Bambole di Pezza polemica sui loro testi considerati “anacronistici” perchè femministi.
Frequento la Sala Stampa del Festival ogni anno, quest’anno sono rimasta a casa e meno male. So che lì dentro si discute, si provoca, si cerca la frase che fa rumore. Fa parte del gioco.
Ma ci sono momenti in cui non è più solo un gioco.
Quest’anno, durante l’incontro con Le Bambole di Pezza, unica band interamente femminile tra i Big, è successo qualcosa che non riesco a digerire. Non per la polemica in sé. Ma per quello che rivela.
Alla band viene chiesto, con tono apparentemente neutro:
Avete testi femministi. Non pensate che oggi questa contrapposizione sia un po’ vecchia?
Già qui c’è un presupposto: che il femminismo sia una moda, un’etichetta, una bandiera ormai superata.
La risposta è stata semplice e ferma:
La parola femminista è importante, soprattutto in una società in cui la parità non c’è ancora
E invece la replica che arriva dalla sala riapre uno schema antico:
Non è una società patriarcale. Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna. A casa mia comanda mia moglie
Sembra una battuta.
È un paradigma.
“Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”
Questa frase è il cuore del problema.
Perché continua a collocare la donna dietro.
Mai accanto. Mai davanti. Mai al centro.
E quando si insiste sul fatto che “in casa comanda la moglie”, si sta spostando il piano: dal potere pubblico a quello domestico. Dal sistema alla cucina.
La risposta delle Bambole di Pezza è stata chirurgica:
Capisco il tema del nucleo familiare. Ma noi non vogliamo potere in casa. Vogliamo potere ovunque
Non è uno slogan. È una distinzione politica.
Il potere in casa non è parità. È compensazione simbolica.
La parità è fuori. È economica. È culturale. È strutturale.
Non è una questione di casi. È una questione sistemica
A un certo punto la discussione scivola nel solito terreno:
Anche gli uomini subiscono violenza
Certo che la subiscono.
Nessuno lo nega.
Ma qui non si sta parlando di un fatto che può capitare.
Si sta parlando di un problema sistemico radicato in millenni di storia.
Questo non è parità. Le donne oggi lavorano fuori casa tanto quanto gli uomini. Ci sono dati oggettivi. La parità di stipendi non c’è ancora, e le ricerche lo dimostrano
E poi la frase che ha gelato la sala:
Abbiamo paura di uscire di casa ed essere stuprate o uccise. Questa non è parità
Non è retorica.
È esperienza condivisa.
Perché mi dispiace che questa domanda sia arrivata proprio da lì
Mi dispiace che la provocazione sia partita dalla Sala Stampa che frequento ogni anno.
Perché dovrebbe essere uno spazio di approfondimento, non il luogo in cui si minimizza una questione strutturale trasformandola in “contrapposizione superata”.
Dire che non viviamo in una società patriarcale non la rende meno patriarcale.
Dire che “a casa comanda mia moglie” non cambia i dati sul gender pay gap.
Dire che “la parità c’è” non elimina la paura con cui molte donne attraversano lo spazio pubblico.
Il punto non è vincere una discussione.
Il punto è riconoscere che finché c’è bisogno di spiegare perché la parola femminismo è ancora necessaria, significa che il lavoro non è finito.
E forse il fatto che questo dibattito esploda a Sanremo il luogo più popolare, trasversale e simbolico della cultura italiana è un segnale.
Perché quello che succede su quel palco e in quelle sale non è mai solo musica.
È uno specchio.
E se ancora nel 2026 dobbiamo spiegare che non vogliamo “potere in casa” ma diritti, sicurezza, autonomia e riconoscimento ovunque, allora sì:
c’è ancora bisogno di parlarne.
E forse più di prima.











