Giusy Ferreri e Frankie hi-nrg mc sono stati ospiti insieme di SPOT – Il Podcast, il programma che Michele Monina e Massimiliano Longo registrano dal vivo allo Spot Music Fest di Bareggio, davanti al pubblico dei giovani artisti del festival.
Due percorsi opposti e paralleli, la cantautrice che ha attraversato hit estive e rock e il rapper che in trent’anni ha pubblicato sette dischi scegliendo di sparire tra un progetto e l’altro, che si ritrovano d’accordo su parecchie cose. A partire dall’intelligenza artificiale.
“Quelli che ben pensano” nasce da quattro secondi di audio
Frankie hi-nrg racconta come funziona davvero il campionamento, quello delle origini dell’hip hop: si apre il frigo e si guarda cosa c’è dentro, spiega, cioè i dischi che c’erano in casa da bambini, quelli dei genitori o dei fratelli maggiori. Da lì si estraggono pezzetti, un giro di batteria, una nota di basso, due o tre note di pianoforte.
Il caso limite è la sua canzone più nota. I suoni che compongono Quelli che ben pensano sono meno di quattro secondi di audio: uno, due, tre, quattro, e il materiale è finito. Da lì è nato un brano che, racconta con una punta di stupore, è finito in alcune antologie di letteratura per i licei, cosa che gli lascia addosso la responsabilità, dice, di essere un classico. Anche se, precisa, rispetto ai Sepolcri o all’Orlando Furioso resta poca cosa.
Il disco di diamante di Giusy Ferreri nato come un gioco
Giusy Ferreri detiene ad oggi l’ultimo disco di diamante italiano per un singolo. Ma quel risultato, racconta, era partito quasi per caso: era in studio a lavorare a un album quando arrivò la proposta di Roma Bangkok con Baby K. La ascoltò, disse che non c’entrava molto col suo mondo, poi decise di farla comunque. Non avrebbe mai immaginato l’esito.
Da lì sono arrivate le collaborazioni successive, con Takagi e Ketra già presenti nella produzione. E su quel filone Ferreri non ha rimpianti: il pubblico ha gradito quella leggerezza, dice, ed evidentemente ogni tanto ce n’è bisogno. Nel frattempo ha continuato a fare altro, dal rock dei Bloom con Max Zanotti ai brani più introspettivi, perché la vita è una volta sola e non c’è scritto da nessuna parte come debba andare un percorso artistico.
“Vamos a la playa parla di esplosioni nucleari”
Uno dei passaggi più interessanti riguarda le canzoni che sembrano un inno al disimpegno e invece nascondono altro. Frankie cita Vamos a la playa, che parla di esplosioni nucleari vissute su una spiaggia nell’ultima estate dell’umanità, un pezzo che analizzato sotto quest’ottica, dice, è tosto. Con Johnson Righeira, di cui è amico da oltre trent’anni, si è trovato d’accordo sull’importanza di far passare temi importanti sotto traccia.
Come sono cambiati i discografici
Il rapper descrive un cambio di paradigma nel mestiere. Un tempo c’era la figura dell’A&R, artist and repertoire, che ascoltava demo, cercava artisti e autori e li faceva incontrare, un lavoro quasi da alchimista. Oggi, sostiene, si aspetta che un artista sfondi da solo, che si costruisca da indipendente una fan base e un pubblico che spende, e solo a quel punto arrivano i soldi per trasformare un piccolo successo in un grande successo. Con il passo successivo di indirizzare tutti nella stessa direzione.
Ferreri conferma dal suo punto di vista di artista oggi indipendente: quando ha imboccato il percorso Bloom lo ha fatto anche per questa carenza, perché era venuta meno l’idea di costruire un album con dentro sfumature diverse. E aggiunge una data a quel cambiamento: la richiesta di alleggerire tutto, dice, si è fatta più forte dopo il Covid.
La paura di parlare di morte, malattia e fragilità
Da qui la parte più politica della conversazione. Frankie hi-nrg racconta di essere uscito nel novembre 2020 con un disco che parlava di quel momento, in controtendenza con una discografia che si era fermata e con i network radiofonici che preferivano far reincidere vecchi successi. Il paragone che porta è con le serie televisive americane, che il Covid lo hanno raccontato in presa diretta, mentre in Italia si è preferito nascondere il cadavere sotto il tappeto.
Il tema si allarga alla rimozione culturale della morte, della malattia e della disabilità, che vengono nascoste, mascherate o rese simpatiche. Ferreri porta lo stesso discorso sui più giovani, che nelle masterclass le sembrano spaventati all’idea di raccontare il dolore nelle canzoni. Se ti volti dall’altra parte, osserva, il dolore resta comunque lì.
“Sono Giusy Ferreri”: la voce depositata contro l’AI
La parte finale è dedicata all’intelligenza artificiale. Ferreri risulta tra i primi casi in Europa ad aver registrato la propria identità vocale a tutela dalle clonazioni: ha dovuto pronunciare solo la frase “sono Giusy Ferreri”, perché farlo cantando avrebbe generato diritti sulle canzoni, e ha inviato anche una fotografia per il riconoscimento facciale. Una cintura di sicurezza, la definisce, in un futuro fatto di clonazioni.
Longo sottopone poi a entrambi le risposte che l’intelligenza artificiale ha dato su di loro, e la macchina è tranchant: quel deposito serve per andare in tribunale dopo, non per impedire la clonazione prima. Ferreri replica che una voce artificiale non potrà mai restituire quello che l’anima e l’esperienza mettono dentro un’interpretazione. Frankie, che di AI generativa è utilizzatore da anni, individua il limite strutturale: la macchina lavora solo su ciò che è già esistito. Se le dai tutta la discografia di Battisti, dice, ti farà declinazioni di Battisti, ma per una nuova canzone di Battisti serve Battisti.
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