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“Al mio paese” di Serena Brancale: perché non ha senso chiedere alla musica di raccontare tutto il Sud

Con Levante e Delia, il brano ha acceso un dibattito feroce sugli stereotipi meridionali.

Serena Brancale, Delia e Levante sorridono in mezzo alla folla durante il lancio di Al mio paese
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Al mio Paese, il brano che unisce tre voci intense e riconoscibili come quelle di Delia, Serena Brancale e Levante, è uscito il 10 aprile in radio e nel giro di pochi giorni ha acceso una polemica destinata a dividere: racconta davvero il Sud oppure ne offre un’immagine che non rispecchia la realtà di oggi?

Ma questa domanda, dal sapore apparentemente intellettuale, finisce per non parlare della canzone. Piuttosto, rivela un’esigenza tutta contemporanea: quella di pretendere che l’arte si faccia documento, denuncia, cronaca sociale.

Eppure la musica, come la letteratura, non ha mai avuto questo compito in senso stretto. O meglio: in quanto arte, è una questione di scelta dell’autore.

La Sicilia tra letteratura e immaginario collettivo

Chi accusa il brano di raccontare un Sud “troppo bello”, fatto di feste, sacralità, tavole imbandite e calore familiare, dimentica che quella è una verità. Non l’unica, certo. Ma è una verità radicata, identitaria, storicamente riconosciuta.

È la stessa Sicilia che attraversa le pagine di Giovanni Verga, che con I Malavoglia restituisce una radice emotiva e familiare profondissima. Certo, non è un racconto allegro, tutt’altro. È una storia durissima. Eppure dentro quel mondo c’è esattamente ciò che la canzone evoca: il senso della famiglia, il legame quasi sacro con la casa, i rituali collettivi, la comunità che si stringe attorno alle sue abitudini. La famosa “casa del nespolo” non è solo un luogo: è identità, radice, appartenenza.

Più vicino a noi, quella stessa Sicilia prende forma nei racconti di Andrea Camilleri con il suo Commissario Montalbano. Un immaginario che continua ad affascinare, a far sognare, a far dire, a chi l’ha vista, “io ci sono stato”. Avete visto il video della canzone “Al mio Paese”. Ci sono scene che evocano proprio quella serie.

Il limite di una lettura troppo letterale

A chi si ostina a polemizzare, dico che è evidente che la Sicilia, così come tutto il Sud, del resto, sia anche altro: spopolamento, difficoltà economiche, carenze strutturali. Nessuno lo nega.

Ma pretendere che Al mio paese si faccia carico anche di tutto questo significa chiedere alla canzone qualcosa che non le appartiene. Il brano non nasce come reportage. Nasce come evocazione.

E in questo senso funziona: è allegro, spensierato, ma tutt’altro che superficiale. È sostenuto dalla presenza di tre bravissime artiste del Sud che portano con sé energia, competenza musicale e radici.

Criticarlo perché “non racconta tutto” significa ascoltarlo senza il filtro della poesia, senza l’uso dell’immaginazione. Significa fermarsi alla superficie, senza cogliere ciò che la musica fa da sempre: trasformare la realtà in sentimento.

Raccontare un Sud, non tutto il Sud

Forse allora la chiave di lettura è un’altra e si potrebbe così smorzare la polemica: Al mio paese non racconta il Sud nella sua totalità. Racconta un Sud possibile. Quello che resiste nella memoria, che si tramanda nei gesti, nei riti, nei pranzi della domenica, nelle feste di paese. Quello che, nonostante tutto, continua a essere casa.

Il resto, le contraddizioni, le difficoltà, ma anche le eccellenze e le storie di riscatto meritano altre canzoni, altri linguaggi, altre urgenze. E arriveranno. Per fortuna, la tradizione cantautorale italiana è ancora viva, ben oltre le logiche delle classifiche e dello streaming.

Al mio paese: il diritto alla leggerezza

Nel frattempo, però, esiste anche un diritto spesso dimenticato: quello di godere di una narrazione luminosa senza sentirsi in colpa per questo sguardo laterale, estivo e solare.

Perché sì, a volte la musica non deve spiegare. Deve solo farsi ascoltare.

E allora, mentre il dibattito continua, io scelgo un’altra posizione: me la godo, ma la canto e me la ballo.

Anzi, come si dice a casa mia: “mi scialo a cantarla”.

Al mio paese, polemica sul Sud: la risposta di Serena Brancale

Aggiornamento del 30 luglio 2026

Tre mesi e mezzo dopo l’uscita del brano, e mentre Al mio paese viene dato fra i tormentoni dell’estate, Serena Brancale è tornata sulla polemica in un’intervista al Corriere della Sera. Dice di capire chi non apprezza e rivendica che ognuno canti quello che vuole: “Io non canto la politica, canto il sorriso e la felicità di essere una donna del Sud”.

Sui luoghi comuni non si difende, li rivendica: le mancano perché vive a Roma da anni, e sono le signore sedute davanti casa, le immagini semplici di chi è cresciuto in un paese del Sud.

È la stessa cosa che aveva detto a noi il 10 aprile, tre mesi e venti giorni prima, nella videointervista per SACRO, quando la discussione era appena partita: “È una canzone semplice e dedicata a tutti i fuorisede… È piena di luoghi comuni, sono immagini che ricordo e che mi mancano”. Il testo integrale e il significato del brano sono nella nostra scheda su Al mio paese: testo e significato.