18 Maggio 2026
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18 Maggio 2026

Giusy Ferreri registra la sua voce: l’intelligenza artificiale ora deve chiedere permesso

Nella rubrica “Dillo all’Avvocato”, Fabio Falcone analizza il caso della cantante e il tema dei cloni vocali creati con AI.

Illustrazione di Giusy Ferreri ispirata al tema dei cloni vocali e dell’intelligenza artificiale
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Giusy Ferreri registra la sua voce come marchio per difendersi dai cloni creati con l’intelligenza artificiale. Una scelta che apre un tema sempre più concreto anche nell’industria musicale italiana: chi controlla davvero l’identità di un artista nell’epoca dei deepfake vocali?

Nel nuovo appuntamento con la rubrica Dillo all’Avvocato, l’Avvocato Fabio Falcone, specializzato in diritto d’autore e diritto dello spettacolo, analizza il caso della cantante e spiega perché nei prossimi anni voce, immagine e identità digitale finiranno sempre di più anche dentro i contratti discografici.

Prima di lasciargli la parola, vi ricordiamo che potete recuperare gli altri approfondimenti della rubrica già pubblicati su All Music Italia: Per esempio:

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Per sottoporre il vostro caso potete scrivere a redazione@allmusicitalia.it con oggetto “Dillo all’Avvocato” oppure visitare il sito ufficiale dell’Avvocato Fabio Falcone.

Giusy Ferreri registra la sua voce: l’intelligenza artificiale ora deve chiedere permesso

Ciao ragazzi, sono l’Avvocato Fabio Falcone e oggi vi parlo di una notizia che, a prima vista, potrebbe sembrare curiosa, quasi una di quelle robe da addetti ai lavori, ma che in realtà apre un tema enorme per tutto il mondo della musica.

Giusy Ferreri ha deciso di proteggere la propria voce. Non una canzone, non un logo, non semplicemente il nome d’arte. La voce. Quella cosa lì che, appena parte alla radio, ti fa dire subito: “Questa è Giusy Ferreri”. Ecco, proprio quella.

Secondo quanto riportato in questi giorni, l’artista avrebbe depositato presso l’EUIPO, cioè l’Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale, un marchio sonoro legato alla propria voce. Nel deposito sarebbe presente un breve file audio in cui la cantante pronuncia una frase semplicissima: “Sono Giusy Ferreri”.

Pochi secondi, quindi. Ma dentro quei pochi secondi c’è un mondo. Perché oggi la voce non è più soltanto voce. È identità, è riconoscibilità, è carriera, è mercato, è valore. E soprattutto, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, è qualcosa che può essere copiato, clonato, imitato e utilizzato senza permesso.

Come l’intelligenza artificiale può clonare la voce di un artista

Fino a qualche anno fa, se qualcuno voleva imitare un cantante, doveva essere bravo. Doveva saper cantare, doveva saper copiare il timbro, le pause, il modo di respirare, le inflessioni, quella specie di impronta personale che rende una voce diversa da tutte le altre. Oggi, invece, il discorso è cambiato completamente. Con determinati software e con una certa quantità di materiale audio, è possibile generare una voce artificiale molto simile a quella di un artista reale.

E allora può succedere una cosa molto semplice e molto pericolosa: qualcuno prende la voce di un cantante famoso, la clona con l’intelligenza artificiale, crea una canzone nuova, la carica online, magari ci fa pure dei soldi, oppure realizza un finto messaggio pubblicitario, un contenuto social, un finto duetto, una dichiarazione mai fatta. Il pubblico ascolta quella voce e pensa che sia davvero l’artista. Ma l’artista, in realtà, non ha autorizzato nulla.

Qui il problema non è fantascienza. È molto concreto. Perché se una voce è riconoscibile, se identifica immediatamente una persona, se ha un valore artistico e commerciale, allora quella voce non può essere trattata come un giocattolo digitale a disposizione di chiunque.

Perché la voce può diventare un marchio

Il caso di Giusy Ferreri è interessante proprio per questo. Perché prova a dire una cosa nuova, o comunque molto forte: la voce di un artista può diventare un segno distintivo. In alcuni casi può funzionare quasi come un logo sonoro. Tu la senti e capisci subito di chi si tratta. E se quella voce distingue un artista sul mercato, allora è normale chiedersi se possa essere protetta anche attraverso gli strumenti della proprietà intellettuale.

Attenzione, però: questo non significa che da domani ogni cantante potrà blindare qualsiasi suono emesso dalla propria bocca. Non funziona così. Perché un marchio, per essere tutelabile, deve avere capacità distintiva. Tradotto in lingua normale: deve essere in grado di distinguere un soggetto, un prodotto, un servizio, un’identità artistica. Nel caso di una voce molto particolare e immediatamente riconoscibile, il ragionamento diventa molto più interessante.

Molti potrebbero pensare: “Vabbè, ma se qualcuno copia una canzone esiste già il diritto d’autore”. Vero, ma qui il punto è diverso. Il diritto d’autore protegge l’opera, quindi il testo, la melodia, la composizione. Il diritto del produttore protegge il master, cioè la registrazione. Ma la voce in sé? Il timbro? Il modo unico in cui una persona canta o parla?

Qui entriamo in un territorio più delicato, dove possono entrare in gioco diversi strumenti: il diritto all’immagine, il diritto all’identità personale, la concorrenza sleale, il marchio e, in alcuni casi, anche altre forme di tutela.

La mossa di Giusy Ferreri, quindi, non è una soluzione magica a tutti i problemi, ma è certamente uno scudo in più. E oggi, con l’intelligenza artificiale che corre velocissima, avere uno scudo in più non è una cattiva idea.

Il consenso sarà il vero tema dell’intelligenza artificiale nella musica

Secondo me la parola chiave di tutta questa storia è una: consenso.

L’intelligenza artificiale non deve essere trattata per forza come il nemico. Non dobbiamo fare la parte di quelli spaventati da ogni nuova tecnologia. L’AI può essere utilissima, anche nella musica. Può aiutare nella produzione, nel restauro audio, nella scrittura, nella sperimentazione creativa. Può diventare uno strumento interessante anche per gli artisti. Ma il punto è: chi decide?

Se un artista vuole concedere la propria voce per un progetto basato sull’intelligenza artificiale, benissimo. Se vuole farsi pagare per autorizzare un modello vocale, benissimo. Se vuole creare una versione digitale controllata della propria voce, benissimo. Ma deve essere lui a scegliere. Non può essere qualcun altro a prendere quella voce, inserirla dentro un sistema e usarla per farle cantare, dire o promuovere qualsiasi cosa.

Perché la voce non è soltanto un suono. Per un cantante è una parte della propria identità professionale. E, in molti casi, anche personale. È il risultato di anni di carriera, di stile, di riconoscibilità, di pubblico, di immaginario. Non si può ridurre tutto a un file audio da caricare in un software.

Come cambieranno i contratti discografici con l’AI

Questo tema, secondo me, diventerà sempre più centrale anche nei contratti discografici. Lavorando spesso con multinazionali e operatori importanti del settore musicale, è abbastanza evidente che la direzione sia questa: nei nuovi contratti entreranno sempre di più clausole specifiche sull’intelligenza artificiale, sulla voce, sull’immagine, sul volto e sull’identità digitale dell’artista.

Fino a qualche anno fa, nei contratti si scriveva spesso che la casa discografica poteva utilizzare il nome, l’immagine, la biografia e il materiale promozionale dell’artista per promuovere il progetto. Era una formula abbastanza standard. Serviva per fare copertine, comunicati stampa, videoclip, post social, campagne pubblicitarie, interviste, contenuti promozionali.

Oggi però quella formula rischia di non bastare più oppure, al contrario, di essere troppo generica e pericolosa.

Perché oggi autorizzare l’uso della propria voce e della propria immagine “con ogni mezzo presente e futuro” può voler dire molto più di quello che voleva dire dieci anni fa. Prima pensavi a una foto, a un video, a un’intervista, a un cartellone pubblicitario. Oggi potresti ritrovarti dentro un territorio completamente diverso: clone vocale, avatar digitale, deepfake, contenuti sintetici, video generati con AI, finti duetti, messaggi promozionali mai registrati davvero dall’artista.

Ecco perché nei prossimi contratti bisognerà essere molto più precisi. Bisognerà chiarire se la label può oppure non può utilizzare la voce dell’artista per sistemi di intelligenza artificiale, se può creare avatar digitali, se può usare il volto dell’artista in contenuti generati artificialmente, se può addestrare modelli sulla base di registrazioni vocali, se può realizzare versioni virtuali dell’artista o contenuti promozionali con voce clonata.

Perché il tema riguarda anche gli artisti emergenti

E attenzione: questo non riguarda solo le superstar. Riguarda anche gli artisti emergenti. Anzi, forse riguarda soprattutto loro.

Perché un artista emergente, quando firma il primo contratto importante, spesso è concentrato sull’anticipo, sulla percentuale, sulla durata, sulla possibilità di uscire con una major o con una label forte. Tutto comprensibile.

Però oggi deve iniziare a guardare anche queste clausole nuove, perché magari firma oggi una liberatoria larghissima, poi tra tre anni cresce, diventa riconoscibile e si accorge di aver autorizzato usi della propria identità che non aveva davvero capito.

Secondo me, nei contratti vedremo sempre più spesso clausole molto chiare su questo punto. Clausole che diranno, in sostanza, che la società non potrà utilizzare la voce, l’immagine, il nome, lo pseudonimo, il volto o altri elementi identificativi dell’artista per finalità di intelligenza artificiale, machine learning, voice cloning, avatar digitali o contenuti sintetici senza il preventivo consenso scritto dell’artista.

Tradotto: cara label, puoi promuovere il disco, puoi fare il tuo lavoro, puoi investire sul progetto, puoi usare il materiale autorizzato per la comunicazione normale. Ma non puoi clonarmi. Non puoi farmi cantare cose che non ho cantato. Non puoi farmi dire cose che non ho detto. Non puoi creare un mio doppione digitale senza chiedermelo. E se vuoi farlo, ne parliamo. Con un contratto, con dei limiti, con un compenso, con un controllo artistico e con il mio consenso.

Chi controlla davvero l’identità digitale di un artista?

Il punto, infatti, non è fermare il futuro. Il futuro non si ferma. Nei prossimi anni ascolteremo sicuramente canzoni create in parte con strumenti di intelligenza artificiale, vedremo avatar, contenuti ibridi, voci sintetiche, esperimenti creativi sempre più sofisticati. Sta già succedendo.

Ma il futuro non può diventare una zona franca dove tutto è permesso solo perché tecnicamente è possibile farlo.

La tecnologia deve servire la creatività, non mangiarsela. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento, ma non deve diventare un ladro d’identità.

Il caso Giusy Ferreri ci insegna quindi una cosa molto semplice: gli artisti devono iniziare a pensare alla propria identità come a un patrimonio da proteggere. Nome, voce, immagine, volto, stile, modo di cantare, modo di comunicare. Tutto ciò che rende un artista riconoscibile può avere valore. E se ha valore, va gestito con attenzione.

Non con paura. Con consapevolezza.

Perché oggi il problema non è solo che qualcuno copi una canzone. Il problema è che qualcuno possa copiare te. La tua voce, la tua faccia, il tuo modo di essere percepito dal pubblico. E in un mondo in cui la tecnologia può replicare quasi tutto, la vera domanda diventa: chi controlla l’identità dell’artista?

L’artista? La label? La piattaforma? Il software? Chi ha caricato il file? Chi ha addestrato il modello? Chi ha scritto il prompt?

Sono domande nuove, ma molto concrete. E chi lavora nella musica deve iniziare a farsele subito.

Il consiglio dell’Avvocato Fabio Falcone agli artisti

Il mio consiglio, quindi, è questo: se siete artisti, autori, cantanti, producer, speaker o creator, iniziate a leggere con molta attenzione le clausole che riguardano nome, immagine, voce, contenuti digitali e intelligenza artificiale.

Quando vi arriva un contratto, non guardate solo anticipo, percentuali e durata. Guardate anche cosa state autorizzando sul piano della vostra identità.

Se quelle clausole non ci sono, forse vanno inserite. Se ci sono ma sono troppo larghe, forse vanno limitate. Se parlano genericamente di “mezzi presenti e futuri”, forse bisogna capire bene cosa significa oggi, nel 2026, quella frase.

Giusy Ferreri ha acceso un tema che diventerà sempre più centrale per tutta l’industria musicale.

La voce non è solo suono. La voce è identità e l’identità, prima di essere usata, va rispettata.

Avv. Fabio Falcone
www.fabiofalcone.com

Nota della redazione: l’immagine utilizzata per questo articolo è stata volutamente realizzata con strumenti di intelligenza artificiale, in coerenza con il tema trattato nell’approfondimento.