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Testo&Contesto

Margherita Vicario, Ho chiesto aiuto. L’analisi di un testo che parla di dolore, di cura e della possibilità di reinterpretare la vita.

Il Prof. di latino Davide Misiano legge il nuovo singolo in tre sequenze, dal dolore normalizzato al ritornello sul bene e sul male.

di Davide Misiano · 

Margherita Vicario Ho chiesto aiuto: l’analisi del testo. Il Prof. di latino Davide Misiano ne analizza per noi il testo. A lui la parola.

Non è stato facile per me leggere e analizzare il testo del nuovo singolo di Margherita Vicario.

La procedura che seguo per selezionare i brani su cui lavorare è piuttosto semplice. Ascolto il brano e decido di accoglierlo solo se il testo mi attraversa subito, con qualche gancio aforistico o con qualche immagine forte nella costruzione linguistica e nella densità semantica.

Sono inevitabilmente la musica e il canto a integrare le espressioni, a conferire loro altezza e vigore. Quando questa fusione si compie, già al primo ascolto, risento il brano rimandando ancora la lettura del testo, per intuire il gioco artistico con cui l’autore ha creato quegli ancoraggi speciali, frutto dell’incontro tra parole e musica.

Solo allora mi concentro sulle frasi, sugli aspetti metaforici o retorici, sulle perspicuità o sulle ricercatezze lessicali: solo dopo essere stato intrappolato, in fase di ascolto, dentro quei nodi che rendono il testo bello o utile. Parto da poche cose messe bene, per arrivare a osservare la costruzione ragionata e profonda.

Margherita Vicario Ho chiesto aiuto: novità di temi e forme

Studiare Ho chiesto aiuto è stato difficile, dicevo, anzitutto perché il tema sfiora alcuni tasti della mia esperienza personale. Negli ultimi anni una malattia mi ha insegnato, più che una strategia di cura, una modalità di affidamento agli altri e mi ha indicato una strada, a volte obbligata, per reinterpretare la vita in qualunque forma si presenti.

E proprio l’affidamento, cioè la possibilità di riconoscere il proprio limite e di chiedere aiuto, è uno dei nuclei più evidenti della nuova canzone.

In secondo luogo, la mia difficoltà è nata dall’ascoltare una Margherita Vicario diversa nelle sue scelte espressive, ma ugualmente tranchant.

Nella produzione precedente, soprattutto in brani come Giubbottino, Orango Tango, Abaué o Troppi preti troppe suore, ironia, paradosso, provocazione e teatralità diventavano strumenti per attraversare temi sociali, politici o dolorosi.

Altrove, come in Come va e Pincio, anche la fragilità personale passava attraverso una scrittura mobile, ritmica, capace di scarti improvvisi, immagini incisive e cambi di registro. L’album Bingo (2021), del resto, costruiva gran parte della propria forza proprio su questa combinazione di esposizione personale, messa in scena e accelerazione verbale.

Con Showtime (2023), progetto a metà tra podcast musicale ed EP portato poi in tour, la scena è dichiarata già nel titolo: in Ave Maria, per esempio, il pop sovversivo diventa un mezzo per ragionare, con ironia, sul femminismo contemporaneo.

In Ho chiesto aiuto questi dispositivi sembrano arretrare. Si attenuano i giochi ritmici, fonici e verbali e si riduce la schermatura ironica, mentre cresce il bisogno di una maggiore esposizione emotiva e di un linguaggio più frontale, meno centrifugo.

Il dolore, qui, non viene tanto deviato, teatralizzato o trasformato: viene riconosciuto, nominato e consegnato agli altri. Anche rispetto a Come va, dove la fragilità emergeva dentro un dialogo fitto e mutevole, il nuovo brano cerca una forma più spoglia e diretta di confessione.

La musica della Vicario risente forse di una consapevolezza più matura acquisita attraverso l’esperienza cinematografica?

Non credo: la cantautrice dà prova ancora una volta di non essere un’artista monolitica, ma di saper maneggiare con precisione e intensità i codici di cui dispone. Nel nuovo singolo, anziché trasformare l’esperienza in spettacolo, rinuncia alla messa in scena e fa della canzone stessa una fortissima confessione.


Margherita Vicario Ho chiesto aiuto: l’analisi del testo

La bellezza di questo testo mi impone di superare la struttura convenzionale della mia rubrica (per il significato generale vd. qui).

Il significato del pezzo è dichiarato nel titolo ed è disegnato con chiarezza nelle scene in cui la canzone si sviluppa. Un dolore senza nome e ininterrotto cambia peso nel momento in cui si comprende che non tutto ciò che fa soffrire deve essere accettato come naturale.

Chiedere aiuto diventa il gesto che permette di riconoscere quella sofferenza, di affidarla agli altri e reinterpretarla.

Nel corso del brano si scorge un’evoluzione dello sguardo dell’io poetante, che qui coincide chiaramente con la voce autobiografica dell’autrice (il testo stesso la chiama per nome). La seguirò nelle tre sequenze in cui il testo si articola.


Ho chiesto aiuto: l’incapacità di riconoscere il dolore (I sequenza)

Ho chiesto aiuto molte volte prima di decidere
Ho chiesto aiuto anche con gli occhi ma scoppiavo a ridere
Ho chiesto aiuto cento volte solo a mia cugina
e non sapeva cosa dirmi: “Marghi, stai serena”
Mi riempivo di dolore come un grande imbuto,
ma ora è tutto molto meglio perché ho chiesto aiuto…

Nella strofa iniziale si staglia la bellezza della similitudine che paragona chi soffre a “un grande imbuto”.

L’immagine è volutamente povera e concreta, ma proprio per questo restituisce con immediatezza il modo in cui il dolore, soprattutto quando non lo si conosce ancora, viene accolto quasi organicamente da chi lo prova: si accumula, occupa spazio, diventa parte del corpo e della quotidianità.

Lo leggiamo anche nel prosieguo della strofa:

… perché tanto stavo sempre male
con la testa nella tazza, il collo tra le mani
C’è chi dice “È naturale perché siamo esseri umani…

Nel realismo di queste immagini si riconosce il tema di una sofferenza normalizzata, quasi assorbita nell’idea che stare male appartenga inevitabilmente alla condizione umana.

È già presente, però, un primo contrasto importante: da una parte l’idea consolatoria che soffrire sia semplicemente ‘umano’, dall’altra il rifiuto di considerare il dolore una condizione inevitabile.

… E gli umani stanno sempre a piagne
stan sempre a soffrire, sempre a far le lagne”.
Ma non è vero, non è sempre così
C’è chi sta bene, chi si impegna, chi reagisce
La musica lo insegna

Il nucleo di questa prima parte sta, dunque, nel passaggio dalla normalizzazione della sofferenza alla consapevolezza che stare male non deve essere accettato passivamente.

Ma il testo, e con esso lo stato d’animo dell’io poetante, non resta fermo a questa percezione. Alcune prolessi segnalano già un’evoluzione interiore che si chiarirà nel finale: non l’esclusione del male dalla vita, ma la possibilità di renderlo un luogo attraversabile, persino abitabile.

Se senti una crepa nella voce
è perché questa mia storia è troppo bella, abbi fiducia
E non vuol dire avere la vita del campione
Non buttare al cesso il tempo, prova a esser migliore
Ai miei fratelli, che li amo, ma non so mai cosa dire
Mio fratello mi corcava, ma lo amo da impazzire
Le mie amiche, le sorelle, con i figli nella pancia
I nipoti con cui corro la domenica in campagna.

La maturazione riguarda anche la rielaborazione della memoria: i ricordi vengono ricollocati, perdono almeno in parte il loro potere disordinante, e il passato può essere guardato da una distanza nuova. Non viene cancellato, ma ricompreso; e proprio questa diversa posizione dell’io permette, forse, anche una forma di riconciliazione.


Ho chiesto aiuto: sentire il dolore degli altri (II sequenza)

…che ricordo a tredici anni, per una bomba in una scuola
viaggiavamo in autostrada e piansi tanto tutta sola
Ancora mi chiedo: “Chissà da dove veniva quel dolore”
Non mi lasciava andare e i miei con stupore
mi dissero: “Marghina, perché piangi da due ore?”
“Perché hanno ucciso quei bambini e sono morti nel terrore
tra gli spari, lì ammassati. Non lo so, ma non lo reggo…

Siamo ancora dentro la memoria, ed è sempre lì che il dolore tende i suoi tentacoli.

Il ricordo dell’adolescenza (all’epoca la notizia di bambini uccisi aveva provocato in Margherita una reazione emotiva violentissima) allarga però improvvisamente il campo. Margherita è distante dall’evento, eppure così vicina da ricostruirne le scene come se le avesse viste.

È questo scarto tra lontananza reale e prossimità emotiva a rendere evidente la sua permeabilità al dolore del mondo, l’incapacità di mantenere una distanza protettiva rispetto alla sofferenza altrui.

È per me la parte più toccante del brano: non esiste solo il male che ci piega, ma anche quello, talora più smisurato e ingiusto, che frantuma la vita degli altri. E la dismisura non riduce la sofferenza personale; anzi la amplifica, la rende più complessa.

Da qui nasce anche la riflessione più generale sul bene e sul male presente nel ritornello, che affronterò nell’ultima parte del mio contributo.


Ho chiesto aiuto: l’abitabilità del dolore (III sequenza)

In quest’ultima sequenza ci sono tre passaggi di particolare forza espressiva:

Ho chiesto aiuto e penso meglio anche alle cose più importanti
Alle persone più di merda le trattavo con i guanti…

… non è vero, c’è una specie di corsia in cui uno entra,
fa fatica, prende il ritmo, ci lavora e si ricentra.

… e gli abissi son profondi ma non ci si perde
non ci si muore, non ci si arrende.

Sono versi che portano a compimento la confessione.

Il percorso terapeutico (“ho chiesto aiuto e mi ha risposto un bel dottore”) non è importante perché conduce alla risoluzione del dolore, ma perché apre a una nuova interpretazione della vita, in cui esso diventa esplorabile: un abisso nel quale è possibile scendere senza necessariamente perdersi.

Molto efficace, sia sul piano fonico sia su quello metrico, è la progressione ” fa fatica, prende il ritmo, ci lavora e si ricentra”: lavorare su sé stessi appare come un movimento che comporta fatica e conduce lentamente verso un centro.

Un centro che non elimina il dolore, ma permette di sostenerlo e, forse, di attribuire un senso allo sforzo necessario per attraversarlo.


Margherita Vicario Ho chiesto aiuto: un ritornello filosofico

È il momento del ritornello che, nei diversi punti in cui ricompare, produce anche variazioni di prospettiva:

Ho chiesto aiuto ed ho capito il male non esiste
Neanche il bene, esiste l’uomo che ogni tanto è triste
Ho chiesto aiuto ed ho capito il male non esiste,
è che l’uomo si delude e poi impazzisce
Ho chiesto aiuto ed ho capito il male non esiste
Neanche il bene, esiste l’uomo che va oltre e insiste
Ho chiesto aiuto ed ho capito il male non esiste.

La classica dicotomia bene-male viene risolta, almeno apparentemente, con una frase che ha quasi la delicatezza e la semplicità di un linguaggio infantile: “ho capito il male non esiste / neanche il bene, esiste l’uomo che ogni tanto è triste”.

Ma proprio questa semplicità formale apre un problema molto più complesso. Il male non viene negato come esperienza concreta: viene piuttosto sottratto alla categoria dell’assoluto e ricondotto alla fragilità umana, alla delusione, alla tristezza, alla perdita di controllo. La richiesta d’aiuto sembra allora produrre anche un mutamento dello sguardo: giudicare meno per comprendere di più.

Ed è qui che il testo conserva la sua ambiguità più feconda. Vicario è davvero convinta che bene e male non esistano, oppure questa sospensione delle categorie morali è un’altra strategia per rendere il dolore abitabile?

Forse la forza del ritornello sta proprio nel non sciogliere del tutto la domanda: una formulazione quasi ingenua custodisce una riflessione tutt’altro che ingenua.

Ho chiesto aiuto è così un manifesto esistenziale per combattere la vergogna che nutriamo quando siamo senza un centro, per superare la solitudine, per guardarci a specchio negli altri. È il manifesto che dobbiamo ascoltare quando lavoriamo a rielaborare i ricordi, a riscoprire il valore della fatica necessaria a ritrovare noi stessi, a preservare il bello che resiste.

È con questa disposizione d’animo che canticchio spesso questo brano così sincero da non lasciare scampo, brano che al mio scrutinio finale non può che ricevere la lode.