La quinta puntata di Canzonissima 2026 porta sul palco di Rai 1 la serata “La canzone che avrei voluto scrivere”: dodici artisti alle prese con i brani della storia della musica italiana che avrebbero desiderato firmare. Se non le avete lette, qui trovate le pagelle della prima puntata, della seconda, della terza e della quarta.
Nota: i voti esprimono una valutazione sul connubio canzone + interprete, non sull’artista in senso assoluto.
MALIKA AYANE – Nel blu dipinto di blu
Cantare un brano che ha fatto il giro del mondo e che chiunque conosce a memoria è una di quelle sfide che non finisce mai bene a metà. Malika stavolta ci esce bene. L’arrangiamento la valorizza – cosa che nelle ultime settimane non era affatto scontata, con esibizioni in cui sembrava spesso scollata da quello che suonava intorno. Il ritornello non esplode come dovrebbe, e qualche virtuosismo di troppo appesantisce. Ma la serata è buona.
Voto: 7,5
MICHELE BRAVI – I migliori anni della nostra vita
Un brano di un’intensità struggente e, al tempo stesso, di una serenità che mette in pace con se stessi. Una canzone che non si riesce a non immaginare con la voce di Renato Zero: è talmente sua che qualsiasi rilettura parte già in salita. Michele la affronta bene, da ottimo interprete quale è, scegliendo la via dell’intimità piuttosto che della potenza. Ne consegna una versione più dolce, teatrale, raccolta – ma togliendo quella parte più commovente che è il cuore del brano. Quando l’orchestra si apre e il ritornello richiederebbe un appoggio vocale solido, la voce mostra qualche fragilità. Una sua versione, riconoscibile e rispettosa.
Voto: 6,5
IRENE GRANDI – Albachiara
Con Vasco Rossi, Irene Grandi ha un rapporto che va oltre la semplice cover: lui le ha scritto due dei suoi brani più iconici, La tua ragazza sempre e Prima di partire per un lungo viaggio. Questo palco, in teoria, è casa sua. Eppure Albachiara non è il terreno su cui la ritroviamo al meglio. Nella prima parte, dove il brano richiederebbe intimità e quella delicatezza quasi voyeuristica dell’originale, risulta meno intensa del solito. Nella parte ritmica, invece di trovare una sua strada, finisce per scimmiottare il blaso di Vasco senza aggiungerci nulla di suo. Di sicuro ha fatto meglio su altri brani.
Voto: 6
FAUSTO LEALI – La valigia dell’attore
La voce di Fausto Leali non si discute. Il problema è che qui si tocca il principe dei cantautori italiani, e con De Gregori non funziona la logica della potenza vocale: funziona quella dell’interpretazione, del peso delle parole, della distanza narrativa. Leali non cerca di imitarlo – e fa bene – ma porta il brano nel suo territorio, quello del soul, trasformando una ballata malinconica in qualcosa di più teatrale e drammatico. L’aderenza biografica c’è: uno che quella valigia l’ha portata davvero per decenni è credibile quando la canta. La delicatezza poetica del testo si perde, le parole vengono a volte masticate in stile soul e la nitidezza che De Gregori pretende dai suoi brani non arriva. Su questo tipo di repertorio, dove l’interpretazione conta più della voce precisa, preferiamo De Gregori.
Voto: 7
VITTORIO GRIGOLO – Perderei l’amore
Vocalmente, a Grigolo non si può dire nulla. Il tenore è lì, potente e preciso, e il pubblico in sala lo capisce benissimo: la standing ovation arriva puntuale. Sentire una voce del genere a pochi metri fa il suo effetto. Il problema è che Perderei l’amore è un brano che vive di fragilità, di quella crepa umana che Ranieri sapeva aprire con una semplicità disarmante. Il vibrato da tenore, qui, crea distanza invece di avvicinarti. Tecnicamente impeccabile, emotivamente un passo indietro rispetto all’originale.
Voto: 7
RICCARDO COCCIANTE – Il cielo è una stanza
Quando Cocciante canta, è solo lui e la musica. Il pubblico smette di essere pubblico e diventa estensione di quello che succede sul palco: si crea una bolla impossibile da rompere. Il cielo è una stanza non è un brano che si esegue, è un brano che si abita, e lui lo sa meglio di chiunque altro. C’è qualcosa di malinconico nel guardarlo stasera: nel panorama musicale italiano di oggi, per come vanno le cose, un artista così non troverebbe spazio. E un possibile erede, probabilmente, nemmeno.
Voto: 9,5
JALISSE – Vacanze romane
Il confronto è tosto, perché Alessandra Drusian ha una vocalità meravigliosa e perfettamente adatta al brano. Il problema è che Vacanze romane è stato cucito su una voce eterea e fuori dal tempo come quella di Antonella Ruggiero, e quel tipo di magia non si replica. Jalisse canta bene, benissimo, ma non supera l’originale e non tenta nemmeno di portare il pezzo da un’altra parte. Il risultato è una buona esecuzione che resta però nell’ombra di chi quel brano lo ha reso immortale.
Voto: 7
ELETTRA LAMBORGHINI – Com’è bello far l’amore
Sulla carta sembrava la scelta giusta: un brano di Raffaella Carrà che ha energia, ritmo e un’anima pop che avrebbe dovuto essere il terreno ideale per Elettra Lamborghini. Invece l’esibizione risulta scolastica, priva di quella scarica elettrica che caratterizza i suoi brani. Il paradosso è tutto qui: sul palco di Canzonissima appare più trattenuta che mai, proprio lei. Il colpo di grazia arriva con l’attacco sbagliato di un ritornello che il pubblico conosce a memoria. Un’occasione sprecata ma lei, a fini televisivi, è necessaria. Eccome se lo è.
Voto: 4
ARISA – I giardini che nessuno sa
Arisa dedica il brano di Renato Zero ai suoi genitori, e già questo carica l’esibizione di un peso che alla fine la travolge. La prima strofa è incerta, con un momento di smarrimento evidente ripreso subito. Nel ritornello la voce esplode e ci ricorda quanto sia bella quando è appoggiata su canzoni vere. Poi arriva la seconda strofa e si ripete lo stesso schema: il testo scivola via più volte. Lei stessa a fine esibizione lo ammette. I cedimenti sono reali, non artefatti, e questo fa la differenza: non è impreparazione, è un brano che l’ha travolta. Sul palco di Canzonissima l’emozione non può essere una giustificazione tecnica, ma quando è così autentica, qualcosa vale.
Voto: 6,5
FABRIZIO MORO – Ma il cielo è sempre più blu
Ci sono cover che funzionano perché chi le canta non deve fare nessuno sforzo per entrarci dentro. Fabrizio Moro e Ma il cielo è sempre più blu sono uno di quei casi. Il brano di Rino Gaetano è una filastrocca di rabbia sociale, un elenco serrato di chi ce la fa e chi no, cantato con ironia beffarda. Moro non ci mette l’ironia: ci mette la rabbia diretta, e il risultato regge. Il timbro graffiato, la voce sporca, l’attitudine controcorrente – tutto quello che definisce il suo stile si adatta al brano senza forzature. Le strofe a ritmo serrato le tiene bene, il fiato non cede, e sul ritornello la voce si apre nel modo giusto. Non è un’esibizione di precisione, è un’esibizione di pancia. Ed è esattamente quello che il brano chiedeva.
Voto: 8,5
LEO GASSMANN – Un senso
Il problema di Leo Gassmann non è tecnico, è di identità. Cantare Un senso di Vasco Rossi significa misurarsi con un timbro inimitabile per definizione, e la scelta di provare a replicarlo – voce graffiata, vocal fry, postura curva sul microfono – produce esattamente l’effetto che ci si aspetta: una maschera riconoscibile ma vuota. Nelle strofe l’intonazione è precaria, il suono è forzato, il registro grave manca della cassa toracica che rende Vasco inconfondibile.
Il ritornello migliora, c’è più energia, ma non cambia la sostanza. Se chiudi gli occhi non sai chi sta cantando. E in ogni caso l’emozione non arriva. Il punto non è che Gassmann canti male: è che in questo programma, come nel suo percorso più in generale, non riesce ancora a trovare una dimensione che sia davvero sua.
Voto: 5
ENRICO RUGGERI – A muso duro
Nelle strofe c’è il racconto, e Enrico Ruggeri sa come farlo. A muso duro di Pierangelo Bertoli è un manifesto, un monologo di rabbia trattenuta, e Ruggeri lo recita più che cantarlo – con il fraseggio teatrale, le pause giuste, il peso sulle parole che contano. L’attitudine ribelle dei due si incontra in modo naturale, e in quei minuti iniziali l’esibizione ha senso. Poi arriva il ritornello, e qualcosa si perde. L’arrangiamento rock – chitarre distorte, batteria pesante – crea più confusione che energia, e la voce sotto sforzo sugli acuti non aiuta. Quello che dovrebbe essere il momento di sfogo diventa il momento meno convincente. L’impressione è che l’arrangiamento non sia stato costruito per valorizzare chi canta, ma per riempire il palco. Il risultato è un’esibizione a due velocità: la prima vale più della seconda.
Voto: 6
Il programma
Milly Carlucci ha dichiarato più volte che l’obiettivo di Canzonissima è riportare alle nuove generazioni grandi brani che forse non conoscono. È un’intenzione nobile, ma sconta un problema di fondo: il formato è costruito esattamente per chi quei brani li conosce già. Ritmo lento, giuria che si loda e si imbroda, struttura televisiva da manuale classico. I giovani che il programma vorrebbe raggiungere non stanno davanti a un televisore il sabato sera – e se ci stanno, guardano Amici, che almeno ha tensione e un pubblico costruito nel tempo. L’unica nota diversa viene da Riccardo Rossi, che ogni tanto prova a fare un po’ di storia, a contestualizzare i brani: il fatto che si noti è già una risposta su quanto sia rara la cosa. Canzonissima ha materiale buono su cui lavorare – alcune esibizioni di questa quinta puntata lo dimostrano – ma il contenitore non lo valorizza.
Voto: 4,5











