra i Giovani, l’anno successivo vinse tra i Big con Occidentali’s Karma: l’unica volta nella storia del Festival che questo accade.

Gabbani, aggiunge, glielo riconosce ancora oggi: senza quella notte, probabilmente non farebbe l’artista.

Andrea Vittori: “Non si va in radio pagando”

Sul suo mestiere principale, quello di plugger radiofonico, Vittori smonta subito una delle credenze più diffuse: in radio non si entra pagando. Servono altre cose, a partire da una musica che abbia caratteristiche adatte a quel tipo di programmazione.

Il suo metodo lo definisce controcorrente: ha sempre lavorato in sottrazione, prendendo poche cose, per non presentarsi agli interlocutori con quello che chiama il carrello della spesa, cioè sette uscite da piazzare tutte nella stessa settimana. La credibilità personale, spiega, si trasferisce poi agli artisti che rappresenta.

Perché gli emergenti fanno così fatica a entrare in radio

Alla domanda di Longo sulla difficoltà degli emergenti, Vittori dà una risposta di sistema. Le radio hanno spazio limitato per la musica italiana, un network può programmare una quindicina di brani, e in quello spazio ci sono già i nomi grossi. È difficile che qualcuno rinunci a Cesare Cremonini o Tiziano Ferro per uno sconosciuto.

La strada che indica sono le radio regionali, che stanno acquisendo sempre più peso specifico e garantiscono visibilità e punteggio. Finché i network non capiranno che dare spazio ai giovani è anche il modo per riavvicinarli alla radio.

“La discografia arriva sempre un po’ dopo”

Il ragionamento più ampio riguarda i cicli. Vittori dice di aver visto la discografia trovarsi impreparata a ogni cambio di sistema di potere: prima MTV, poi le radio, poi lo streaming. Cambiano gli interlocutori, ma l’errore resta lo stesso, cioè inseguire quello che conta adesso senza riuscire a leggere il presente mentre accade.

Aggiunge un dato di attualità: lo streaming ha iniziato a calare. Non è ancora chiaro se a vantaggio di qualcos’altro, forse TikTok, o semplicemente in calo.

Ghali, gli scarti laterali e la cultura che si fa dall’alto

Su come nascono i cambiamenti di gusto, Vittori ha una posizione netta: la cultura non si fa solo dal basso, si fa anche dall’alto, perché quello che viene proposto è quello che poi diventa popolare.

Gli esempi che porta sono due momenti di rottura a Sanremo: Occidentali’s Karma di Gabbani nel 2017, che portò sul palco qualcosa di inedito, e Soldi di Mahmood, che rese mainstream l’urban. E poi racconta di quando lavorava con Ghali agli inizi: in radio era considerato un alieno, prima che Cara Italia aprisse la porta.

“Un artista lo devi costruire nel tempo”

Sul management, la sua idea è che l’artista vero non è quello che dura due o tre anni, ma quello che dopo vent’anni fa ancora questo lavoro in modo dignitoso. E che ci si arriva con scelte di rispetto verso il pubblico.

L’esempio che usa è Ultimo, con cui ha un rapporto stretto pur non essendone il manager. Al di là dei gusti personali, dice, ha avuto una grande idea: pensare solo al proprio pubblico. Non è mai sceso a compromessi e non ha rinnegato da dove viene, come quando l’estate scorsa è tornato a suonare al parchetto con quelli del suo quartiere. Il nome stesso, osserva, è un manifesto.

“Ci sono artisti più bravi a fare i discografici che gli artisti”

È la considerazione che Vittori dice di pronunciare per la prima volta pubblicamente, e che gli fa male. Oggi le cose che contano nella musica sono così tante e varie che la distanza tra chi fa il suo lavoro e l’artista si è ridotta al minimo. Al punto che ci sono artisti che sarebbero ottimi professionisti del marketing.

Il traguardo, dice, sarebbe tornare a far sì che quello che conta sia la musica. Sa che è un’ambizione utopica, ma è la ragione per cui fa questo mestiere.

Il fiuto contro l’algoritmo, e l’elogio della noia

Nel finale Longo sottopone a Vittori una domanda generata dall’intelligenza artificiale, che risponde anche al posto suo: quella notte, gli chiede, avresti scommesso contro un algoritmo che ti diceva il contrario? La risposta della macchina è una resa: io so dirti cosa ha funzionato, lui sa sentire cosa funzionerà, e sentire prima non l’ho ancora imparato.

Vittori chiude con due considerazioni. La prima è l’elogio dell’imperfezione, perché si sbaglia ed è giusto così. La seconda è quella che dà il titolo alla puntata: la creatività e l’arte si formano anche nella noia, e quello che lo spaventa oggi è proprio la mancanza di noia, in un tempo in cui siamo costantemente connessi ed eccitati da informazioni. Da bambini, ricorda, quando non si sapeva cosa fare si giocava con le molliche di pane.

L’episodio è disponibile anche su Spotify, insieme a tutte le altre puntate di SPOT – Il Podcast.