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La versione di Monina

Che l’AI sia con noi: la musica italiana nel compattatore della Morte Nera

Per Michele Monina l'intelligenza artificiale è l'unica alleata della qualità: satura un mercato che era già finto.

di Michele Monina · 

Chi opera nella musica si sta oggi concentrando in maniera ossessivo compulsiva sull’uso dell’AI nella nostra povera musica italiana. Ne ha parlato anche Stefano De Martino anticipando il prossimo Festival di Sanremo, tranquillizzando la popolazione. Perché l’assenza lamentata o scoperta di tormentoni delle ultime due estati è chiaramente l’impatto dell’AI sul nostro sistema. A me sembra che all’AI si dovrebbe quindi guardare con una certa simpatia, la sola alleata di chi ambisce a un ritorno della qualità, alleata perché in grado di saturare un mercato farlocco.

Durante l’ultima estate, da poco conclusasi nonostante il meteo sembra non ne sia stata messa al corrente, mentre provavamo a trovare rimedi al caldo torrido che non incocciassero col caro bollette la cui causa è prontamente passata dall’Ucraina a Hormuz, e mentre qualcuno azzardava l’immediato revivalismo del motto “il tormentone di questa estate è l’assenza di tormentoni”, mai si è visto una retromania reynoldsiana che peschi nell’anno precedente, tra le pieghe della rete si dibatteva su una questione in apparenza irrilevante, se, cioè, la fantascienza sia preposta o meno a predire il futuro. Il tutto a partire da un frettoloso articolo del romanziere Mauro Covacich su la Lettura, evidentemente di fantascienza poco a conoscenza, inserto culturale, la Lettura, di un certo pregio, per poi proseguire sulle medesime colonne ma soprattutto dentro un luogo che, a dirla tutta, proprio da certa fantascienza è stato predetto: l’internet.

Ora, fatta la tara al dato oggettivo che la fantascienza è sempre stata assai più interessata a raccontare il presente che a predire il futuro, la guerra fredda, l’alienazione da fordismo, il passaggio da una vita rurale a quella metropolitana, e dato per assodato che soprattutto la corrente cyberpunk ha intuito l’imminente, andando a anticipare dentro i propri testi robetta come appunto il web, i social, i cambiamenti climatici, quella concentrazione di capitalismo e potere che stiamo mestamente subendo, una atmosfera meticcia e postapocalittica cui alcuni sembrano guardare con terrore, rimane ineluttabile che pur non vivendo su Marte, circondati da alieni, quantomeno alieni provenienti da altri universi, non nutrendoci di pillole e non viaggiando su navicelle che si muovono a mezzo metro dalle strade, il presente che ci troviamo davanti qualcosa di distopico e finale ce lo sta presentando.

Però, visto che questa è una rubrica ospitata da un sito di musica, anzi, dal sito dove la musica italiana viene presa sul serio, cito, vivaddio, credo sia il caso di provare a riportare il discorso da queste parti, pur nell’eccentricità dell’autore, che poi sarei io, mica avrete pensato che qui scrivessi in maniera didascalica, no?

Marea tossica, la fantascienza che racconta la musica di oggi

Proprio il discorso sottotraccia sul rapporto della fantascienza e l’idea di futuro, e soprattutto il guardare alla fantascienza allargando un pochino la panoramica, quindi uscendo dallo stretto binario dell’asse USA-Europa, mi offre il LA, toh, la musica, per citare un passaggio di un interessante romanzo dal titolo Marea tossica, e già potrei fermarmi qui, lasciando intendere che la panoramica sul mondo della musica contemporanea, dove sembra per altro che il vero problema possa essere relegato ai due villain disneyani che rispondono ai nomi Autotune e Intelligenza Artificiale, altra intuizione fantascientifica mica da ridere.

Autore del romanzo è Chen Qiufan, classe 1981, cinese. Nel suo romanzo, uscito nel 2020, ispirandosi alla discarica e-waste di Guiyu, ipotizza che in un futuro prossimissimo esistano luoghi come la sua Silicon Isle, nella quale un gruppo di giovani donne, le “ragazze dei rifiuti”, si muove tra cumuli di immondizia 2.0, risultato di una società sempre più ipertecnologica ma anche sempre più legata ai consumi e alla voracità dell’accumulo. Una sorta di nemesi del concetto di isola felice, perché qui si arriva nella convinzione di trovare l’Eldorado, salvo poi ritrovarsi a vivere nel vero degrado, senza neanche la possibilità di affacciarsi a quella che è la vera Cina del futuro.

L’AI nella musica italiana, la nostra piccola Gotham City

Ora, mettiamo da parte la trama del romanzo in questione, no spoiler, e anche il dettaglio non irrilevante che forse in questo caso la fantascienza più che provare a predire il futuro o raccontare il presente, è partita dal passato prossimo per ipotizzare una timida speranza, e veniamo a noi. Seguendo i vieti canoni della comunicazione politica, qui azzardo io, quella che guarda alle nostre città come a tante piccole Gotham City, ricorderete tutte l’ironia del destino che portò Beppe Sala, sindaco della città raccontata oggi come oggi come la più violenta e pericolosa, altro che peggiori bar di Caracas, Beppe Sala che finì a interpretare il sindaco di Gotham City nell’imbarazzante lancio social del ritorno dei Club Dogo, lui a muoversi in auto in una città oscura, solo sirene di ambulanze e polizia a fare da colonna sonora, proprio a ridosso del reale arrivo in città dell’ex superpoliziotto Franco Gabrielli, incaricato di occuparsi proprio di sicurezza, lì a dire in conferenza stampa “Milano non è Gotham City”, dicevo, seguendo i vieti canoni della comunicazione politica, quella che guarda alle nostre città come a tante piccole Gotham City, e daje allo straniero, al pericolo islamizzazione e via discorrendo, chi opera nella musica si sta oggi concentrando in maniera ossessivo compulsiva sull’uso dell’AI nella nostra povera musica italiana.

Ne ha parlato anche Stefano De Martino anticipando il prossimo Festival di Sanremo, tranquillizzando la popolazione. A me, che più che una ragazza dei rifiuti mi capita spesso di sentirmi come Han Solo, insieme a Chewbacca, Luke Skywalker e la principessa Leia nel compattatore dei rifiuti della Morte Nera, senza neanche un R2-D2 in grado di salvarmi dalla Morte Certa, provi a scappare dai cattivi e finisci di male in peggio, la situazione mi sembra flaianescamente, tragica ma non seria.

I tormentoni scomparsi e la canzone unica della musica pop italiana

Perché l’assenza lamentata o scoperta, come se fosse qualcosa di difficile da decifrare, di tormentoni delle ultime due estati è chiaramente l’impatto dell’AI sul nostro sistema, per citare qualcosa che invece sia saldamente ancorato al genere umano di quando si usava carta e calamaio, dimmi tu se uno deve compiacersi di aver citato l’Emilio Fede di Test, Santo Iddio, “nun c’è bisogno ‘a zingara p’addivina’ Cunce'”, Giuseppe Capaldo dixit ormai centoventi anni fa in Comme facette màmmeta.

AI che si è limitata a copiare, e cos’altro dovrebbe mai fare, un metodo che certi umani, quelli che poi passan le giornate a dirci “questa l’ho scritta io ma non l’ho cantata”, imbastendo a mano i medesimi ricami: prendi un pezzetto di quello, un pezzetto di quell’altro, leggi alla voce pattern, usa suoni familiari, inverti certi passaggi melodici, se proprio devi, per non incappare in accuse di plagio, resta comunque in quel brodo e fai sì che tutta la musica pop italiana sembri un’unica lunghissima canzone con pochissime variazioni, altro che Bach e Goldberg.

Non quindi qualcosa di sconvolgente perché mai visto, ma l’amplificazione di un orrore che era già ben insediatosi tra noi, con la sola differenza dell’industrializzazione pesante, “se prima eravamo in due a ballare l’Hully Gully, ora siamo in mille a ballare l’Hully Gully”. Risultato: se invece di dieci brani con caratteristiche per diventare tormentoni, tanto poi ci pensano le radio che si pappano le edizioni, o chi opera sulle playlist che agevola gli amichetti indicando nell’algoritmo la figura di un altro ipotetico villain, ne abbiamo cento, chiaro che la situazione si complica, col risultato che lì in quel mare di rifiuti ipertecnologici niente emerge davvero.

Tutto nella norma, e del resto, anche in questo la fantascienza ci aveva indicato la via, fotografando la stanza e evidenziando il vuoto al nostro fianco dei vampiri, non è che un alieno deve necessariamente avere le sembianze di un enorme rettile con la testa ovoidale e enormi occhi senza sclera, nome che mi sono ricordato chiedendo a Gemini, ovviamente, altrimenti avrei dovuto scrivere uno sciatto “la parte bianca dell’occhio”, L’invasione degli ultracorpi coi suoi baccelli giganti è modernariato puro, forse anche archeologia, altro che Black Mirror.

Perché all’AI dovremmo guardare con simpatia

A me sembra che all’AI si dovrebbe quindi guardare con una certa simpatia, la sola alleata di chi ambisce a un ritorno della qualità, alleata perché in grado di saturare un mercato farlocco, pensate solo al paradosso, altro che Il problema dei tre corpi, per restare in Cina e nella fantascienza, di chi ha come numero 10 un algoritmo, Spotify, che di colpo si scatena per fermare la compagine che ha per 10 l’AI, Sarah Connor salvaci tu.

Quando di monnezza ce ne sarà davvero troppa anche il compattatore della Morte Nera non riuscirà più a contenerla, e Han Solo, Chewbacca, Luke e Leia riusciranno agevolmente a uscire, senza bisogno che intervenga un piccolo robottino dalla forma di Pinguino De’Longhi ante-litteram a salvarli. Quando Jena Plissken, poi giuro che smetto, staccherà definitivamente la spina, resettando tutto, non si potrà che ripartire. O forse no, ma almeno non ci sarà l’ennesima musichetta scadente ad ammorbarci mentre aspettiamo finalmente l’apocalisse.

Immagine generata con l’intelligenza artificiale