Sparky e il carapace: la mia tartaruga e le cantautrici italiane che crescono
Dal carapace nuovo di una tartaruga d'acqua dolce ad Anna Castiglia, Emma Nolde e Margherita Vicario.
di Michele Monina ·
Ho pensato a Sparky l’altro giorno quando, felice per aver ascoltato il nuovo album di Anna Castiglia, La paura in tasca, e il nuovo singolo di Emma Nolde, SIAMO IN TANTI, in qualche modo inorgoglito dal fatto che oggi come oggi in Italia ci siano signore cantautrici riconosciute anche dal sistema. C’è quel gioiello preziosissimo che risponde al titolo di Ho chiesto aiuto di Margherita Vicario.
In casa siamo meno di mille, seppur a nostra figlia piccola, Chiara, piacerebbe tanto avere un cane, il suo preferito l’impensabile Bernese, ma al secondo posto un ben più compatto bassotto, l’idea di aggiungere a noi anche un animale che comunque richiede attenzioni, energie e anche economie non ci è mai realmente passata per la testa. Abbiamo però avuto, e tuttora abbiamo, dei piccoli animali che in casa occupano poco spazio, per la precisione una tartaruga d’acqua dolce, Sparky, e un pesciolino rosso, Scurina II, ahinoi trapassato nel corso dell’estate.
Sparky, in realtà, aveva anche una sorella/compagna, vallo a capire, che però è morta anni fa, e ormai era troppo grande, ci hanno spiegato, per affiancarla con una tartarughina nuova, con buone probabilità l’avrebbe sbranata nel giro di pochi secondi, infestante com’è quella particolare specie animale.
Il carapace nuovo di Sparky
Ora, Sparky, è di lei che vado a parlare, ha da poco cambiato carapace. Lo ha fatto con pazienza, uno scacco, li chiamo sciattamente così perché non ho idea di come si chiamino le porzioni del carapace, Deo gratias che so che il guscio esterno si chiama carapace, lasciando poi nell’acqua della vasca la porzione andata di quello vecchio. Ora ha un carapace bellissimo, diverso dal precedente, non solo per proporzioni, Sparky sta ancora crescendo, nonostante sia con noi da anni, ma per intensità di colori, ora alterna il verde scuro a un marrone che vira verso l’ambra, e anche per la geometria con cui questi colori si sono posizionati su quel guscio armatura.
Come succede coi figli, lungi da me allestire paragoni del genere, per quanto Sparky mi abbia giustamente riconosciuto come l’umano che la nutre, quindi quando mi vede si agita, fa quelle che potrei definire feste, e talmente tanto identifica in me il suo umano di riferimento da somigliarmi anche nel carattere, diciamo in casa, perché come me è piuttosto nervosa quindi ogni tanto sradica i finti alberelli di plastica verde che corredano la sua isoletta/grotta, e fa fare un volo in mezzo all’acqua alla tartarughina in plastica che si trova su una piccola piscinetta sopra l’isola, una delle sorprese degli ovetti Kinder che non ricordo quale dei miei figli le ha donato, ecco, nonostante tutto questo è evidente che il rapporto umano-tartaruga d’acqua dolce non ha troppi punti di contatto con quelli umano-umano, men che meno umano e propria progenie, come succede coi figli, cioè con degli esseri umani che vivono sotto il nostro stesso tetto, e che vediamo con una costanza quotidiana, uso la mia condizione come parametro, ben sapendo che ci sono un sacco di variabili a riguardo, parlo di una famiglia media, dove tutti vivono sotto lo stesso tetto, almeno finché i figli sono piccoli e non autonomi, dicevo, come succede coi figli, i cambiamenti lenti e quotidiani non sono poi così visibili, anzi, non lo sono affatto, un attimo prima c’era questo bambino con la voce stridula che mostrava dei primi segni di ispessimento degli zigomi e dei primi improbabili peli sopra il labbro superiore, e un attimo dopo hai una sorta di taglialegna del Wisconsin che si aggira per casa, con bicipiti in grado di tagliare una quercia secolare in pochi secondi e una voce che Mario Biondi scansate.
Anche con Sparky è andata così, era un piccolo esserino e adesso è lì bella grande, e soprattutto bella bella.
Mi sono accorto, anche qui il parallelo coi figli sta in piedi, che stesse crescendo, perché se ai figli ogni tot tocca comprare vestiti di taglie maggiori e scarpe di numeri che vertono sempre più verso il cinquanta, per Sparky la piccola grotta che sta sotto una sorta di collinetta che rende la sua vasca quantomeno abitabile, è diventata quasi inaccessibile, l’ingresso troppo stretto per poterci passare, al punto che ho dovuto armarmi di pazienza e fantasia, andando a usare un comune seghetto da bricolage a rendere quel pertugio uno slargo abbastanza spazioso per poterci passare, una limetta da unghie a renderne i margini dolci invece che taglienti.
Quindi ora Sparky è libera, io uso il femminile parlandone perché, pensa te, è una tartaruga, parola femminile, ma magari è un maschio, vallo a sapere, so pure che ci sono reel e tutorial che ti spiegano come capire se una tartaruga d’acqua dolce è maschio o femmina, ma non avendo comunque Sparky compagnia, direi che scoprirlo non porterebbe né a me né a lei, sic, alcun giovamento, quindi passi che Sparky è una femmina, pur con quel nome maschile, non per nulla il cicatrizzoso cane ideato da Tim Burton per Frankenweenie era un maschio, comunque, dicevo, ora Sparky è libera di girare per la sua vasca, che essendo da sola è bella grande, ne avevamo comprato comunque una molto grande per due, anche ora che è così tanto cresciuta.
Milano-Ancona-Milano, e una tartaruga che sembrava morta
Avere per altro una tartaruga d’acqua dolce comporta un tipo di impegno, solo per questo aspetto, non troppo diverso immagino dall’avere un cane o un gatto, cioè quando mai decidi di spostarti per un viaggio, devi capire come gestirlo. Già anche solo andare per più di un paio di giorni fuori Milano, se quell’andare contempla tutta la famiglia, diventa complicato, perché tocca portarsela dietro, con vaschetta e dentro un’altra vasca più piccola, quella che un tempo era la vaschetta di Scurina II, insensibili che non siamo altro, più pratica in auto. Che so?, pensiamo a Natale. In genere ci spostiamo per un paio di settimane in Ancona, e in quel caso Sparky viene ovviamente con noi. Se però lo spostamento è altrove, che so?, andiamo a fare un viaggio all’estero, magari d’estate, quando quindi passiamo anche una parte delle ferie in Ancona, allora dobbiamo lasciarla a qualcuno, mia suocera o degli amici, con l’impegno poi, una volta rientrati dal viaggio, di andarla a recuperare.
L’anno scorso, per dire, mi sono sparato un Milano-Ancona-Milano in giornata, oltre ottocento chilometri, proprio per questo, anche perché mia suocera stava partendo a sua volta per un viaggio, e Sparky sarebbe stata sola.
Proprio in quell’occasione, nonostante l’andata e ritorno l’avessi fatto solo io, una volta tornato a casa sembrava che Sparky fosse morta, o sul punto di morire. Era inerte, e anche accarezzandola non reagiva. Ho aspettato a avvisare il resto della famiglia, perché ovviamente nonostante sia solo io a prendermene cura, Sparky è il nostro animaletto di famiglia, ai tempi c’era anche Scurina II, ma onestamente un pesce rosso è meno affettuoso, e quando ero quasi sul punto di darle sepoltura, si è ripresa, andando poi da lì in avanti a cambiare il carapace nelle modalità che vi ho già raccontato, un pezzo alla volta, fino a diventare la bellissima tartaruga d’acqua dolce che è ora.
Perché parlo di una tartaruga e non di musica
Legittimamente ci sarà qualcuno che si starà interrogando sul perché ci sia un tizio, io, che da un numero spropositato di parole, milleduecentodiciannove, sta qui a parlare di una tartaruga d’acqua dolce sopravvissuta a una apparente morte certa e protagonista di un cambio di carapace invece che, per dire, occuparsi di musica, che in apparenza è il core business del tizio stesso, sempre io.
Ora, a parte il dettaglio di un certo rilievo che fa sì che il tizio in questione, già sapete, sia l’autore di questo pezzo, quindi, allestendo una metafora che, per dirla con le parole di Sal Da Vinci, sembra un’immagine, Madonna mia, è come se fossi un Dio, altrettanto lungocrinuto, barbuto e canuto che quello rappresentato in buona parte dell’arte sacra, forse giusto un filo più grasso, che muove gli esseri animati a proprio piacimento, pur lasciando una parvenza di libero arbitrio sullo sfondo, si scherza, Dio, ovviamente, resta che chi come il tizio in questione, dai basta, chi come me ha deciso scientemente di avvalersi di quel genere letterario chiamato autofiction, per altro in tempi talmente remoti che l’autofiction neanche sapevo esistesse, può sempre giocarsi il jolly, lo faccio non dico sempre ma quantomeno spesso, di poter dire che, anche nel momento in cui sta parlando di qualcosa apparentemente fuori contesto, dato che per contesto qui si intenda il mondo della musica, ma in realtà è proprio in quel contesto che si stava muovendo, prima o poi arriverà l’unghiata finale a spiegare il tutto.
Poco conta che spesso quell’unghiata finale, il colpo di scena o di teatro, potrei anche dire ricorrendo a concetti usurati, stia lì anche parecchio forzata, un Benjamin Linus che anche in assenza di Samira Lui gira la ruota, spostando di colpo l’isola di Lost nello spazio e nel tempo, lì dentro i laboratori della stazione Orchidea della Dharma, a un certo punto se apri troppe parentesi e butti sul tavolo troppi dettagli in qualche modo ti tocca forzare la mano, succede, ciò nondimeno quel che hai fatto fino a quel momento non diventa meno interessante, o meno leggendario.
Per cui, tranquilli, è di musica che sto parlando, e ringraziate quel Dio lungocrinuto, lungobarbuto e canuto di cui sopra che io non abbia anche spostato momentaneamente il discorso sul refrain, quello sì sentito decisamente troppe volte che vuole le proprie opere, i libri nel mio caso, come fossero figli, nel caso, con oltre cento titoli all’attivo, io sarei una sorta di dittatore di qualche paese esotico, di quelli che figliano in continuazione forti di un potere spropositato e anche di una qualche legge scritta ad personam che vuole la pratica dello jus primae noctis viva e vegeta, o, per venire a qualcosa di più contemporaneo, un Pavel Durov con giusto qualche miliardo di dollari in meno sul conto, conoscete tutti, immagino, la storia del fondatore e CEO di Telegram che ha dichiarato di avere oltre cento figli biologici essendo a lungo stato donatore presso cliniche per la fertilità.
Vi siete persi un discorso che, ogni volta che lo leggo o lo sento, mi induce in uno stato di semiprostrazione, perché mai potrei paragonare un mio libro a uno dei miei figli, pensate a un “utente sconosciuto” che li sbologni sommariamente con una misera stella solo perché il pacco è arrivato con la confezione rovinata. E comunque io di figli figli, non libri, ne ho quattro, direi che il mio discorso dovrebbe a questo punto essere blindato in una fortezza inarrivabile, ecco, magari non nella fortezza della solitudine di Superman, ma pur sempre fortezza.
Tergiversare, e il maestrino che spiega l’ovvio
Sto tergiversando, è vero. E sto tergiversando usando un termine come tergiversare, decisamente non parte di quelle poche parole di uso comune, dicono siano circa duecento, che l’italiano medio adotta quotidianamente per parlare, per continuare a farlo, a tergiversare, alzando quindi il tiro, il grado formale del discorso, nella speranza, nel mentre, di trovare quell’idea che possa rendere quanto detto nelle milleottocentocinquantasette parole usate in precedenza sensato, questo mio giocare la carta di quello in difficoltà che non sa che pesci pigliare, confesso, sta qui cinicamente per compensare la semiscivolata dell’aver confessato di aver usato la parola tergiversare per distrarre il lettore, come ergendomi su un piedistallo vagamente snob o radical chic, come se solo io e pochi altri fossimo a conoscenza di una parola in realtà non poi così desueta.
L’ho rifatto, dannazione. E l’ho rifatto ancora, corpo di mille satanassi. Solo che l’ho rifatto usando parole decisamente meno alte, “dannazione”, “satanasso”, “satanasso” inserito nella frase “corpo di mille satanassi”, evocando quindi quel mondo di fumetti bonelliani, Tex Willer nello specifico, che più che a un radical chic mi può far sembrare un nostalgico di un passato remoto nel quale i fumetti che si compravano in edicola erano un appuntamento immancabile, di quelli che ci spingevano quasi a dar vita a un count down mentale, mancano tot giorni a, roba di quando i supporti fisici avevano un loro senso, avrei potuto forse variare editore e tirare in ballo le “puzzole” di Paperino, era lui a dire “corpo di mille puzzole”, avessi citato le “balene” sarei passato a Braccio di Ferro, era lui a dire “corpo di mille balene”, ma ormai è andata così, facciamocene una ragione.
Prima di passare a spiegare di cosa vi ho parlato fin qui, lasciatemi sottolineare un’ultima volta, e chi se ne frega se passo per uno che si diverte a cambiare continuamente tono o, peggio, per un borioso che pensa di saperla lunga in fatto di comunicazione, lasciatemi sottolineare un’ultima volta, dicevo, come in quel “facciamocene una ragione” io abbia giocato una carta interessante, il tirarvi dalla mia parte col semplice uso di una inclusiva prima persona plurale, non più io ma noi, e quando si è parte di un noi si tende a empatizzare coi nostri compagni di viaggio, poco importa che ora abbia mandato tutto a puttane con questo mio fare il maestrino che spiega l’ovvio.
Anna Castiglia, Emma Nolde e Margherita Vicario: le cantautrici italiane che crescono
Basta, Sparky, si parlava di Sparky, la nostra bellissima tartaruga d’acqua dolce. Sopravvissuta a un’apparente morte, con un carapace nuovo di zecca, cresciuta anche di dimensioni.
Ho pensato a Sparky l’altro giorno quando, felice per aver ascoltato il nuovo album di Anna Castiglia, La paura in tasca, e il nuovo singolo di Emma Nolde, SIAMO IN TANTI, in qualche modo inorgoglito dal fatto che oggi come oggi in Italia ci siano signore cantautrici riconosciute anche dal sistema, che ne esistessero di ottime, seppur spesso sottotraccia, è stata a lungo la mia missione all’interno della critica musicale italiana. Un upgrade interessante, interessante perché di altre cantautrici che sono state riconosciute dal mercato ce ne sono, eccome, e perché finalmente la questione di genere è parte del discorso, dove per discorso si intende lo sviscerare i punti di crisi di una macchina che ci viene quotidianamente raccontata come roboante e rombante, ma che nei fatti è invece assai meno potente e veloce di quanto si pensi. Se ne parla, quando fino a pochi anni fa anche solo accennarvi sembrava il voler rianimare una tartaruga ormai destinata a finire nello sciacquone del cesso, o seppellita al Parco Lambro nascosta dentro una scatola di caramelle di metallo, quello sarebbe successo a Sparky se non si fosse ripresa, lontano dagli occhi dei miei figli.
Se ne parla e a prescindere dal parlarne, necessario, c’è tanta bella musica che emerge e lascia segni indelebili, oltre all’album di Anna Castiglia e al singolo nuovo di Emma Nolde c’è quel gioiello preziosissimo che risponde al titolo di Ho chiesto aiuto di Margherita Vicario, artista poliedrica che fortunatamente è al momento tornata a occuparsi anche di musica, una canzone che parla di dolori passati e di bellezza necessaria, quella della sua arte, tra le altre, vorrei aggiungere a chiosa.
Certo, avrei potuto usare molte meno parole, per segnalarvelo, duemilacinquecentoventuno fin qui sono davvero tante, Sparky è così bella, ora, che meritava la conosceste, e in fin dei conti un long form è tale solo se è appunto lungo, se siete amanti della sintesi reale potete sempre leggervi Il libro degli haiku di Kerouac, anche lì, come nel singolo di Margherita Vicario, di bellezza ne trovate parecchia.

