26 Febbraio 2026
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26 Febbraio 2026

Sanremo 2026, nella conferenza si accendono i primi veri dibattiti: scontro su gender gap e linguaggio “inclusivo”

Dagli ascolti in crescita agli ospiti della terza serata, fino al botta e risposta su donne in gara, “mamma d’oro” e disabilità.

Carlo Conti e Irina Shayk alla conferenza stampa di Sanremo 2026 del 26 febbraio durante il dibattito su donne in gara e disabilità
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Sanremo 2026 conferenza stampa del 26 febbraio 2026 che accende due temi importanti. Cosa è successo?

C’è la conferenza stampa “di servizio”, quella che scorre liscia tra numeri, scalette e ringraziamenti. E poi c’è quella in cui, dentro lo stesso spazio, convivono due festival: quello che racconta di voler essere un megafono e quello che, appena il megafono viene corretto, si rifugia nella prudenza.

Il 26 febbraio a Sanremo si è parlato di tutto: dagli ascolti Total Audience alla floricoltura (e ai 325 bouquet “studiati sulla personalità”), dagli ospiti della terza serata alla promessa di un Sanremo Estate, fino a due nodi che non si risolvono con un sorriso: donne nell’industria musicale e linguaggio sulla disabilità.

E no: non sono “polemiche”. Sono la materia prima di chi scrive.

Ospiti della serata: la terza serata come “serata-evento” tra spettacolo e contenuti

Il racconto Rai sulla terza serata è un mosaico dichiarato: intrattenimento alto + “messaggi”.

Claudio Fasulo mette in fila gli ingredienti: finale delle Nuove Proposte (con assegnazione del titolo e i premi Mia Martini, Lucio Dalla e Roof), temi sociali (“violenza giovanile”, “bullismo”), e poi la grande macchina dello show: Laura Pausini con The World di Michael Jackson “dedicata alla pace” insieme al Piccolo Coro dell’Antoniano e ai bambini del coro di Caivano, Eros Ramazzotti e Alicia Keys, Mogol premiato con il “Premio Città di Sanremo”, Fabio De Luigi e Virginia Raffaele, The Kolors al Suzuki Stage, Max Pezzali sulla Costa Toscana.

Carlo Conti insiste su due scelte: dare “valore” alle Nuove Proposte mettendole in testa e l’anteprima con Alicia Keys chiamata a cantare in italiano “per la prima volta”.

C’è una frase che torna più volte, come un cartello stradale: Sanremo come palcoscenico del cambiamento. E proprio per questo, quando si entra nei temi “sensibili”, la conferenza diventa interessante: perché lì si vede se è un cartello o una strada.

Ascolti Total Audience e RaiPlay: “festival in salute” e curva organica

Auditel (Paolo Lugato) porta i numeri della seconda serata: 9 milioni e 54 mila di ascolto medio in 204 minuti, pari al 59,5% di share in Total Audience.

Nel dettaglio: 8,815 milioni da televisore e 239 mila dai “piccoli schermi” (smartphone, tablet e PC). Spazio anche ai programmi collegati: Prima Festival, Sanremo Start, DopoFestival (con il consolidato della prima serata) e soprattutto RaiPlay, dove le clip “cumulano” oltre 9,1 milioni di streams e più di 53 milioni di minuti.

Williams Di Liberatore (Intrattenimento Prime Time) legge i dati come conferma: “festival in ottima salute”, crescita digitale, impatto sul territorio (Suzuki Stage sold out). E quando si prova a rincorrere i picchi, la risposta è quasi un invito alla calma: la curva è “organica”, il picco “è anche abbastanza casuale”, meglio ragionare su finestre più lunghe.

Traduzione: qui la narrazione è chiara. Il messaggio non è “ha funzionato perché X”, ma “funziona perché è una macchina che regge”.

Irina Shayk: celebrazione, sorriso e lo stop ai commenti politici

Irina Shayk arriva nel linguaggio che il Festival conosce bene: quello dell’ospite internazionale che porta presenza, immagine, leggerezza.

Dice di non parlare italiano (“That’s all my Italian”), definisce Sanremola più lunga manifestazione musicale del mondo” e lo chiama più volte “DNA dell’Italia”. Racconta le sue radici senza dramma: non un’infanzia “difficile”, ma un villaggio piccolo e l’orto come scuola (“se mi chiedete come coltivare cetrioli e pomodori, lo so fare”). E sui gusti musicali, cita Celentano, Mina, Anna Oxa, Laura Pausini: “la musica italiana è emotiva, drammatica, va dritta al cuore”.

Poi però arriva la domanda inevitabile: guerra, Russia, Ucraina. E lì la risposta si chiude in una formula netta: “I’m not doing any political comments… I’m here to celebrate love, music and togetherness.”

Quando le chiedono di pace senza entrare in politica, cambia poco: manda “love and peace” a tutti, ma resta sul registro dell’energia positiva. Persino davanti a chi le ricorda che qualcuno “ha storto il naso” per le sue origini russe, Irina sposta su una verità da personaggio pubblico: c’è chi ti ama e chi no, e “va accettato”.

È la neutralità perfetta per una conferenza stampa. Ed è proprio qui che si vede il punto: si usa la parola “pace” come asset narrativo, ma quando la pace chiede un significato concreto, la conferenza accetta che diventi solo atmosfera.

Donne in gara: lo scontro che non si risolve con un bouquet

La domanda arriva frontale: poche donne in gara, numeri simili anche nei precedenti cicli di Conti, e nomi “mancati”. Non è una domanda gentile, e infatti la sala cambia temperatura.

Conti risponde con la metafora del fioraio: si guarda “cosa c’è in vetrina”, si compone un bouquet con i brani arrivati. Dice di aver sottolineato alle case discografiche la poca presenza femminile e ammette un rimpianto (Emma Nolde fuori, “pezzo fortissimo”). Poi però arriva la linea difensiva: “se non ci sono le canzoni non le posso scegliere” e soprattutto: “io scelgo le canzoni indipendentemente da chi le canta”.

Il botta e risposta si irrigidisce, perché la giornalista insiste sul punto vero: se il risultato si ripete, non basta dire “capita”. E qui, per chi scrive, c’è un passaggio chiave da non annacquare: il ruolo del direttore artistico è scegliere dentro un sistema, non solo registrarlo. Quando la risposta diventa “non è colpa mia”, la contraddizione emerge da sola.

E rimandiamo la riflessione approfondita con due argomenti molto “caldi” in queste ore: Le Bambole di pezza che in sala stampa rispondono sul femminismo e la necessità di guardare al futuro con una direttrice artistica donna.

“Mamma d’oro”: il linguaggio che scivola e l’intenzione che non basta

Un’altra domanda, apparentemente “leggera”, apre una crepa: l’espressione “mamma d’oro” rivolta a una campionessa viene letta come un riflesso culturale (riduzione al ruolo materno).

Conti dice di non sapere della polemica e giura che era un gesto affettuoso: aveva visto le immagini con la medaglia e il bambino, gli sembrava “carino dirlo”. Poi aggiunge un elemento personale fortissimo (“sono stato cresciuto solo da una donna”), quasi come prova di rispetto.

È un momento utile, perché racconta qualcosa che spesso succede: si difende il lessico con le intenzioni. Ma l’effetto pubblico non si misura solo dalle intenzioni. E se davvero non si conosce il dibattito, forse il punto non è “hai sbagliato volontariamente”, ma: quanto ascoltiamo le parole prima di usarle in prima serata?

Disabilità: rappresentanza non basta se il racconto resta paternalista

Qui la conferenza smette di essere routine.

Arriva un intervento lucido: quando si parla di disabilità, spesso si cade nel pietismo o nell’infantilizzazione, e parole come “speciali” diventano una scorciatoia che toglie complessità. Vengono citati attivisti e voci precise (Iacopo Melio, Lisa Noja, Valentina Tomirotti) e si chiede una cosa semplice: attenzione e competenza nel racconto, perché il Festival è un megafono enorme.

Conti risponde con un argomento di consenso: ogni anno c’è stata rappresentanza, “plausi dalle associazioni”, entusiasmo, ringraziamenti. Porta un esempio concreto (Simi) come “messaggio potentissimo”: lui è qui nonostante gli insulti, e questo “vale qualsiasi discorso”.

È una risposta che protegge il Festival, ma lascia scoperto il centro: non si stava chiedendo se farli venire o no. Si stava chiedendo come parlarne.
E qui la contraddizione che vuoi far emergere è esatta: se il megafono viene corretto sul linguaggio, la risposta non può essere “ci hanno applaudito”. Serve ascolto e aggiornamento, non un bilancio di gratitudine. E aggiungo che è un problema già riscontrato lo scorso anno (ne scrivevamo qui)

Politica, pressioni e pubblicità: la strategia della “chiusura”

Sulle pressioni politiche e sul futuro, la linea è una: si parla di Sanremo 2026 “fino a sabato”. Stop.

Sulla questione commerciale (spazi venduti a livelli altissimi vs ascolti), Di Liberatore smorza: Sanremo resta un investimento conveniente per la portata di viralizzazione, esiste un “range” nei rapporti con gli inserzionisti, e i dettagli li darà Rai Pubblicità.

Anche qui, la conferenza fa quello che deve: non aprire dossier mentre la nave è in navigazione.

Sanremo Estate: ritorno annunciato, dettagli rimandati

Il Comune spinge, e gli assessori ricordano il legame storico (fiori e identità, 325 bouquet; corner Gaslini con 3000 ranuncoli “Giannina” per raccolta fondi). Poi si arriva al tema che per Sanremo-città vale tantissimo: Sanremo Estate.

La parola “estate” viene citata da Conti con ironia e dal palco rimbalza come notizia. Ma la sostanza resta prudente: seconda metà di luglio, evento musicale all’aperto, territorio e messa in onda, e per il resto “ci stiamo lavorando”.