3 Luglio 2026
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3 Luglio 2026

Rancore a SPOT | IL PODCAST: “Ho preso un sacco di fregature dalla discografia”

perché aveva pensato di lasciare il suo nome, le fregature della discografia e i due mesi passati a dipingere mobili.

Il rapper Rancore ospite di SPOT - Il Podcast con Michele Monina e Massimiliano Longo
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Rancore è stato ospite di SPOT – Il Podcast, il programma che Michele Monina e Massimiliano Longo registrano dal vivo allo Spot Music Fest di Bareggio. Una conversazione lunga quasi un’ora, che parte dal significato del suo nome e arriva al mestiere di scrivere, al rapporto con la discografia e a una presa di posizione sul ruolo degli artisti.

LA VERSIONE VIDEO SARÀ ONLINE DALLE h18

Perché ha pensato di lasciare il nome Rancore

Con l’ultimo album Tarek da colorare, che porta il suo nome di battesimo, Rancore aveva pensato di abbandonare lo pseudonimo. Lo sentiva stretto, racconta: l’idea che il rancore nella musica servisse solo a esorcizzare il dolore non reggeva più. Poi ha cambiato idea. Nel tempo quel nome ha cambiato significato, e oggi il rancore gli appare come un’arma usata dalla comunicazione e dal potere per mettere le persone una contro l’altra. Continuare a chiamarsi così, dice, è un modo per sabotare quell’arma.

Il rancore, spiega, non è ancora odio. È l’attimo prima, quando puoi ancora scegliere se perdonare. Il verbo che gli si applica è “covare”, come per una vita che deve ancora arrivare. Da qui il legame che vede tra il rap e quella parola: entrambi nascono da chi si sente stretto nel mondo in cui sta e crea una rottura.

“Trasformare il piombo in oro”

Per Rancore raccontare i sentimenti negativi è un atto necessario. Mettere un peso in una stanza della testa, dargli un nome e trasformarlo in qualcosa di creativo è, secondo lui, l’operazione più alta possibile, una trasformazione del piombo in oro. Ha scelto il rap a tredici anni ascoltando Eminem, in un periodo in cui faceva skateboard. Due cose lo attiravano: il dinamismo e la rabbia. C’era anche un cortocircuito sui vestiti, racconta con ironia, perché un pantalone troppo costoso non gli sembrava compatibile con una vita fatta di skate e di libertà di movimento.

Il rapper che canta con la propria voce

Rancore fa parte dei rapper che non modificano il timbro quando passano dal parlato al cantato. Una scelta che, ammette, è stata del tutto istintiva: se ne è reso conto solo dopo anni, quando qualcuno glielo ha fatto notare. La sua lingua, intesa come linguaggio, l’ha trovata prendendo il coraggio di non seguire le regole della scena hip hop e costruendosi un mondo a parte, quello che chiama Oxenoverso. Da lì sono nati i primi brani diversi, da Lo spazzacamino a Il mio quartiere.

Un suo testo nei libri di scuola

Un brano di Rancore è finito in un libro di scuola. Su All Music Italia un professore di latino ha scritto che la sua è letteratura. Lui si sente più uno che ha preso in prestito la musica che uno scrittore prestato a essa. Il suo approccio parte dalla scrittura, con le regole musicali usate come argine per far scorrere il flusso. Sul tema della forma canzone come forma letteraria, cita il Nobel a Bob Dylan e la metrica che distingue la canzone dalla poesia.

“Ho preso un sacco di fregature”: il rapporto con la discografia

Sul rapporto con le case discografiche, Rancore è diretto. Nel 2026, dice, fare le cose in autoproduzione resta la strada migliore per lui, perché la sua musica è troppo personale perché altri ci mettano le mani. Ammette di aver firmato contratti a sfavore e di aver preso molte fregature, uno standard che spera finisca. Ricorda i discografici che gli consigliarono di lasciar perdere, in un periodo in cui non aveva la luce in casa e faceva i viaggi da Milano a Roma chiuso nel bagno del treno. Quelle parole feriscono, ammette, ma se ti fermano vuol dire che non eri abbastanza convinto.

Sulla scena rap, nota di essere spesso accorpato a un gruppo di artisti “colti” come Caparezza e Murubutu, e di venire a volte dimenticato quando si racconta il rap. Lo spiega con una questione di comunicazione: alcuni progetti hanno avuto un dominio comunicativo enorme, altri hanno mantenuto un atteggiamento più artistico e meno imprenditoriale.

I due mesi a dipingere mobili e la nascita di Tarek da colorare

Il disco Tarek da colorare nasce da un periodo in cui Rancore si era imposto di non scrivere e si era messo solo a restaurare mobili vecchi, recuperati dalla spazzatura, nello studio che aveva preso a Roma. Due mesi a dipingere dalla mattina, fino ai soprammobili. Alla fine l’unico elemento non colorato della stanza era lui, e da lì è nato il titolo del disco. I mobili, racconta, gli hanno insegnato la pazienza: come una mano di vernice ha bisogno di asciugare prima della successiva, così una canzone a volte va lasciata sedimentare prima di trovare la rima giusta.

De Gregori e il dovere di esporsi

In chiusura, una domanda sulle recenti dichiarazioni di Francesco De Gregori, secondo cui un artista non dovrebbe schierarsi. Rancore prende le distanze dalla polemica personale: di cosa pensi De Gregori, dice, non gli importa. Sul tema, però, ha una posizione netta. Per un artista che fa rap e si chiama Rancore, esporsi su un’ingiustizia è giusto. Rifiuta la parola “devono”, ma aggiunge che chi ha la sensibilità di farlo, secondo lui, lo deve fare. Se restasse zitto per paura del mercato o per pura razionalità, conclude, allora tanto varrebbe smettere di fare rap il giorno dopo.