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La versione di Monina

Il pubblico ha sempre ragione? Non decide nulla, e Freak Antoni lo sapeva

Dal Big Mac al fast pop su Spotify: perché il successo non coincide con la qualità, secondo Michele Monina.

di Michele Monina ·  (ultimo aggiornamento il )

Il cliente ha sempre ragione. Sì, il pubblico ha sempre ragione, questa la tesi portata avanti. Il pubblico, come il cliente, non decide nulla. Il mercato, perché è da lì che tutto è partito, incarnato nelle piattaforme di streaming, Spotify su tutte, ci ha imposto uno standard al ribasso, complice il famoso algoritmo. Esattamente ventidue anni fa, in quello che è stato il penultimo numero di Tutto Musica, rivista cui All Music Italia ha reso tributo nel nome. Ai tempi, infatti, avevo recensito Resta in ascolto di Laura Pausini, e nel farlo, mettendo in qualche modo le mani avanti, devo dire mai tanto saggiamente, avevo prevenuto eventuali rimostranze a suon di “ma se ha successo vuol dire che è di valore” suggerendo un parallelo, piuttosto stringente, con un Big Mac di McDonald’s. Freak Antoni, leader di quei geni degli Skiantos, il quale così introduceva il brano Largo all’avanguardia, contenuto nell’album MONOtono, del 1978, “Largo all’avanguardia, pubblico di merda”.

Il cliente ha sempre ragione. Da sempre, nella parte dei clienti, ci siamo illusi che questo modo di dire nascondesse una qualche verità. Il cliente ha sempre ragione, sì, credici. Nei fatti, da che esiste la società dei consumi, siamo indottrinati e spinti, più o meno consapevolmente, a consumare quel che il mercato vuole che consumiamo, consolidando “con ogni mezzo necessario” la domanda a cui il mercato stesso, poi, trova la risposta. Figuriamoci, ci sono studi su studi su come riporre le mercanzie sugli scaffali dei supermercati, lungo il percorso che porta dall’ingresso alle casse, ma anche dal basso verso l’alto, i colori usati per le confezioni, i prezzi, tutto, per non dire di come spesso ci venga fatto pensare che non possiamo fare a meno di qualcosa di cui in realtà non abbiamo affatto bisogno, sia esso un oggetto o un’esperienza, il vero business dei nostri tempi.

Le mode se le sono inventate quando hanno identificato i segmenti di mercato, mica per altro, ma per rendere oggetto di consumo qualcosa che sulla carta non era esattamente necessario. E in questo, leggetevi L’invenzione dei giovani di Jon Savage, la musica leggera, a partire dal rock’n’roll, ha avuto eccome un peso, manco i giovani esistevano finché non si è capito che con loro il mercato si sarebbe allargato e non di poco.

E anche bypassando questo aspetto, direi non del tutto marginale, anche presa coscienza che il nostro essere consumatori, quindi clienti, non ha nulla di libero, resta che dire “il cliente ha sempre ragione” è più una suggestione che un dato di fatto, provate a chiedere qualcosa di illogico, stando agli standard del mercato, e vedrete quanto vi danno ragione.

Il pubblico ha sempre ragione? Successo e qualità non sono la stessa cosa

Del resto, lasciamo da parte l’idea di cliente, in musica c’è chi sostiene, anche con veemenza, che sia il pubblico ad avere sempre ragione. Dai, lo avrete sentito dire tutti. Qualcuno, un critico immagino, mette in discussione il talento o il valore di un artista e delle sue opere, nonostante un certo successo, ed ecco che spunta subito il tipo col ditino alzato a pontificare “se ha un seguito del genere vorrà pur dire qualcosa”, o quell’altro a proclamare “se arriva primo in classifica”, frase alternabile con “se uno riempie i palasport/stadi”, come a dar vita a un postulato che il successo, quindi la certificazione da parte del pubblico, coincida automaticamente con la qualità. Sì, il pubblico ha sempre ragione, questa la tesi portata avanti.

Il pubblico non decide nulla: l’assuefazione ai soliti Tizi e Caii

Ora, proviamo ad appoggiare sul tavolo qualche pensiero, così da non dover ogni volta ripetere il medesimo ragionamento, che per altro è talmente basilare da mettermi quasi in imbarazzo nel momento in cui mi ritrovo a farlo. Il pubblico, come il cliente, non decide nulla. Crede di scegliere, certo, ci mancherebbe pure che un’imposizione fosse indicata come tale, ma alla fin fine si ritrova sempre a seguire quanto gli viene posto di fronte, sempre più spesso qualcosa che si discosta dal resto, dove per resto si intendono i propri competitor, per lievi sfumature impercettibili, fossimo beceri diremmo: cinquanta sfumature di marrone. Quindi no, il pubblico non sceglie, come i clienti che pavlovianamente vanno alla ricerca dei prodotti cui i media li hanno sottoposti più o meno smaccatamente, ma questo è solo un piccolo aspetto del problema.

Perché il punto non è tanto se spingere in alto Tizio o Caio, lì a dimenarsi con canzoni che suonano praticamente identiche, spesso grazie o per colpa del fatto che utilizzano gli stessi suoni, avendo a monte gli stessi autori e gli stessi produttori, quanto piuttosto che a furia di avere di fronte un panorama fatto solo di Tizi e Caii, ci si è assuefatti alla mesta realtà che quelli siano i soli panorami possibili.

Laura Pausini, il Big Mac e il fast pop

Provo a traslare, per altro andando a pescare in un esempio che mi sono tristemente ritrovato a fare esattamente ventidue anni fa, in quello che è stato il penultimo numero di Tutto Musica, rivista cui All Music Italia ha reso tributo nel nome. Ai tempi, infatti, avevo recensito Resta in ascolto di Laura Pausini, e nel farlo, mettendo in qualche modo le mani avanti, devo dire mai tanto saggiamente, avevo prevenuto eventuali rimostranze a suon di “ma se ha successo vuol dire che è di valore” suggerendo un parallelo, piuttosto stringente, con un Big Mac di McDonald’s. Un panino molto popolare, probabilmente tra i più mangiati al mondo, con un sapore identico in tutto il mondo, facilmente riconoscibile, indubbiamente di successo, ma anche non esattamente tra i più salutari, era comunque il 2004.

Il mio dire, allora, era semplice: non è che se un’artista, la Pausini in quel caso, ha molto successo per questo tocca anche darle i gradi dell’artista di valore o di talento. Successo o quantità e qualità non vanno necessariamente di pari passo, altrimenti il Pulcino Pio o Baby Shark sarebbero al pari delle Gymnopédies di Erik Satie. Di qui il Big Mac. Anzi, spesso vanno proprio per strade divergenti.

Ma il discorso non si voleva certo fermare lì, perché il Big Mac, almeno quello del 2004, non era solo un panino prêt-à-porter, fatto con ingredienti dozzinali, non a caso la parola dozzinale ben si sposa a un’idea di massa, per poter mantenere certo un prezzo basso, parte del suo successo oltre la riconoscibilità, ma anche lavorato in maniera sciatta, fatevi un viaggio in quelle friggitrici poi ne parliamo.

Quello che volevo dire era pure che, in questo i fast food erano ottimali come esempio, se ci si abitua solo a quei sapori lì, semplici, certo gustosi, ma comunque non sani, e soprattutto così facilmente replicabili, è facile che ci disabituiamo a quelli più complessi, e comunque non industriali, quindi meno replicabili. Di qui, in fondo, era partito il concetto di Slow Food contrapposto al Fast Food, un rieducare le persone a gustare i cibi naturali, coi loro sapori, le loro stagioni, anche le loro caratteristiche che pretendano uno sforzo di partenza. Abituarsi al fast food, o al fast pop, traslo, ci analfabetizzava a livello di gusto, e sarebbe stato assai difficile tornare indietro. Come pretendere che chi ormai ha disimparato a leggere, troppo preso dallo scrollare sullo schermo di uno smartphone, di colpo affronti Infinite Jest di David Foster Wallace, praticamente impossibile.

Nella musica, temo, è successa esattamente la stessa cosa. Il mercato, perché è da lì che tutto è partito, incarnato nelle piattaforme di streaming, Spotify su tutte, ci ha imposto uno standard al ribasso, complice il famoso algoritmo, standard che gli artisti, nel timore di rimanerne tagliati fuori, hanno spesso assecondato, e l’ascoltatore, cioè noi, si è di conseguenza via via abituato a quella roba lì, finendo per disimparare ad ascoltare altro, qualcosa di più complesso e gustoso.

L’omologazione, se non addirittura omogeneizzazione della musica, quindi la totale assenza di diversificazione, porta all’abitudine di confrontarsi sempre con la medesima situazione, come passare dal guidare una macchina ad andare in giro con quelle biciclettine dei bambini piccoli prive addirittura di pedali, il culo appoggiato sul sellino e i piedi a fare piccole falcate, tipo i Flintstones.

E detto in parole povere, a differenza di molti artisti, McDonald’s non ha mai fatto finta di essere alta cucina, si tenessero le certificazioni di cartone della consorteria FIMI/Spotify e non rompessero tanto il cazzo.

Pop banale e cultura: cosa perdiamo

Attenzione, non voglio dire che il pop sia tutto di scarsa qualità, figuriamoci, ho scelto scientemente di occuparmi proprio di pop perché ci ho sempre trovato aspetti interessanti, essere semplici, quindi facilmente fruibili, non deve per forza coincidere con l’essere banali. Dico che quando il pop è banale, e molto spesso, specie oggi, è banalissimo, è di scarsa qualità, e contribuisce in maniera devastante alla costante analfabetizzazione della nostra società, quindi all’antidemocratizzazione delle nostre società. Perché la musica, anche quella pop, è cultura, e togliere un pezzo di cultura per seguire un mercato che di fare cultura se ne sbatte ampiamente, equivale a impoverirci, ma soprattutto a toglierci un pezzetto di quello spirito critico che ci permetterebbe di alzare la testa nei confronti di tutte quelle storture che quotidianamente ci troviamo di fronte.

Non sto dicendo che a furia di ascoltare le Anna o gli Sfera Ebbasta di turno noi si sia diventati più schiavi, metaforicamente o meno, di chi ci sta sopra, non voglio dire che la colpa è tutta di chi ci inquina la mente con musica dozzinale, ma sicuramente questo, come il contemporaneo abbassamento di tutto il resto, ha contribuito a farci stare zitti e con lo sguardo verso terra.

Qualcuno, mica a caso, ha detto che questa china, almeno in Italia, si è intrapresa quando è arrivato Silvio Berlusconi con le televisioni commerciali, dove quindi il consumatore/cliente era lo spettatore medio, presto diventato anche elettore, e quel qualcuno la sapeva lunga, ma il discorso è proseguito e si è ulteriormente “arricchito” con l’arrivo dei social, noi a regalare direttamente i nostri dati a chi li può usare per profilarci come consumatori e come elettori, pronti via.

Cantautrici e Skiantos: largo all’avanguardia, pubblico di merda

Quindi no, il cliente non ha sempre ragione, probabilmente non ce l’ha mai. E lo stesso vale per lo spettatore.

Ma siccome a fianco a un mercato che ci domina esiste un sottobosco di artisti che si muovono a fatica, certo, ma con un tasso di libertà che oggi risulta quasi incredibile, cosa mai ci sarà di più bello di non dover sottostare a regole stringentissime quando si crea?, mica sarà un caso che tra le cose più interessanti sentite negli ultimi anni ci siano così tante cantautrici, marginalizzate scientemente da un mercato che ci vuole un pubblico interessato solo a identificarci con artisti maschi, se maschi, o a idolatrare artisti maschi, se femmine, giuro che anche questo si dice nell’ambiente musicale, ecco, siccome esiste un mondo là fuori, vivo e pulsante, chiudo questo mio scritto citando un artista di grandissimo talento che purtroppo il destino ci ha portato via troppo presto, Freak Antoni, leader di quei geni degli Skiantos, il quale così introduceva il brano Largo all’avanguardia, contenuto nell’album MONOtono, del 1978, “Largo all’avanguardia, pubblico di merda”.

Una frase efficace, indubbiamente, e al tempo stesso geniale, poi replicata l’anno successivo in un leggendario concerto al Pala Dozza, 2 aprile 1979, concerto si fa per dire, visto che la band invece di suonare si mise a cucinare e poi mangiare spaghetti, rispondendo ai fischi degli astanti, appunto, con quelle parole “largo all’avanguardia, pubblico di merda”.

La verità sta tutta lì, largo all’avanguardia, pubblico di merda. Altro che il cliente o il pubblico ha sempre ragione, altro che illusorie convinzioni di ascoltare esattamente la musica che vi piace, a distanza di quasi cinquant’anni, le cose mi sembrano ancora ferme a quel punto.

Immagine di copertina generata con l’intelligenza artificiale