Francesco Guccini è morto questa mattina a Pavana, il paese dell’Appennino tosco-emiliano dove è cresciuto e a cui è rimasto legato per tutta la vita. Il cantautore aveva 86 anni ed era circondato dalla moglie Raffaella, dalla figlia Teresa e dai familiari. La notizia è stata confermata da una nota della famiglia.
La famiglia ha scelto la stessa discrezione che Guccini aveva sempre chiesto per sé anche per l’ultimo saluto: “Nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata”, si legge nella nota, che chiede che il lutto sia vissuto “con affetto, discrezione e rispetto”. Una cerimonia commemorativa pubblica, per chi vorrà unirsi al ricordo, verrà organizzata a settembre.
Da Pavana a Bologna, gli anni della formazione
Nato a Modena il 14 giugno 1940, Guccini aveva trascorso l’infanzia proprio a Pavana durante la guerra, mentre il padre era prigioniero. Tornato a Modena nel dopoguerra, si era trasferito a Bologna nel 1960: la città che sarebbe diventata la sua base artistica e il centro di quella scena cantautorale che negli anni Sessanta e Settanta avrebbe cambiato la musica italiana, insieme a nomi come Lucio Dalla e Gianni Morandi.
I dischi e le canzoni entrate nel repertorio comune
Il debutto discografico arriva nel 1967 con Folk beat n. 1. Da lì una discografia che nel giro di un decennio mette in fila alcuni dei dischi più importanti della canzone d’autore italiana: L’isola non trovata, Radici, Stanze di vita quotidiana, Via Paolo Fabbri 43, Amerigo.
Sono gli anni di brani diventati patrimonio comune: La locomotiva, Auschwitz, Dio è morto, Eskimo, L’avvelenata. Canzoni che tengono insieme la canzone popolare, la storia e la politica, raccontate con la voce di chi si mette in mezzo alla materia e non la osserva da fuori.
Non solo canzoni: i romanzi e l’addio ai palchi
Guccini non è stato solo un cantautore. Ha pubblicato romanzi, tra cui Cròniche epafàniche e Vacca d’un cane, e nel 1998 un dizionario del dialetto di Pavana. Nel 2012 aveva annunciato l’addio ai concerti, mentre continuava a scrivere e a incidere: l’ultimo album in studio, Canzoni da osteria, è uscito nel 2023.
Francesco Guccini: Il ricordo dei colleghi
Nelle ore successive alla notizia, i messaggi di cordoglio sono arrivati da tutta la musica italiana. Su Instagram hanno scritto artisti, colleghi ed etichette che con Guccini hanno lavorato o si sono confrontati negli anni.
Grazia Di Michele ha scritto: “Ci lascia un maestro della parola, della sobrietà e dell’impegno. Addio Francesco, ti ho amato tanto e lo sai.”
Elio: “Addio a Francesco Guccini, un gigante della canzone italiana e della storia del nostro paese. Ci uniamo al dolore di chi lo ha amato.”
Francesco Gabbani ha dedicato un pensiero più disteso: “Le parole continuano a vivere anche quando chi le ha scritte se n’è andato. Le tue continueranno a indicare la strada, a fare domande, a regalare bellezza. Sei stato un riferimento, un uomo capace di trasformare la poesia in musica e la musica in pensiero. Grazie per averci insegnato il valore delle parole.”
BMG Italia, l’etichetta con cui Guccini ha lavorato per un decennio, ha scritto: “Ciao Francesco, grazie per aver condiviso con noi, oltre a dieci anni di lavoro insieme, i tuoi racconti, la tua visione, la tua immensa cultura e l’immancabile lucidità sul presente. Continuerai ad essere per noi fonte di coraggio ed ispirazione. Ti vogliamo bene, per sempre.”
Enzo Avitabile ha scritto: “C’è chi attraversa il tempo senza mai smettere di parlare al cuore delle persone. Francesco Guccini è uno di questi. ‘Gerardo nuvola ‘e povere’ resterà una delle pagine più vere del nostro cammino comune. Te ne sei andato, ma ciò che hai donato alla musica e alla cultura resterà vivo, perché le vere parole non conoscono il silenzio.”
Tosca: “Arrivederci, Maestrone. E grazie di tutto.”
Vasco Rossi: “Ciao Francesco. Hai avuto una vita piena di musica e arte, non sei mai stato ‘di moda’ ma sempre attuale e coerente con le tue canzoni. Di generazioni diverse, tu eri il grande Maestro, io l’allievo alle prime armi. Abbiamo respirato la stessa aria. Fra la Via Emilia… e il Roxy Bar. Resterai per sempre nei nostri cuori.”
“W Francesco Guccini! Non morirà mai!”
Luciano Ligabue: “Ti ho ammirato e ti ammiro sconfinatamente, ma ancora di più ti ho voluto e ti voglio davvero bene.”
Antonello Venditti: “Francesco Guccini ha lasciato questo mondo infame! Ci lascia alcuni capolavori come testimonianza eterna di un Novecento duro a morire nei nostri cuori e nella nostra vita, nell’eterna speranza di cambiamento tipica della nostra generazione. Mancherai al futuro e a tutti noi! Grazie Francesco e un abbraccio alla tua famiglia, riservata e sincera come la tua terra.”
Gianni Morandi: “Quando ci incontravamo, aveva sempre storie straordinarie da raccontare, storie di montagna, della nostra Emilia, storie di musica e di vita. Se n’è andato un vero poeta. Ciao Francesco.”
Zucchero: “Non ti ho mai perduto, con quanto amore, stai soltanto dormendo in fondo al mio cuore.”
Eugenio Finardi: “Con Francesco Guccini se ne va una delle più importanti figure del dopoguerra italiano. Ha raggiunto Fabrizio, Franco, Pino, Ivan e troppi altri che hanno segnato un’era storica straordinaria per la canzone popolare italiana.”
Tullio De Piscopo: “Ciao Francesco. Ci ha lasciato un grande poeta. Musicista e cantautore libero veramente.”
Fiorella Mannoia: “Oggi siamo un po’ più soli. Ciao Cirano.”
Beppe Carletti: “Guccini è stato un nomade, perché se i Nomadi sono ancora qua è grazie anche alle sue canzoni. Ha dato tanto come poeta, come cantautore. Di lui bisogna dire che è unico, non ne vedo di simili, perché di persone così ne nasce una ogni tanto. La vita lo ha donato a noi Nomadi ma anche a tutte le persone che amano le canzoni cantautorali. Io posso solo dire: grande Francesco, grazie a te i Nomadi sono ancora qua.”
Vinicio Capossela: “Questa foto, tratta da una locandina-manifesto che non è mai cambiata negli anni, ha fissato in tutti noi l’immagine eterna di Francesco Guccini. Un’immagine che è anche sulla copertina di un disco che porta come titolo l’indirizzo della casa in cui viveva. C’è una bella poesia di Bukowski, intitolata 462-0614, che dice: ‘Ecco perché sono sull’elenco del telefono’. Guccini è andato oltre: ha fornito direttamente l’indirizzo. Perché a tutti fosse noto dove trovarlo.”
“E molti hanno bussato a quella porta. Tra i molti, anche io ho sperimentato la generosità di un gigante che si china ad ascoltare un nano. Ma questo poco importa: era solo una testimonianza.”
“Nessuno, in questo Paese, ha offerto la sua vita, la sua opera, il suo domicilio, la sua mitologia, la ritualità del diventarne famiglia come Francesco Guccini. Siamo tutti grati e smarriti per il semplice fatto che il Maestrone, come una divinità in ritiro sull’Olimpo di Pàvana, era ritenuto immortale.”
“Ora che, per citare una sua celebre canzone, ‘Dio è morto’, l’indirizzo non è più certo e vaghiamo disorientati davanti a una porta che permane, diversamente, aperta. Con profonda tristezza, ma anche con smisurata gratitudine.”
“Negli ultimi anni gli mancava il palco. Col suo carattere, che tutti conoscono, di mattatore, doveva avere qualcuno a cui dire le cose. C’erano i romanzi che scriveva negli ultimi anni, sì, ma quelli sono un’altra cosa. Gli serviva qualcuno a cui spargere i suoi interrogativi. È stato l’unico, fra i grandissimi, che è riuscito a spargere così tanti interrogativi: sulla vita, sul tempo, su tutto. Ha sempre avuto l’inclinazione a domandare e rispondere, domandare e rispondere… Era un ricercatore di varchi, come Montale per la poesia, e anche di mondi diversi, come Borges.”
Claudio Baglioni: “Addio Maestrone. Porti via con te pezzi di storie di molti. Possano farti compagnia. Claudio”
Franco Mussida: “Sono uno dei tanti musicisti che hanno incontrato Francesco mentre faceva ciò che forse amava di più: suonare e cantare. Sono quel Franco da lui citato ne “L’isola non trovata”. Quello dell’isola è un tema affascinante e suggestivo per il mondo dell’arte e della Musica in particolare. Anch’io, negli anni della PFM, mi ero confrontato con un’isola, quella de ‘L’isola di niente’. Ogni isola, si sa, ha qualcosa di speciale nel suo delimitare un territorio.
La mia con Francesco fu una di quelle occasioni nate quasi per caso. Ero stato convocato alla Sax Record, uno studio di registrazione nel quartiere Isola – e anche questa, col senno di poi, sembra una piccola coincidenza – per una sessione con la chitarra acustica. Mi trovai davanti Francesco, per me allora un essere indecifrabile. Accadde tutto in un lampo, in diretta, buona la prima. Tre ore di lavoro e poi via, a registrare altra musica, altri generi. Erano tempi in cui convivevano tanti mondi e generi musicali diversi.
C’era chi, come Francesco, con suoni e parole sapeva attraversare il cuore e la mente con riflessioni ispirate, racchiuse in filastrocche costruite su atmosfere country, canzoni da ascoltare a cuore aperto, concetti da passare di bocca in bocca. Accanto c’erano tante altre tipologie di voci, rauche, soul, e anche tenorili, capaci di scuotere ‘fisicamente”il sistema emotivo della gente. Ma il lavoro di un musicista è proprio questo: lavorare con le emozioni. E le emozioni non si giudicano, si rispettano.
Con Francesco ci reincontrammo a metà degli anni Novanta. Fu un incontro bello, nel quale ebbi modo di manifestargli tutta la mia stima. Una stima, prima di tutto, umana ed etica. Forse anche per via della mia storia personale ho sempre sentito in Francesco qualcosa di familiare. Sono cresciuto tra una dimensione politica e una religiosa cattolica: distribuivo l’Unità davanti alla chiesa del quartiere e frequentavo l’oratorio, dove incontrai un secondo padre, Don Gianfranco. Con un po’ di ironia potrei definirmi una sorta di sintesi tra Peppone e Don Camillo.
Forse per questo, osservando l’Isola di Francesco, l’ho sempre immaginata come un’isola laica e religiosa al tempo stesso, di cui era custode e governatore. Governatore di un senso di giustizia capace di smascherare l’arroganza dei ‘furbi di professione’. Un’isola dove vive l’indignazione per il sopruso e soffia il vento di un senso di libertà in cui si esprime il rispetto per le diversità. In cui al posto delle vigne si coltiva l’amore e la compassione per le fragilità dell’uomo, che la sua Musica ha spesso raccontato con sincerità e franchezza. Un’isola utopica che ho sempre percepito senza stato né religione. Mancherai Francesco, eccome mancherai”
Gio Evan: “Ma se io avessi previsto tutto questo…
c’è una canzone che cantavo tre giorni fa a colpi di chitarra, negli Abruzzi del Tirino.
Confidavo a un amico l’importanza della musica incorruttibile.
L’arte che non ha paura di schierarsi, ricordare alle persone che ogni gesto è politica, ogni mossa che facciamo dice all’universo da che parte stiamo.
Ogni parola detta, ogni acquisto, è un voto elettorale dello spirito.
C’è una musica che ha sempre detto da che parte stare.
C’è una musica che non ha paura di perdere consenso, di perdere metà dei biglietti, di perdere posizioni e radio.
C’è una musica che non ha paura di dividere e separare.
C’è una musica che insegna a resistere.
E ci sono anche maestri che c’hanno aperto questa via, la via dell’autentico.
Grazie Francesco.
Ma se io avessi previsto tutto questo…FORSE FAREI LO STESSO.
C’è una canzone che canto ancora”
Mauro Pagani: “Francesco, sei stato un libero pensatore e il testimone di un’Italia che sa ancora rispecchiarsi nelle proprie radici, senza perdere di vista l’orizzonte.
Mostrarsi coerente per decenni, fedele alla propria coscienza, è la lezione più nitida che ci consegni. La tua voce burbera, che da stamattina, mi risuona costantemente nella testa e nel cuore, ci ricorda che l’indipendenza di pensiero non è una posa, ma un esercizio quotidiano da difendere a ogni costo.
Il tuo tragitto, Amico mio, testimonia una rara coerenza nell’arte e nella vita.
Le tue strofe vive, uno sguardo acceso sul mondo vicino e lontano. Sei sempre stato capace di passare con naturalezza dai dettagli minimi della vita di provincia, alle grandi vicende storiche.
Il tutto stemperato da quella goliardia schietta fatta di tavole imbandite, vino sincero, dove l’amicizia si faceva racconto.
Buon viaggio Francesco, una carezza a te ovunque tu sia”
Club Tenco: “Per noi del Club Tenco Francesco Guccini non era solamente un cantautore. Era un punto di riferimento assoluto, uno dei primissimi che ha creduto nella forza visionaria dell’idea di Amilcare Rambaldi: presente già prima della rassegna e della nascita del Premio Tenco, molto generoso in tutti questi anni.
Con alcuni di noi il rapporto era diventato un legame profondo e fraterno.
Dell’intellettuale e del cantautore sappiamo tutto: ha rivoluzionato la direzione della canzone italiana, ha creato una dignità letteraria che prima era messa in discussione, perché la canzone sembrava un’arte di serie B.
Francesco Guccini è stato un artista straordinario, che ha abbracciato tutte le potenzialità della canzone: da quella di lotta a quella intima, dagli americani ai francesi, lui è stato un raccordo e un caleidoscopio di capacità artistiche.
Il Club Tenco non sarebbe stato lo stesso senza Francesco Guccini: La nostra gratitudine è immensa, il nostro dolore incolmabile.”
Cristiano De André: “Con la scomparsa di Francesco Guccini se ne va una parte fondamentale della storia del cantautorato italiano. Come mio padre, ha rappresentato una voce libera, capace di raccontare il nostro Paese con poesia, impegno civile e spirito di resistenza. La sua è una perdita immensa per la cultura italiana e per tutti coloro che nelle sue canzoni hanno trovato uno sguardo lucido, umano e vero sulla realtà. Ciao Francesco. Che la terra ti sia lieve 💔 C”
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