23 Febbraio 2026
di Direttore Editoriale
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23 Febbraio 2026

Laura Pausini a Sanremo 2026: la star internazionale che l’Italia continua a sottovalutare

ra critiche e polemiche, i numeri parlano: Grammy, Golden Globe e 75 milioni di dischi

Laura Pausini a Sanremo 2026 tra critiche e premi internazionali
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Domani sera, martedì 24 febbraio, Laura Pausini salirà sul palco dell’Ariston come co-conduttrice del Festival di Sanremo 2026 al fianco di Carlo Conti. Un ritorno che dovrebbe essere una celebrazione, ma che arriva in un clima avvelenato da critiche feroci e spesso ingiustificate.

Dalle cover di Io Canto 2 alla reinterpretazione dell’inno di Mameli, ogni sua mossa è stata passata al setaccio con una severità che raramente si riserva ad altri artisti. Lei stessa, arrivata a Sanremo domenica per le prove, ha scritto sui social:

“So quante parole lo raccontano ogni volta, parole che anche io vedrò scritte accanto al mio nome: bella e brutta, simpatica e antipatica, capace e incapace… ma non permetterò a nessuno di rovinare questo momento unico della mia Vita”.

La domanda, allora, sorge spontanea: perché l’Italia, ciclicamente, si accanisce contro l’unica vera star globale che ha prodotto negli ultimi trent’anni? Perché continuiamo a sottovalutare un’artista che il mondo intero, l’America Latina soprattutto, invece, celebra e rispetta? Forse è il momento di mettere da parte le opinioni e far parlare i fatti.

I numeri che non mentono: 75 milioni di dischi e 33 anni di carriera

Prima di ogni analisi, ci sono i numeri. E i numeri di Laura Pausini sono inattaccabili. Parliamo di 75 milioni di dischi venduti nel mondo, una cifra che la colloca nell’olimpo della musica mondiale. Ma non è solo una questione di vendite. È una questione di talento, visione e tenacia. Dal 1993, anno della vittoria a Sanremo con La solitudine, Laura Pausini ha costruito una carriera che non ha eguali nella storia della musica italiana contemporanea.

Fin dagli anni ’90, ha capito che per diventare una star globale non bastava cantare bene: bisognava cantare in altre lingue. Spagnolo, portoghese, inglese, francese: ha costruito un repertorio multilingue che le ha permesso di entrare in mercati complessi come quello latinoamericano e nordamericano, diventando un nome familiare per milioni di persone che non parlano italiano. Nel 1994, a soli vent’anni, pubblica il suo primo album in spagnolo. Una scelta coraggiosa, in un’epoca in cui gli artisti italiani si limitavano al mercato domestico. Quella scelta ha cambiato tutto.

Sul fronte dei concerti i numeri sono altrettanto impressionanti. Non i palazzetti italiani, ma i templi della musica mondiale: il Royal Albert Hall di Londra, lo Zenith di Parigi, il Madison Square Garden di New York. Nel 2018 è stata la prima donna a esibirsi al Circo Massimo di Roma, davanti a 50.000 persone. Palchi che non si comprano con la promozione, ma si riempiono con un pubblico che paga un biglietto per vederti. Un pubblico che lei ha costruito in trent’anni di carriera, con una tenacia e una dedizione che in Italia spesso diamo per scontate.

laura pausini e I premi che contano: Grammy, Golden Globe e Latin Grammy

Le critiche si sciolgono di fronte al peso dei riconoscimenti internazionali. E non parliamo di premi minori, ma dei massimi vertici dell’industria musicale. Spieghiamo i più importanti, perché spesso in Italia se ne sottovaluta il valore.

  • Grammy Award (2006): Vinto per l’album Escucha nella categoria “Best Latin Pop Album”. Il Grammy è l’Oscar della musica. Vincerlo significa essere riconosciuti come eccellenza mondiale dall’industria americana, il mercato più importante e competitivo del pianeta. Laura Pausini è la prima e unica cantante italiana donna ad averne vinto uno.
  • Latin Grammy Awards (5 vinti): Sono l’equivalente dei Grammy per il mercato di lingua spagnola e portoghese. Laura ne ha vinti cinque nel corso della carriera (2005, 2007, 2009, 2018, 2023), tra cui quello come “Persona dell’Anno” nel 2023, un riconoscimento alla carriera che viene conferito solo agli artisti latini e che prima di lei era andato a nomi come Shakira, Marc Anthony, Caetano Veloso e Juan Gabriel. Non è un premio a una canzone, è un’incoronazione.
  • Golden Globe (2021): Vinto per la miglior canzone originale con Io sì (Seen), colonna sonora del film La vita davanti a sé con Sophia Loren. Il Golden Globe è uno dei premi più prestigiosi del cinema mondiale. Vincerlo significa entrare in un club esclusivo, quello dei grandi compositori per il cinema.
  • Nomination all’Oscar (2021): Con lo stesso brano, è stata candidata all’Oscar nella categoria “Miglior canzone originale”. La nomination, di per sé, è un traguardo che pochissimi artisti italiani hanno mai raggiunto. Prima di lei, solo Ennio Morricone e Nicola Piovani avevano ottenuto questo riconoscimento.

A questi si aggiungono un’infinità di altri riconoscimenti, dai World Music Awards ai Billboard Latin Music Awards, fino all’onorificenza di Commendatore della Repubblica Italiana ricevuta nel 2006. Un palmarès che non si costruisce con la fortuna, ma con una strategia precisa e un talento indiscutibile.

Le collaborazioni che contano: da Phil Collins a Michael Bublé

Un altro elemento che distingue Laura Pausini dalla maggior parte degli artisti italiani è la rete di collaborazioni internazionali che ha costruito negli anni.

Phil Collins le ha scritto Looking for an Angel per l’album La mia risposta del 1998, Madonna un brano per l’album del 2004. Michael Bublé ha duettato con lei in You’re My Number One. Ha cantato con Ray Charles, Kylie Minogue, Marc Anthony, Luis Fonsi, Robbie Williams, Rauw Alejandro. Nel 2012 ha duettato con Luciano Pavarotti al Pavarotti & Friends, esibendosi davanti a un pubblico mondiale. Queste collaborazioni non sono casuali: sono il risultato di una reputazione costruita con il lavoro e il rispetto reciproco tra professionisti.

Il confronto con gli altri: nessuno ha fatto quello che ha fatto lei

Negli ultimi trent’anni, molti artisti italiani hanno provato a sfondare all’estero. Alcuni ci sono riusciti parzialmente, altri hanno fallito. Ma nessuno ha raggiunto i risultati di Laura Pausini. Nessuno ha vinto un Grammy. Nessuno ha venduto 75 milioni di dischi. Nessuno ha riempito il Madison Square Garden o il Royal Albert Hall. Nessuno ha duettato con Phil Collins e Ray Charles. Nessuno è stato nominato all’Oscar.

Questo non significa che gli altri artisti non abbiano talento. Significa che Laura Pausini ha fatto qualcosa di più: ha costruito una carriera internazionale con una strategia precisa, una visione a lungo termine e una dedizione totale. E questo, in Italia, spesso non viene riconosciuto.

Perché l’Italia continua a sottovalutarla?

Forse il problema è proprio questo: in Italia, Laura Pausini è “una di casa”. La ragazza di Solarolo che vinse Sanremo con La solitudine. E come spesso accade, “nemo propheta in patria”. La sua familiarità ci impedisce di vederla per quello che è diventata: un’artista di caratura mondiale, un’imprenditrice di se stessa, un’ambasciatrice della cultura italiana che ha fatto più di mille campagne istituzionali.

Le critiche feroci nascono da questo cortocircuito: la pretendiamo ancora come la ragazza della porta accanto, ma la giudichiamo con la severità che si riserva a una star globale. È un paradosso tutto italiano. Quando Beyoncé fa una cover, il mondo applaude. Quando Laura Pausini fa Io Canto 2, l’Italia la critica. Quando Lady Gaga reinterpreta l’inno americano, è arte. Quando Laura Pausini reinterpreta l’inno di Mameli, è polemica.

Domani sera all’Ariston: una co-conduttrice che merita rispetto

Domani sera, quando Laura Pausini salirà sul palco dell’Ariston come co-conduttrice di Sanremo 2026, proveremo a guardarla con occhi diversi. Non come “la Laura nazionale”, ma come una delle artiste più importanti che questo Paese abbia mai avuto. Una professionista che ha studiato, ha lavorato, ha vinto. Una donna che ha portato la musica italiana nel mondo, che ha riempito i palchi più prestigiosi del pianeta, che ha vinto premi che nessun altro italiano ha mai vinto.

Può non piacere il suo stile, la sua voce, la sua musica e starci anche antipatica, è legittimo. Si può dirlo, anche pubblicamente. Ma c’è un modo per farlo: con educazione, senza la ferocia vista sui social negli ultimi mesi. Perché al di là dei gusti personali, resta il rispetto dovuto a una carriera così. Un rispetto che non è opinabile, ma è un dato di fatto costruito in trent’anni di lavoro.

E che questo rispetto non arriva proprio a causa sua è una delle contraddizioni tipiche del nostro paese.