Wax ha annunciato il suo nuovo singolo del 2026, Favola a metà, con una foto che non passa inosservata: il cantautore, ex Amici 25, che bacia un altro ragazzo. Provocatoria? Sicuramente. Ma la domanda che mi pongo non è questa. È un’altra: cosa rompe, esattamente, un’immagine così nel 2026? E chi finisce per raccogliere i cocci?
Wax e il nuovo percorso musicale
Prima di tutto, il contesto. Wax sta costruendo qualcosa di più solido rispetto agli esordi post-talent. Un percorso iniziato con Basta che torni a casa nel 2025 e proseguito con Nessuno qui è chi dovrebbe essere del 2026, brano che ha fatto parlare per il suo possibile riferimento ad Angelina Mango e che ha visto tornare a salire i suoi ascolti su Spotify: dai 350.000 del singolo precedente a oltre 1.200.000. Una direzione musicale più consapevole, che lo ha portato anche a collaborare con Niccolò Agliardi – cantando Chi si appartiene per il film tratto dal suo libro, Per un po’. Questo nuovo singolo si inserisce in quel cammino. E arriva con un bacio tra due uomini.
Nel post che accompagna l’annuncio, Wax scrive:
“Sono fottutamente fiero di me. Per il coraggio. Per averci messo lo stesso sudore di quando facevo cose che non mi appartenevano… ma stavolta per qualcosa di mio. A metà tra quello che ero e quello che sto diventando. Abbiamo fatto cinema, un’altra volta. Mi sono ispirato alla nostra storia, bro. Sai bene quanto ci siamo voluti bene, e quante ne abbiamo prima fatte e poi dette. Se ci rivedremo con gli occhi non lo so, ma col cuore sicuramente.”
Parole che parlano di amicizia, di affetto, di un legame profondo. E le immagini che accompagnano il tutto – uno spogliatoio di calcio, una lite, un bacio, due bambini seduti su una panchina che sembrano rappresentare loro da piccoli – costruiscono uno storyboard preciso. Una storia. O almeno, la sua versione di una storia.
Queerbaiting: il fenomeno che torna
Quello che si vede in queste immagini potrebbe far pensare anche a una cosa che negli ultimi anni ha trovato un nome preciso: queerbaiting. È quella tecnica di marketing che allude a relazioni o identità LGBTQ+ senza mai confermarle esplicitamente, con l’obiettivo di attirare l’attenzione del pubblico queer evitando al tempo stesso di alienare chi è più conservatore. Una falsa inclusione, in sostanza.
Il queerbaiting nella musica italiana non è un fenomeno nuovo. In Italia ne abbiamo visti esempi recenti. Leo Gassmann e Aiello durante Sanremo hanno costruito una complicità ammiccante sui social che si è spenta con le luci del palco dell’Ariston, raccogliendo critiche da chi sembra averne riconosciuto il meccanismo, come Grazia Sambruna. Ma il caso di Wax è diverso, e per certi versi più interessante da analizzare.
Ci voglio vedere buona fede anche se. Non penso che Wax, che è un ragazzo più maturo di quanto sembri, voglia giocare cinicamente sull’argomento. Questo articolo non è una critica a lui. Ma vuole essere una finestra aperta su qualcosa di più grande.
WAX e Il lusso di poter provocare
Quello che quelle foto mi hanno fatto pensare è questo: Wax può usare quel bacio come parte di uno storyboard. Può incassare i commenti, le accuse, i “gay pure il Wax” che si leggono sotto al post, sapendo che non stanno descrivendo quello che è, ma quello che sta interpretando. È uno scudo. E la prova arriva dai commenti stessi: c’è chi sente la necessità di specificare che no, Wax non è gay, è fidanzato con la creator Aurora Baruto. E nei commenti si legge: “vede un video e subito fate deduzioni semplicistiche, è una storia parallela, non è mai ciò che sembra lui, lui vola con la testa e devi entrarci dentro per capire, ma la risposta è no, non è gay”. In quelle parole, nel bisogno di sottolineare cosa Wax è e cosa non è, c’è già tutta la riflessione che voglio fare.
Quando le critiche e la violenza – anche verbale, anche social – ti arrivano mentre sai che stai provocando, e non semplicemente essendo te stesso, è più facile da reggere. Perché non arrivano a quello che sei davvero. Ti scivolano addosso. Lo stesso, purtroppo, non può dirlo una persona omosessuale.

Quello che quell’immagine dice a chi non può provocare
Mentre Wax bacia un ragazzo in un video, ci sono altri giovani artisti, anche noti, che nascondono il loro orientamento sessuale. Per scelta, per difficoltà a sentirsi pronti, a volte ancora per consiglio di manager e discografici che vedono nel coming out un rischio per il business. Succede ancora. È cambiato meno di quanto ci piace pensare dai tempi in cui Tiziano Ferro, all’apice del successo, doveva combattere quella stessa discografia che vedeva nel suo essere quello che era una minaccia al core del mercato. Brutto e brutale, ma fidatevi: spesso funziona ancora così.
E così, mentre Wax gioca alla provocazione, qualcuno porta avanti una carriera dovendo stare lontano da ciò che è. Cantando canzoni che non sente sue, costruendo un’immagine che non gli appartiene, perché il mercato – o la paura – lo richiede.
Pensate a quell’immagine di Wax e chiedetevi: se quello scatto lo avesse dato un artista su cui da anni si specula, i commenti sarebbero stati gli stessi? No. I titoli sarebbero stati “Tizio fa coming out”. E tutto sarebbe ruotato attorno al giudizio su quello che quella persona è. Non su quello che ha fatto. Perché quando sei etero e baci un ragazzo in un video, si giudica il progetto, il suo lancio, l’immagine. Quando sei gay e lo fai, si giudica la persona.
E allora quell’immagine, a un giovane ragazzo che sta facendo i conti con la sua identità, come arriva? Forse come un gesto di coraggio che gli dice che è possibile. O forse come uno schiaffo: la conferma che qualcuno può “giocare” con qualcosa che lui non riesce ad avere con serenità, senza paura.
Perché quel bacio è ancora una conquista che si paga con le cicatrici – quelle dell’anima, nel migliore dei casi – mentre per qualcun altro è solo una scena di un video.
A lui quel bacio, che è parte di quello che è, viene negato, criticato, reso come qualcosa da conquistare. Mentre Wax può usarlo come storyboard, fregandosene delle conseguenze. Perché quelle conseguenze non arrivano a toccare quello che è davvero.
l’industria musicale è meno aperta di quel che si pensa
Un mio amico era a una cena con diversi produttori, anche molto noti. Quando si è voluto sminuire un professionista di serie A della musica, sapete quale frase è stata usata? “Ma si che deve fare, quello è ricc**one.” Ecco dove siamo. Ecco quanto è cambiato. L’omofobia nell’industria musicale non si è estinta, si nasconde semplicemente meglio.
La società sta facendo passi, soprattutto tra le nuove generazioni, ma non sono i passi da gigante che ci raccontiamo. Si parla ancora di “accettazione”, come se la natura di una persona dovesse essere sottoposta al giudizio di qualcun altro. Come se si dovesse chiedere il permesso di amare.
La vera provocazione, oggi, non è un bacio in un video. L’ignoranza non si combatte con le provocazioni – quelle aumentano solo l’odio e il pregiudizio di chi è già prevenuto. Si combatte con il dialogo, con il racconto, con le parole. E chi fa il cantante o il cantautore dovrebbe usare soprattutto quelle. Come ha fatto Roberto Vecchioni con La bellezza, Federico Salvatore con Sulla porta, Niccolò Agliardi con Perfetti, Ivano Fossati con Denny. Come non hanno potuto fare, con la loro musica, artisti immensi come Umberto Bindi, nati in un’epoca ancora più crudele.
Nel frattempo, qualcuno là fuori porta avanti una carriera nascondendo o omettendo quello che è. Non per scelta, o non solo. E nessuno ne parla. Neanche io, in questo articolo, posso farlo davvero.
Ph. Ila Dam. Le immagini sono utilizzate a scopo critico e informativo ai sensi dell’art. 70 della Legge sul Diritto d’Autore (L. 633/1941 ).











