La recensione del nuovo album di Madame, Disincanto, a cura di Alvise Salerno.
Sapete, chi vi scrive fa parte di questo mondo ormai da tre lustri. Era il lontano 2011 quando a un ragazzo di 19 anni, incantato dalla radio e dalla magia della musica, veniva data la possibilità di parlare davanti a una telecamera e un microfono.
Da quel momento, magia e incanto sono diminuiti man mano che le cose si facevano sempre più serie e quel ragazzo, ormai diventato uomo, capiva che le rose e i fiori si trovano solo nei prati e nei campi.
Giorno dopo giorno scopriva cose, persone, nomi e cognomi di chi non aveva evidentemente a cuore il benessere della musica e di chi la creava, di chi teneva solo al vile denaro e sfruttava l’arte per comprare ville, appartamenti, auto senza lasciare nulla di tangibile agli altri, solo a se stesso.
Quel ragazzo, ormai diventato uomo, non si è adeguato, non ha mai accettato e questo gli ha causato problemi: se non accetti il sistema, il sistema ti rifiuta.
“Ah ma tu sei quello che si lamenta sempre”, “bisogna stargli alla larga”, fino ad arrivare a consigliare ai cantanti di non avvicinarsi a quel ragazzo per paura che potesse dire qualcosa di scomodo.
Quel ragazzo, ormai diventato uomo, voleva solo parlare della bellezza delle sette note, del benessere che ascoltare un progetto fatto con tutti i crismi poteva donare, della gioia che può procurare la scoperta del processo creativo.
Poi, però, gli anni sono passati e il piacere della scoperta si è trasformato nel dispiacere della consapevolezza che nove volte su dieci non c’è gioia, non c’è studio, non c’è niente di tutto questo nella creazione e pubblicazione di album e canzoni.
L’incanto era diventato dubbio, si era trasformato in una domanda molto semplice: “ma che sta succedendo?”. L’incanto era diventato disincanto, la gioia era diventata abitudine a nuotare nella melma, la voglia di cambiare le cose era diventata rassegnazione.
Già, rassegnazione, perché in questo mondo vince il più forte e poco importa se vuoi fare qualcosa di buono. Il sistema ti schiaccia e se vuoi cambiare qualcosa, prima devi diventare come loro e solo dopo nutrire la speranza che tutto ciò che volevi cambiare non ti abbia corrotto.
Tanti sono crollati dietro il peso specifico degli zeri sugli assegni, tanti hanno trasformato l’incanto in disincanto e tanti hanno ceduto al fascino del mutuo da pagare in contanti. Chi non ha ceduto è stato emarginato, messo all’angolo, soprannominato “dissidente” per evitare facesse danni.
Incanto e disincanto, due facce della musica italiana che non ha più un’anima da tanti anni e a tutti i livelli e che, forse, adesso qualcuno sta cercando di raccontare senza paura perché non ha, evidentemente, più nulla da perdere.
Quel qualcuno ha un nome, un cognome e un nome d’arte: Francesca Calearo, in arte Madame.
Madame e il disincanto di un mondo che non ha verità
Pubblicare un album che si chiama Disincanto e riempirlo dall’inizio alla fine di verità deve essere stato molto difficile. Eppure eccoci qui, con 14 canzoni che raccontano gli ultimi anni di vita di una ragazza diventata donna tra mille difficoltà, all’interno di un sistema che non è fatto per persone sensibili.
Questo è uno degli album più viscerali pubblicati negli ultimi tempi ma, soprattutto, è l’album più vero legato al racconto di un mondo discografico odierno che divora, mastica e poi sputa senza un briciolo di remora.
Madame mette in campo tutto ciò che può: il racconto della sua malattia (OCD, disturbo ossessivo compulsivo), una nuova relazione con un uomo, i temi legati al mondo discografico, alle pagine Instagram che si spacciano per magazine pur non essendolo, a soggetti che hanno inacidito l’intera industria con il loro modo di operare.
È il suo racconto, la sua verità, il suo vomitare in faccia a gente illusa che, in realtà, entrare in questo mondo significa disilludersi e capire che la musica è l’ultima cosa da tenere in considerazione se vuoi avere successo.
Le canzoni che mettono l’industria all’angolo
Madame decide di mettere l’intera industria all’angolo in alcuni brani in particolare: Come stai?, Mai più e, in parte, Rosso come il fango.
Nella prima vengono messe subito nel mirino le radio che organizzano i festival estivi, rei di passare i brani solo se i cantanti accettano di esibirsi agli stessi festival. Subito dopo è il turno delle discografiche che danno gli anticipi agli artisti trasformandoli in una gabbia: quei soldi vanno restituiti, non esiste il fondo perduto, e se non produci reddito la rata non riesci a saldarla. Nella stessa canzone si parla anche del dualismo Madame-Francesca e di come il personaggio, la sua creazione, abbia salvato la persona.
In Mai più arriva il momento di un dissing di tutto rispetto, probabilmente il migliore del 2026, a Shablo (cosa smentita, ma che sul web migliaia di persone hanno ritenuto abbastanza palese) e alle pagine social che parlano di rap – Esse Magazine nel mirino, che guarda caso non sta parlando dell’album pur essendo perfettamente in target. C’è anche la presa di coscienza relativa a Sanremo e a una partecipazione che non è servita a lei come persona ma solo a rimpolpare classifiche e risultati.
In Rosso come il fango, invece, si parla dell’ingresso in discografia, in Sugar, e dell’abbandono del nido familiare con tutta l’illusione del mondo nella mente. Era l’inizio della fine. La fama è stata tutto il contrario di ciò che Francesca pensava potesse arrivare, l’ha distrutta, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti ascoltando questo album.
Disincanto è anche l’occasione per raccontare gli ultimi due anni, e tutto arriva al suo culmine in Grazie. La traccia finale è una seduta psicologica a tutti gli effetti che vede noi ascoltatori dal lato del dottore: dobbiamo solo ascoltare, non giudicare, mentre Madame parla dei suoi problemi familiari, delle relazioni disfunzionali, del DOC, di tutto ciò che è diventato un peso strada facendo. Il “grazie” pronunciato alla fine non è una chiosa artistica: è un “grazie” detto da Francesca Calearo, non da Madame.
Disincanto è vero, sincero, crudo – ma non perfetto
Per quanto intenso e viscerale, questo album nasconde dei punti di domanda lungo l’ascolto, specialmente verso la fine, quando arriva una macchia trap all’interno di un disco che vuole essere urban ma che, tutto sommato, è cantautorale.
La canzone con Nerissima Serpe, Papa V e 6occia rovina il flusso d’ascolto: non funziona in una tracklist del genere perché le barre dei tre sono slegate dal resto dei concetti espressi, anche quelli di Madame nel brano stesso. Sembrano tre forme aliene in un album umano, e sarebbe interessante capire come mai si sia scelto di inserire estranei in un progetto così personale.
Le tracce finali, eccezion fatta per Grazie, pur avendo testi molto intensi non riescono a reggere il confronto con le prime nove e fanno calare l’attenzione. Nasce una curiosità sana, non una lamentela: con 10 o 11 canzoni questo sarebbe stato un album non perfetto, ma quasi.
E adesso che succede? Madame verrà messa in un angolo?
La domanda è legittima dopo un ascolto del genere: Madame verrà minimizzata, depotenziata, o finalmente gli addetti ai lavori sfrutteranno l’occasione per sedersi attorno a un tavolo e discutere di ciò che è stato fatto e che non deve più ripetersi?
Sarà l’occasione per trovare soluzioni oppure si sceglierà di nascondere di nuovo la polvere sotto al tappeto? La speranza è che si vada verso la strada propositiva, non verso il “beh, che grande artista, ok, andiamo avanti” per evitare di parlarne.
È l’occasione perfetta, va colta. Madame ha messo nero su bianco ciò che si tentava di proteggere e nascondere da anni. Le radio hanno un problema da diverso tempo, la discografia ne ha mille da ancora più tempo, gli artisti non sono vittime perché accettano tutto – quindi non facciamo finta che siano i santi in paradiso.
Tutti abbiamo contribuito a creare questo scempio. È ora di fare mea culpa e ripartire bene, con rinnovata gioia e senza più questo disincanto.
Il voto
Voto: 8-
⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐-
Migliori canzoni: No pressure, Bestia
Peggiore canzone: Puttana svizzera











