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La versione di Monina

Chi parla male pensa male: le canzoni, il vocabolario e l’impoverimento lessicale

Idiosincrasia, ecomostri, novero: le parole di Monina e la tesi del "chi parla male pensa male".

di Michele Monina · 

Ho citato Io vorrei non vorrei ma se vuoi di Lucio Battisti, con quel ritornello così potente da essere entrato a far parte del nostro uso comune. Anche un’altra parola usata, idiosincrasia, quella forma di intolleranza che proviamo nei confronti di una determinata situazione, persona, cosa, l’ho appresa da una canzone. Da anni stiamo assistendo a un impoverimento lessicale e anche armonico/melodico imponente. Nanni Moretti, suppergiù quando Franco Fasano parlava di idiosincrasia al Festival, faceva dire al suo Michele Apicella in Palombella Rossa, “chi parla male pensa male”, e questa frase dice una grande verità.

“Giocate al poliziotto buono e il poliziotto cattivo?”

“Oggi non ci sono poliziotti buoni”.

Sto facendo la cyclette, me misero, me tapino, mentre nell’atrio del portone del palazzo dove abito va in scena una riunione straordinaria di condominio finalizzata a impedire a uno dei condomini di adibire il suo appartamento a Airbnb, che è un po’ quello che già cinquantaquattro anni fa Mogol certificava impossibile come provare a arginare il mare con uno scoglio.

Non partecipo a questa riunione, non certo per fare la cyclette, la cyclette la faccio perché sono sovrappeso e in questi giorni non riesco a fare i miei dieci chilometri di camminata veloce quotidiani. No, non partecipo perché sto per partire con un progetto che proprio da queste parti trova la luce, ma di questo si parlerà altrove. Sto facendo la cyclette e nel mentre, come tutti quelli che fanno la cyclette, non avendo panorami da ammirare, guardo una serie tv, nello specifico la prima stagione di Mayor of Kingstown. È da lì che viene la frase con la quale questo pezzo ha mosso i primi passi, quella sul poliziotto buono e il poliziotto cattivo.

Sono circa trent’anni che vengo identificato col poliziotto cattivo, quello che durante gli interrogatori spegne le sigarette sulle mani dei presunti colpevoli, che assesta colpi proibiti, che non rispetta le regole. Ora, a parte la mia idiosincrasia nei confronti delle guardie, roba che risale agli anni Novanta, la Pantera, i centri sociali, quella storia lì, essere relegato dentro una qualsiasi casella è cosa che mi innervosisce non poco, perché ho speso più tempo a provare a essere libero che a coltivare quelle relazioni che mi avrebbero invece permesso di essere ricco, scemo che non sono altro, per cui no, non sono un poliziotto cattivo.

E non lo sono anche perché ho passato buona parte di questi medesimi trent’anni a coltivare bellezza, o quantomeno a indicare dove la bellezza stava crescendo, ecco, sì, questa è una definizione più corretta, quindi figuriamoci se spengo sigarette sulle mani dei presunti colpevoli durante gli interrogatori. Certo, a volte mi prendo agio di assestare qualche colpo, lasciando però segni ben visibili, e comunque io indico quelle azioni come di chi prova a abbattere gli ecomostri per lasciare modo a chi da quegli ecomostri è oscurato, di prendersi la propria porzione di luce.

Quante parole usiamo: il vocabolario degli italiani secondo De Mauro

Mi fermo. Quella cui avete assistito era una falsa partenza. Anzi, una doppia falsa partenza. C’era la citazione di Mayor of Kingstown, e subito dopo il discorso si è spostato sul mio lavoro di critico musicale.

In realtà qui, oggi, si parla d’altro. E l’altro di cui si parla, ta-dan, è già stato subliminalmente introdotto nel discorso attraverso quelle parole che fungono da gancio: “me misero, me tapino”, “arginare”, “idiosincrasia”, “ecomostri”, “subliminalmente”. Parole che escono da quel novero, anche “novero” potrebbe entrare in quel piccolo elenco, di termini che sono di uso comune, che quindi vengono usati quotidianamente dalla più parte della popolazione.

Sappiamo che un italiano medio ha nel proprio vocabolario circa sei, settemila parole, ce l’ha detto a suo tempo un ottimistico Tullio De Mauro, ma che poi ne usa quotidianamente circa duemila, questo per un buon 90% dei suoi discorsi.

Per un certo periodo è girata una bufala che voleva addirittura ridotto a circa trecento quel vocabolario fondamentale di uso quotidiano, e stando a quel che capita di leggere sui social e anche a volte dentro certe mail, si sarebbe portati a crederci, “apposto” al posto di “a posto”, assenze di acca ingiustificate, sparizione totale del condizionale, quell’incapacità ormai endemica di comprendere un testo anche elementare, il famoso “analfabetismo funzionale” nel quale ormai incappiamo ogni giorno.

Come si imparavano le parole: Battisti, Franco Fasano e Sanremo 1989

Chiaramente non state leggendo un pezzo che parla di linguistica, ma in qualche modo ci avviciniamo a quel settore, perché vorrei concentrare lo sguardo su come, ai miei tempi, capitasse abbastanza spesso di apprendere il significato, e ancor prima anche l’esistenza, di parole desuete, eccone un’altra, proprio a partire dal mondo delle cosiddette canzonette. Lo si faceva anche leggendo libri, libri che per di più tendenzialmente proponevano una lingua diversa da quella parlata, anche laddove simulassero un gergo, ma il mondo dei libri oggi sembra essere in via di estinzione, come i rinoceronti bianchi, quindi per non deprimermi preferisco parlare di canzoni.

Ho citato Io vorrei non vorrei ma se vuoi di Lucio Battisti, con quel ritornello così potente da essere entrato a far parte del nostro uso comune. Come può uno scoglio arginare il mare, frase che fa parte del nostro corredo per dire che di fronte a certe situazioni, certi eventi, è impossibile oltre che controproducente provare a tirare su un muro, un argine, appunto. La parola argine, magari la conoscevo già. Il verbo arginare, il brano è del 1972, io del 1969, sicuramente l’avrò sentito per la prima volta mentre in casa girava il singolo sul piatto dello stereo. Funzionava così, del resto, il nostro vocabolario derivava dalla quotidianità, prevalentemente casalinga, dalla scuola, dai libri, e dalle canzoni.

Anche un’altra parola usata, idiosincrasia, quella forma di intolleranza che proviamo nei confronti di una determinata situazione, persona, cosa, l’ho appresa da una canzone. Era la fine degli anni Ottanta, quindi, no, idiosincrasia la conoscevo già, avendo appena concluso il classico, ma va bene lo stesso come esempio, era la fine degli anni Ottanta e Franco Fasano, valente cantautore, autore di canzoni parte del nostro patrimonio culturale musicale, quali Ti lascerò, vincitrice del Festival di Sanremo nell’interpretazione di Anna Oxa e Fausto Leali, Io amo o Mi manchi, sempre per Leali, o Regalami un sorriso, di Drupi, era dicevo la fine degli anni Ottanta, per la precisione il 1989, anno in cui Ti lascerò vincerà il Festival, quando Franco Fasano presenterà sempre all’Ariston la sua E quel giorno non mi perderai più.

Canzone che si piazzerà terza nella sezione Nuove Proposte, dietro Canzoni di Mietta e Io e il cielo di Jo Chiarello. Canzone che iniziava così: “L’inquietudine è una scia, dove nuoti sempre tu/ La corrente è troppo forte/ E tu non ti fermi più/ La tua rotta hai scelto già verso l’idiosincrasia, per le cose più normali anche per me.”, il testo è di Fabrizio Berlincioni, per poi allungarsi verso il ritornello con questi versi “Se tu seguissi la teoria della regolarità/ ti raggiungerei attraverso tutte le difficoltà/ E se poi istintivamente ritrovassi l’armonia/ ne guadagnerebbe il mondo, non solo noi”.

Stiamo parlando di canzonette, ripeto, e questa era una canzone in gara al Festival di Sanremo, nei bistrattati anni Ottanta, per di più nella sezione Nuove Proposte. Sezione Nuove Proposte che avrebbe visto la vittoria di una giovane Mietta con un brano a sua volta scritto da Amedeo Minghi, per la parte musicale, e da Pasquale Panella, poeta noto al mondo della musica per aver dato le parole agli album “bianchi” di Lucio Battisti, oltre che a Enzo Carella e a tanti altri, canzone che invece aveva versi introduttivi come “Quello che sta succedendo sarà forse sì musicale, ma si tratta di noi, ti ricordi di noi, non sono cose che puoi dirle in musica e farne via via melodia”, santo Dio, per poi lasciar spazio a quel “e allora tarataratattattattà” in qualche modo fratello maggiore del “trottolino amoroso dudduddù-daddaddà” che l’anno seguente la stessa Mietta avrebbe cantato proprio col maestro Minghi, per poi aprirsi a un epico “quello che capita nelle canzoni non può succedere in nessun posto del mondo”. Capirete, immagino, che attingere il proprio vocabolario da testi che usassero parole alte, dentro forme stilistiche così poetiche, portava anche un ascoltatore distratto, parliamo di Sanremo, a arricchirsi.

Non so se gliel’ho mai neanche raccontato, ma mentre studiavo all’Istituto di ragioneria Benincasa di Ancona, il mio compagno di banco, Luca Paolinelli, mi ha passato una audiocassetta che conteneva Nuovo Swing di Enrico Ruggeri, da poco passata sempre dal palco dell’Ariston, durante il Festival. La canzone, decisamente strana nel suo incedere musicale, con quell’intro da ballad e quello scarto in avanti dentro un electro-swing, poi, iniziava così “Forse il vero amore, vuol restare grande/ Preferisce chiudersi e morire/ In un colpo invece che appassire/ ma non puoi accettarlo/ se ne sei coinvolto tu/ Corri fuori a cercarlo/ Oppure non voltarti più”, per poi proseguire con “La parola addio, non si concepisce/ Mentre sfila lento quel corteo, di esistenze apparentemente lisce,” la rima interna, Dio mio, “Ma un telefono suona, e tutto ricomincerà/ che stavolta sia la volta buona, ché il presente scivola già”.

Immaginatemi neanche quindicenne che decido che no, quella non era la scuola che faceva per me, io volevo occuparmi di parole, e di musica, arrivato sano e salvo alla fine dell’anno, promosso in una classe che conterà un sacco di bocciati e rimandati, a ricominciare daccapo al classico. Ruggeri, comunque, di parole desuete a un pubblico mainstream ne ha presentate parecchie, nel corso di una carriera che andrebbe vagliata sui libri di italiano.

Impoverimento lessicale e musicale: “chi parla male pensa male”

Bene, lungi da me fare il boomer, o portare avanti atteggiamenti cringe, ovviamente queste due orribili parole stanno qui volutamente, ma è chiaro che da anni stiamo assistendo a un costante e ostinato, direbbero sulle notazioni di uno spartito, abbassamento verso il basso di tutto il comparto musicale, che si tratti di parole ma anche di composizione. Non voglio generalizzare, attenzione, il mio tentare di abbattere gli ecomostri per dar modo a chi dagli ecomostri è tenuto al buio indica che sono fermamente convinto che il bello ci sia ancora, ma parlo di classifiche e di mercato, quindi di cultura di massa, popolare.

Da anni stiamo assistendo a un impoverimento lessicale e anche armonico/melodico imponente, e questo, accompagnato a un parallelo impoverimento della lingua e dei contenuti che si muovono attraverso le altre forme d’arte, la letteratura, per dire, ma anche il mondo del giornalismo, perché no?, e più in generale della comunicazione, sta portando tutti verso un analfabetismo diffuso e ben radicato.

Nanni Moretti, suppergiù quando Franco Fasano parlava di idiosincrasia al Festival, faceva dire al suo Michele Apicella in Palombella Rossa, “chi parla male pensa male”, e questa frase dice una grande verità. Se come popolo ci stiamo disabituando, forse ci siamo ormai disabituati, a parlare bene, a usare tante belle parole, e siamo anche abituati al brutto di certe melodie banali, di certi suoni preconfezionati e tutti simili, pensiamo male. E chi pensa male, questo Silvio Berlusconi lo aveva ben capito quando ha usato le televisioni per iniziare quest’opera massima di analfabetizzazione degli spettatori, finirà per stare costantemente sotto. Sotto chi governa, certo, ma soprattutto, siamo nel 2026, sotto chi produce.

Se Eco sosteneva, a ragione, che i social avevano dato diritto di parola a legioni di imbecilli, il risultato è stato che il famoso “uno vale uno” ha portato non alla tanto sbandierata democratizzazione, semmai piuttosto alla perdita di quell’autorevolezza cui un tempo si guardava per crescere, apprendere, migliorarci.

Attenzione, non sto dicendo che, per fare un esempio anche scontato, il gergo che esce dalle canzoni trap, con quelle parole ripetute come fosse un vero slang, e non piuttosto uno slang che da lì prende il volo per diventare poi reale, sia qualcosa di solo contemporaneo e quindi da guardare con stigma. Figuriamoci, i “chicopisco” e le “ballotte” di Neffa hanno ormai trent’anni e passa, e i gerghi giovanili hanno attraversato tutti quei giovani che, dal rock’n’roll in poi, ormai settant’anni fa, hanno usato la musica leggera per emanciparsi dalle generazioni precedenti.

Certo, dovessi farmi il mio vocabolario, e quindi la mia coscienza critica ascoltando, che so?, Gasolina di Anna, con versi come “Il tuo baby mi cerca, ma lo sa che non mi trova / Gli ho detto: ‘Se stai con lei, perché ne vuoi una nuova?’ / Non ho più risposto, stavo atterrando ad Arona / Faccio avanti e indietro, da Milano a Barcellona” o Capri Sun di Capo Plaza, “Ora addosso ho mille flash e sono in ansia per le pare / Sono fatto di tre droghe che in passato troppo male / Quell’amore tossico, un tossico per le scale / Ha infamato mio fratello, mo’ deve ricominciare”, ecco, diciamo avrei un vocabolario giusto un po’ meno articolato, anche se con buone probabilità sopravviverei all’incontro notturno con dei maranza che si vogliono fottere il mio vecchio Samsung.

Dico però che manca tutto il resto, e quando anche ci fosse, in effetti c’è, al resto manca modo di emergere, visto che il mercato è ormai omogeneizzato e omologato tutto su quei pochi suoni e quelle poche parole. Manca la pluralità, la diversità, e questo proprio ora che volendo sarebbe assai più facile accogliere i punti di vista altri, sia per tecnologia che per sviluppo sociale.

Ci pensavamo tutti più liberi, invece ci stiamo dando in pasto a quei pochi che detengono il potere con un sorriso sulla bocca.

Produci, consuma, crepa, sì, ma fallo pensando di saperla lunga.