Rancore, Arakno 2100: testo, significato e analisi del brano. Il Prof. di latino Davide Misiano ne analizza per noi il testo. A lui la parola.
Rancore, il rapper romano pronto a tornare sul mercato discografico con l’album Tarek da Colorare – la cui uscita è annunciata per venerdì 3 aprile – è entrato ormai di diritto nel novero degli artisti che meritano di essere studiati: quegli autori capaci di raccontare il presente senza smarrire il passato, di creare mondi nuovi rilanciando immagini, simboli e parole antiche dentro significati inediti.
Di recente il nostro Direttore, Massimiliano Longo, mi ha segnalato che i versi di Arakno 2100, brano contenuto in Xenoverso del 2022, sono stati inseriti in un manuale di Storia per le scuole superiori, in una sezione dedicata al luddismo, il movimento operaio sviluppatosi all’inizio del XIX secolo, ispirato all’azione compiuta dall’operaio Ned Ludd, che nel 1779 avrebbe infranto per protesta dei telai per maglieria (leggi qui ).
Se è indiscutibile il valore di questo testo per la lucidità del rimando storico e per l’efficacia didattica della sua riproposizione in chiave contemporanea, a mio avviso non è meno evidente il suo pregio letterario, o forse sarebbe meglio dire poetico. Arakno 2100 è una canzone che avrebbe pieno diritto di cittadinanza anche in un discorso sulla letteratura italiana contemporanea.
L’evoluzione stilistica di Rancore
Sin dai tempi di S.U.N.S.H.I.N.E., il giovane Rancore ha mostrato qualità espressive fuori dal comune, orientate verso soluzioni ermetiche, immagini dense e vertigini metriche. Con il passare degli anni il suo sguardo sulla contemporaneità si è fatto sempre più maturo e la sua ricerca stilistica si è affinata.
In Eden, il brano portato a Sanremo nel 2020, il simbolismo resta centrale ma si fa meno oscuro: il dato storico emerge con maggiore evidenza, quasi si espone, si lascia denunciare. Le visioni, però, non si impoveriscono: al contrario, si raffinano. E appaiono anzi ancora più moderne proprio quando attingono al mito, alla memoria, alla stratificazione culturale.
Quando arriviamo alle canzoni di Xenoverso (2022), non sono più soltanto i singoli testi a colpire: è già letteratura il concept stesso dell’album. In questo universo contrario e inconoscibile viaggiano diciassette lettere che non arrivano mai al destinatario.
La spinta compositiva è dichiarata dallo stesso Rancore in un’intervista:
«Le cose che non conosciamo sono tante e anche su tanti livelli. È come se avessi preso tanti livelli di ciò che è inconoscibile e avessi portato una lettera da ognuno di questi livelli: c’è il passato dimenticato, il futuro sconosciuto, i luoghi che nessuno conosce, i misteri della vita, il no-sense stesso è uno Xenoverso. Mondi ad altre dimensioni, come un mondo a due dimensioni, ma potrei farne anche un mondo a sei».
A questo punto la domanda non è più soltanto che cosa racconti Rancore, ma quale forma assuma ormai la sua scrittura. Ci consegna un poema distopico? Uno scavo negli abissi insondabili dell’interiorità? Uno sguardo sul mondo o sull’io? Probabilmente tutto insieme. È forse qui che la sua scrittura compie un passaggio ulteriore. La densità simbolica degli esordi – spesso definita ermetica – non scompare, ma si trasforma. La parola non serve più soltanto a nascondere il significato: diventa strumento per esplorare ciò che sta oltre la conoscenza, ciò che resta invisibile o inconoscibile. In questo senso la scrittura di Rancore si fa sempre meno ermetica e sempre più metafisica, nata cioè dal contrasto continuo tra la ragione e ciò che alla ragione sfugge.
È dentro questo orizzonte che Arakno 2100 assume il suo significato più pieno. Il brano non è soltanto un efficace esempio di rielaborazione contemporanea del mito luddista, qualità che ne giustifica la presenza in un manuale di storia, ma anche una costruzione poetica complessa, una sorta di racconto distopico in versi. Ed è proprio per questo che merita di essere letto non solo come documento storico o politico, ma come vero e proprio testo letterario.
Rancore, Arakno 2100: analisi del testo
“Anno duemila cento, un mondo spento ormai di persone connesse”: una società in cui la tecnologia ha trasformato la coscienza collettiva in una rete di controllo.
Sin dai primi versi lo scenario è quello di un pianeta logorato: “tra gli uccelli non c’è migrazione”, “le scorie hanno reso la sera mattina”. Il tempo etnologico si spezza, la natura smarrisce i suoi cicli, mentre la storia “fa da invisibile mano / che sabota tutto lo scibile umano”.
L’immagine è fortissima, resa vivida dalle scelte retoriche e metriche: la s si ripete strisciante a sottolineare che qualcosa si insinua (allitterazione); mano fa rima inclusiva con umano, invisibile fa rima interna con scibile; le due forze che si oppongono in antitesi (la mano invisibile e lo scibile umano) sono in chiasmo (aggettivo + nome / nome + aggettivo) per sottolineare il disordine subentrato.
La metafora della mano invisibile è, quindi, proposta in opposizione al significato tradizionale: non è equilibrio, bensì manipolazione della conoscenza e delle coscienze. Il risultato è una società – forse la nostra stessa nazione – in cui anche la comunicazione diventa anestesia. Rancore parla di una “galera uditiva / che vende comunicazione, morfina”. Le frequenze che dovrebbero unire gli individui finiscono per diventare una prigione sensoriale: la coscienza dell’individuo è invischiata in una rete di segnali e connessioni in cui essa si perde.
L’ambientazione è futuristica, ricca di elementi cyberpunk, ma ci sembra di assistere a una sorta di realismo aumentato più che a una profezia apocalittica che Rancore lancia sul nostro mondo.
Ecco che “quella notte tutti sentirono che anche la Terra cambiò rotazione”: è il momento di svolta.
“In un parcheggio buio,
In un giorno speciale si espanse l’urlo
Fino a quel giorno lo spirito umano pianse,
Poi una musica aprì le danze”.
Non è solo il pianeta a cambiare direzione, ma l’ordine stesso del mondo. La rivoluzione non è solo cosmica, ma umana e politica insieme.
Prima di descrivere l’accaduto Rancore torna alla descrizione distopica di una società sedata da “cyberdroghe sintetiche in wave” e piogge acide che provocano allucinazioni. Anche gli elementi naturali diventano prodotti di laboratorio. Il mondo appare ormai completamente artificializzato.
“Poco distante da là, sulla strada / Più buia del mondo una vecchia roulotte”, dentro la quale polaroid sbiadite e appunti ricordano “la storia degli ultimi quattro Mutoid”: è a questo punto che compare una “tarantola nera che tesse fili di strane frequenze” creando “galere di hertz” (immagine dal grande potere sinestesico).
È il Grande Telaio, vero antagonista della storia, una rete che si estende “sui meridiani da nord a sud / e sulle parallele da ovest ad est”. Non è soltanto una rete informatica, è una struttura simbolica che avvolge il pianeta e le coscienze.
A questo punto entra in scena il protagonista, Arakno, presentato come una creatura ibrida – “quattro circuiti motori… e un cuore nel network” -, costruita da programmatori e mutoid. Ma il suo dato rilevante è l’origine: Arakno nasce dalla stessa rete che deve combattere. Proprio per questo può comprenderla.
Quando il ritornello racconta che egli “ricapitolò ogni dettaglio del reticolato”, la sua azione assume quasi un valore metafisico: conoscere la struttura invisibile che governa il mondo. Arakno non combatte dall’esterno, ma dall’interno del sistema. Il suo gesto è, infatti, quello di opporre una rete a un’altra rete: “fece una rete su ogni dettaglio / ultima freccia virtuale dell’arco”.
Alla struttura del controllo si oppone una struttura alternativa, costruita con la stessa logica ma orientata alla liberazione.
All’interno del brano la realtà distopica si riallaccia al passato. Rancore rievoca il movimento dei luddisti, gli operai inglesi che all’inizio dell’Ottocento distruggevano i telai delle fabbriche per ribellarsi allo sfruttamento industriale: “nuova classe operaia… schiavi di macchine tessili”. Il parallelismo è esplicito: il telaio industriale diventa, nel futuro immaginato dal brano, un telaio digitale che governa il mondo virtuale.
Quando il rapper afferma che “il grande telaio era re su un mondo virtuale”, introduce una riflessione più complessa. Quel mondo è “sovrastruttura di un mondo mentale” e allo stesso tempo “sovrastruttura di un mondo reale”. La rete nasce dall’immaginazione e dalle paure degli uomini, ma finisce per dominarli.
È qui che emerge una delle intuizioni più radicali della canzone: ogni sistema costruito dall’uomo porta in sé un errore. Rancore lo suggerisce con un verso decisivo: “ogni tessitore ha un errore nell’anima”. Il telaio, come ogni macchina, può soltanto simulare la vita. Può imitare il comportamento di una tarantola, ma non può davvero essere vivo.
È proprio questa crepa che Arakno cerca, “una maglia rotta nella rete che ci stringe” per dirla alla Montale. Quando il testo racconta che il sistema va “in bug”, il linguaggio informatico diventa metafora narrativa: la rivoluzione avviene quando qualcuno scopre l’errore nascosto nella struttura.
Arakno assume così il valore di un simbolo. Non è solo un androide ribelle, ma una figura liminale tra umano e macchina, tra rete e coscienza. Per questo il ritornello insiste su un dettaglio decisivo: egli è stato “cresciuto da umani che lo sapevano amare”. La sua forza non deriva soltanto dalla tecnologia, ma da ciò che resta umano dentro la macchina.
Alla fine del processo la sua storia diventa una sorta di mito contemporaneo. Conoscendo il segreto del ragno – cioè la logica della rete – Arakno-boy, il primo anarco-droid, riesce ad aprire uno spiraglio nel Grande Telaio. Ed è proprio in questo gesto che la distopia tecnologica si trasforma in qualcosa di più: una riflessione quasi metafisica sul rapporto tra coscienza, tecnica e libertà.
Arakno 2100: scrutinio finale
Spero che questa mia lettura del testo abbia aderito alle intenzioni dell’autore, ma in ogni caso ricordiamoci che una vera evocazione poetica si realizza in pieno quando l’autore lascia spazio alla fantasia esegetica del fruitore.
Così si genera la cooperazione interpretativa: l’autore crea un vuoto, il lettore (o l’ascoltatore) entra a colmare quel vuoto, “quell’errore nell’anima”. E i testi diventano di più persone. Talvolta di tutti.
In ciò riconosco la letterarietà dei brani di Xenoverso, più marcata certo in X Agosto, in cui il riadattamento del testo pascoliano è evidente, o negli interventi metaletterari facilmente individuabili nello skit Guerra di versi che introduce Le rime (gara tra 507 parole).
In Arakno 2100 c’è qualcosa di più. Non c’è solo il riferimento mitologico ad Aracne, il mito narrato da Ovidio, o il riferimento storico al luddismo. Ci sono distopia e realismo magico. C’è cyberfavola, ma anche poesia metafisica.
E c’è una lingua raffinata, mai tronfia nelle sue raffinatezze. Ci sono giochi di parole e metriche costruite al servizio del mondo rappresentato: così che anche la retorica sembri intrecciarsi nel “Grande Telaio” dell’Universo.











