Anna Castiglia: «Creiamo una scuola di cantautrici per esistere nella storia»
Nel secondo album Anna Castiglia mette in discussione identità, aspettative e il cantautorato femminile.
di Anna Ida Cortese
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Anna Castiglia torna con La paura in tasca, il suo secondo album. Un disco che parte dalla paura, ma senza provare a cancellarla: l’idea è piuttosto quella di ridimensionarla, renderla concreta e imparare a conviverci.
Abbiamo incontrato la cantautrice per parlare del nuovo progetto, del rapporto tra identità e aspettative, della necessità di mettere in discussione persino le parole e di cosa significhi oggi definirsi “cantautrice”. Una conversazione che arriva anche a un tema più ampio: il posto delle donne nella storia del cantautorato italiano.
Anna Castiglia e La paura in tasca: convivere con quello che ci spaventa
Il titolo del disco contiene già una dichiarazione d’intenti. La paura non è qualcosa da eliminare, ma qualcosa con cui costruire un rapporto quotidiano.
“Ho deciso di metterla in tasca proprio per averci un rapporto quotidiano. È materiale, quindi anche concretizzarla in qualcosa di piccolo e tascabile la rende innocua, non troppo spaventosa come crediamo che sia“.
Una paura che può avere anche una funzione: “Ti pizzica ogni tanto per farti fare delle cose“.
Lo stesso concetto ritorna nell’immaginario visivo del progetto, costruito insieme a Filippo Rossi di Galattico. Sagome di carta, forbici e ombre trasformano qualcosa di minuscolo in qualcosa che apparentemente diventa enorme.
“L’idea era smaterializzare e rendere le paure qualcosa di tenero, quasi un po’ da bricolage. Sono cose che quando proietti sembrano gigantesche, ma in realtà sono sagome piccole e bidimensionali“.
L’ombra diventa così una buona rappresentazione della paura: può occupare tutto lo spazio davanti a noi, ma “se vai a toccare lo sfondo non c’è niente“.
Il secondo disco e la paura di non essere più riconosciuta
La paura in tasca è anche il disco che arriva dopo che qualcuno ha già iniziato a conoscere Anna Castiglia.
Ed è proprio qui che il secondo album diventa più complicato del primo.
“Nel primo bene o male non sei nessuno, puoi fare un po’ come vuoi. Nel secondo c’è qualcuno che ti conosce e magari si aspetta qualcosa da te. A volte allontanarsi dalla strada più comoda richiede un po’ di coraggio“.
Il tema diventa esplicito in Ho finito i pezzi latini. Nel primo album quella componente era molto presente; nel secondo scompare.
“Mi sono resa conto che non ci sono pezzi latini in questo disco, mentre nel primo era pieno. Quindi stai togliendo un elemento fondamentale, il motivo per cui forse ti hanno ascoltato. E rischi di non essere riconosciuta“.
Da qui nasce una delle domande centrali del brano: “Mi riconoscerai?“.
La canzone non era nemmeno prevista. Castiglia la scrive durante le sessioni in studio, quasi come una reazione immediata a ciò che stava succedendo nella costruzione del disco. “Era tanto sincera e quindi abbiamo deciso di metterla“.
Anna Castiglia: “Viviamo nella società della performance”
Dietro quella domanda c’è però un problema più grande: quanto può diventare soffocante per un artista avere sempre un’identità precisa e immediatamente riconoscibile?
“Ormai dobbiamo per forza essere tutti artisti in qualche modo, saper fare, saper performare, perché è la società della performance. L’artista, quello che lo fa di lavoro, sente questa cosa il doppio: deve avere un’identità estremamente precisa, riconoscibile“.
Un’identità che rischia contemporaneamente di frammentarsi.
“Abbiamo così tanti profili e login che non lo so, è impossibile rimetterli tutti insieme a volte“.
Ed è proprio questa instabilità a diventare uno dei fili che attraversano La paura in tasca: cercare una forma riconoscibile senza trasformarla in una formula da ripetere.
Alito sonoro e il dubbio sulle parole
Per una cantautrice che ha fatto del linguaggio uno dei propri strumenti principali, uno dei passaggi più interessanti del disco arriva con Alito sonoro.
Qui Castiglia arriva a mettere in discussione proprio le parole.
“Io sono una fan delle parole, mi piace usarle, mi piace scrivere. Ritengo che il linguaggio sia fondamentale, lo sappiamo anche a livello inclusivo e politico. Però ogni tanto le parole possono essere veramente nemiche della comunicazione“.
E aggiunge: “Molto spesso ci si riempie di parole, ma non si comunica niente. La verità è sotterrata da un mucchio di parole“.
Non significa rinunciare alla scrittura, quindi, ma diffidare anche dello strumento che si conosce meglio quando rischia di diventare un automatismo.
La contraddizione: “Si sta sempre scomodi”
Un’altra caratteristica della scrittura di Anna Castiglia è la possibilità di sostenere due pensieri contrari quasi nello stesso momento.
Succede in Nuova stagione, dove ironizza su un certo modello di vita di coppia ma, poco dopo, ammette: “Mi manca la monotonia“.
Come si sta dentro una contraddizione?
“Sempre scomodi, sicuramente. All’erta, in piedi, in confusione. Però mi piace riportare nelle canzoni questa continua dicotomia, questo mettere in dubbio quello che si dice il secondo dopo“.
Così può prendere in giro “quel modello di coppia che va al supermercato con la tuta acetata“ e contemporaneamente riconoscere di sentire la mancanza proprio di quella noia.
Il suono di La paura in tasca parte da Mirò
Il lavoro musicale del disco è stato sviluppato insieme ai produttori Alessandro Di Sciullo e Ramiro Levi.
Più che cercare un suono identico per tutte le tracce, i tre hanno scelto un metodo comune: partire dai testi, capire cosa suggerisse ogni canzone e lasciare spazio alla sperimentazione.
“Prima giochi. Il caso c’è sempre all’inizio: fai delle cose senza deciderle e poi prendi quello che è buono. Da lì provi a proporre quella cosa anche nelle altre canzoni e vedi se si adatta oppure no“.
La traccia che ha indicato per prima questa strada è stata Mirò.
“È la prima che abbiamo arrangiato ed è la più giocosa in assoluto a livello di suoni. Ci sono anche strumenti giocattolo. Da lì abbiamo pensato: voglio che vengano tutte come Mirò, non nel suono ma nella modalità di gioco“.
Anna Castiglia, le donne nella musica e i ruoli decisionali
Nel percorso di Anna Castiglia c’è anche il lavoro portato avanti con Canta fino a 10 sulla rappresentanza delle donne nella musica.
Rispetto agli anni in cui è iniziato quel percorso, Castiglia riconosce alcuni cambiamenti, ma invita a non misurare la situazione guardando esclusivamente chi sale sul palco.
“Non bisogna guardare solo quello che si vede sul palco, ma soprattutto quello che sta dietro. Bisogna capire se c’è stato un cambiamento alla radice, perché finché le donne sono di meno nei ruoli decisionali cambia poco“.
Allo stesso tempo, però, considera importante riconoscere anche ciò che è cambiato.
“Ci sono ormai un sacco di cantautrici che si stanno affermando, che dimostrano che esistono, che esistiamo. Ogni volta che ce la fa una non significa che tu non ce la puoi fare: significa che potresti farcela. Quindi è un bene per tutte“.
“Creiamo una scuola di cantautrici, così possiamo esistere nella storia”
Da qui la conversazione arriva alla parola “cantautrice” e alla definizione stessa di cantautorato.
Castiglia riconosce che il cantautorato italiano sia diventato storicamente un genere, con caratteristiche musicali e culturali riconoscibili. Ma evidenzia anche un problema.
“Dato che il cantautorato storico non include delle donne, io non riesco a identificarmi in quel genere. Di conseguenza per me essere una cantautrice significa cantare le cose che scrivo. Mi sento di identificare come cantautrice pure Anna Pepe“.
Il paradosso riguarda allora l’espressione “cantautorato femminile”. Un’etichetta che Castiglia guarda con diffidenza quando finisce per accorpare artiste musicalmente lontanissime soltanto perché donne.
“Ora si parla di cantautorato femminile, questo famoso genere femminile: io faccio hip hop e l’altra indie, facciamo musica femminile. Questo è il vero problema“.
Ma subito dopo ribalta il ragionamento.
“Nel cantautorato non ci sono state donne e quindi forse questo cantautorato femminile che tanto mi dà fastidio, in realtà dovremmo rivendicarlo. È di passaggio, evidentemente. Creiamo questa scuola di cantautrici, così almeno possiamo esistere nella storia“.
Una provocazione che contiene una questione reale: costruire una genealogia permette anche alle artiste che arriveranno dopo di trovare nomi, riferimenti e percorsi in cui riconoscersi.
La paura in tasca diventerà un piccolo spettacolo dal vivo
Il prossimo passaggio sarà portare La paura in tasca sul palco.
Quando ci ha parlato, Anna Castiglia doveva ancora entrare in sala prove, ma aveva già chiara la struttura che vorrebbe dare ai concerti: mantenere la componente teatrale e di varietà già presente nel precedente tour.
Una dimensione collettiva che esiste anche nel disco, attraverso skit e cameo, tra gli altri, dei Selton, di Lundini e delle Canta fino a 10.
“Mi piace creare dei live che abbiano dei momenti, degli atti, che possano creare un mini spettacolo“.
La paura, insomma, rimane in tasca. Ma abbastanza vicina da poter essere tirata fuori, osservata e magari trasformata in qualcos’altro.


