Ogni estate torna puntuale la stessa domanda: perché non si fa più il Festivalbar? In realtà i programmi musicali estivi in tv esistono ancora. Ci sono Battiti Live, i TIM Summer Hits, grandi eventi televisivi, piazze piene, artisti che si alternano sul palco, tormentoni estivi, conduttori, pubblico. Apparentemente non manca niente.
Eppure manca qualcosa. O meglio, forse manca qualcuno: qualcuno che scelga.
Chi ha vissuto il Festivalbar negli anni ottanta e novanta ricorda qualcosa che oggi è difficile spiegare a chi non c’era. Non era semplicemente un programma musicale. Era un appuntamento che si guardava in famiglia, con gli amici, attraversava le generazioni e, soprattutto, aveva conseguenze: il giorno dopo ne parlavano i giornali, ne parlavano le radio, ne parlavamo noi.
Una performance poteva cambiare la percezione di un artista. Un cantante ancora poco conosciuto poteva improvvisamente entrare nelle case di milioni di italiani. Un artista straniero poteva arrivare sul palco del Festivalbar e, da quella sera, avere finalmente un volto per un pubblico che magari ne conosceva soltanto la canzone (lo sapevate che una volta il videoclip si faceva SOLO se la canzone funzionava in radio?)
Certo, era un altro mondo. E sarebbe intellettualmente pigro liquidare tutto con il solito “una volta la musica era migliore”.
Non è questo il punto e non penso sia neanche un concetto così granitico.
Perché il Festivalbar non si fa più: l’ultima edizione è quella del 2007
Il Festivalbar è andato in onda dal 1964 al 2007. Vittorio Salvetti era morto il 19 ottobre 1998, l’anno in cui la finale era tornata all’Arena di Verona come lui desiderava. Dal 1999 la produzione era passata al figlio Andrea Salvetti. Probabilmente sarebbe semplicistico cercare una sola ragione per spiegare la fine di un evento di quelle dimensioni. Il mercato musicale stava cambiando, così come stava cambiando la televisione e il modo stesso di scoprire e consumare la musica. Un meccanismo enorme, fatto di grandi piazze, trasferte, artisti italiani e internazionali, sponsor e prima serata televisiva diventava inevitabilmente più difficile da sostenere.
Questo potrebbe spiegare perché il Festivalbar sia finito ma non spiega perché, quasi vent’anni dopo, nessuno dei grandi eventi musicali estivi che ne hanno in qualche modo raccolto l’eredità sia riuscito a ricreare lo stesso clima collettivo. Per provare a capirlo bisogna tornare alla musica, ma soprattutto a chi quella musica decideva di metterla su un palco.
Tormentoni estivi: prima di essere un tormentone era una canzone
Anche negli anni ottanta e novanta esistevano canzoni estive leggere, leggerissime e persino dimenticabili. Non ogni brano passato dal Festivalbar era destinato alla storia della musica, così come qualche brano mai salito su quel palco alla storia ci è passato eccome.
La differenza stava anche nel fatto che c’era qualcuno disposto ad assumersi la responsabilità di decidere chi volesse su quel palco.
Anche il tormentone semplicemente nasceva come canzone e diventava tormentone. Oggi una parte della produzione musicale sembra percorrere il tragitto contrario: nasce già con la necessità di possedere le caratteristiche necessarie per diventarlo. Una volta una canzone estiva (tormentone incluso) poteva permettersi una struttura meno funzionale all’immediatezza, mentre oggi è essenziale avere il gancio rapido.
Il ritornello deve arrivare presto, ci deve essere un riff, un groove, un campionamento, una frase immediatamente riconoscibile, qualcosa che possa essere estrapolato, condiviso, trasformato in reel, trend, balletto, contenuto.
Questo non significa che oggi non esistano belle canzoni o bei testi. Significa che persino il testo e la struttura di una canzone devono confrontarsi con un sistema che premia ciò che è di facile presa.
Insomma, se una volta una canzone doveva conquistare l’ascoltatore (magari per il testo profondo, per il tema scomodo), oggi deve innanzitutto conquistare la sua attenzione. E deve farlo in pochi secondi.
Spotify, TikTok e, in generale, le piattaforme di streaming non sono il male. Anzi, hanno democratizzato e rivoluzionato il concetto di divulgazione della musica ma ogni rivoluzione, mentre consegna qualcosa, porta via qualcos’altro.
Dal Festivalbar ai social: abbiamo guadagnato l’accessibilità dell’artista e perso l’attesa dell’artista
Ai tempi del Festivalbar vedere un cantante era un evento. Aspettavi che apparisse sul palco per guardarlo negli occhi, per sentirlo parlare, perché magari avevi ascoltato quella canzone decine di volte alla radio e visto il videoclip, ma non lo avevi mai “visto” per come era davvero, per come parlava, per come si muoveva fuori dai tre minuti di una canzone. Non sapevi praticamente niente di lui. C’era una distanza enorme e in quella distanza cresceva il mito.
Oggi abbiamo l’artista in tasca ventiquattr’ore su ventiquattro. Possiamo seguirlo, commentarlo, scrivergli e qualche volta ricevere persino una risposta. Sappiamo cosa mangia, come si chiamano i figli e i fidanzati, come si allena, dove si trova in vacanza. Una volta, se non andavi al suo concerto, spesso non sapevi quasi nulla di quell’evento; oggi puoi seguirne frammenti praticamente in tempo reale anche dal divano di casa.
Verrebbe da pensare che questa vicinanza abbia reso il rapporto tra artista e pubblico più reale e autentico. Ma quanto può essere davvero autentico qualcuno che sa di essere costantemente sotto una lente d’ingrandimento? Oggi una frase infelice, un gesto frainteso, persino un autografo non concesso possono essere ripresi, estrapolati dal contesto e diventare virali nel giro di poche ore, trasformandosi in un problema d’immagine davvero destabilizzante. È accaduto, per esempio, ad Alessandra Amoroso, travolta dalle polemiche per un autografo negato: un caso emblematico di quanto i social possano amplificare un singolo momento fino a trasformarlo in un ritorno d’immagine dannoso per l’artista.
La vicinanza, insomma, non coincide necessariamente con l’autenticità, ma di certo coincide con l’intrusione nella vita di un artista.
E se è vero che abbiamo guadagnato l’accessibilità dell’artista, è altrettanto vero che abbiamo perso l’attesa dell’artista. E chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta sa bene di quale adrenalina stiamo parlando.
Quando oggi un cantante arriva sul palco di uno show televisivo estivo, spesso abbiamo già visto quella persona centinaia di volte e ascoltato quella canzone altrettante. La televisione non ce la sta facendo scoprire: i social lo hanno già fatto da tempo.
Ed è qui, forse, che si trova la differenza più profonda tra il Festivalbar e molti dei grandi eventi musicali televisivi di oggi.
Vittorio Salvetti e il Festivalbar: non fotografava soltanto il successo, contribuiva a costruirlo
Negli anni novanta il Festivalbar l’ho vissuto da dentro, lavorando in una casa discografica, e quindi a ragion veduta non mi sento di santificarlo trasformandolo in un’oasi incontaminata e pura.
Anche in quegli anni – giustamente! – il mercato contava. Contavano le vendite, contavano i passaggi radiofonici. I dati esistevano eccome e, sempre per rimestare in quel pentolone anni Novanta, come dimenticare Music Control, il sistema di monitoraggio che rilevava i passaggi dei brani sulle emittenti radiofoniche? Ogni venerdì mattina quei dati erano una sentenza con la quale affrontare la settimana promozionale successiva.
Ma quei dati non sostituivano la direzione artistica. Ed è qui che entra Vittorio Salvetti.
Salvetti dava appuntamento a tutti gli addetti ai lavori, ascoltava, valutava “la chicca”, ma naturalmente cercava anche i successi già acclarati. Conosceva il mercato, ma possedeva soprattutto quella qualità sempre più rara che dovrebbe appartenere a chi fa direzione artistica: l’intuizione.
Lo posso davvero dire. Io c’ero. Insieme a mio padre, Pippo Landro della New Music International, gli presentavamo quello che già conosceva e quello che avrebbe potuto intuire come un successo dell’estate.
Voglio portare un esempio su tutti: i Los Locos. Chi non conosce il duo di Macarena, El Tic Tic Tac, Ai Ai Ai, diventata anche sigla di Un medico in famiglia? Artisti che abbiamo gestito per anni e che praticamente non venivano programmati dai grandi network radiofonici, che li snobbavano davvero. Lo stesso accadde, per esempio, con El Pam Pam di Cecilia Gayle che oggi conoscono pure i sassi!
I loro videoclip non passavano su quei canali musicali che, all’epoca, erano fondamentali anche per potersi sentire “arrivati”.
Eppure, con i Los Locos, non ci siamo persi una sola finale del Festivalbar. Anno dopo anno, tormentone estivo dopo tormentone estivo.
E sono certa che molti colleghi discografici indipendenti potrebbero raccontare storie simili. Mi chiamino: magari gli darò voce in qualche altro approfondimento.
Questa piccola parentesi personale serve a spiegare una cosa: Salvetti intuiva come collocare un artista, quanto spazio concedergli, quale novità meritasse di stare accanto al grande nome.
Il Festivalbar poteva tenere insieme pop, rock, cantautorato, dance, star internazionali ed emergenti senza dare l’impressione che qualcuno fosse finito lì soltanto perché un dato aveva già certificato che in quel momento “funzionava”.
Nel 1990, per esempio, il DiscoVerde, premio speciale che il Festivalbar riservava alle nuove proposte, andò a un giovane Luciano Ligabue con Balliamo sul mondo. Oggi sembra quasi naturale citarlo. Ma il punto è proprio questo: oggi sappiamo chi sarebbe diventato Ligabue. Allora bisognava intuirlo. Ed è questa la differenza tra certificare un successo e contribuire a costruirlo.
Direzione artistica oggi: chi si assume la responsabilità di scegliere?
È probabilmente questa la domanda che dovremmo farci invece di continuare a chiederci perché non torna il Festivalbar: oggi chi decide?
Naturalmente esistono ancora direttori artistici, discografici, radiofonici e professionisti competenti, persone che ascoltano la musica prima dei numeri e si esprimono con tutta la loro esperienza. Siete rimasti in pochi, ma vi apprezzo tanto. Grazie!
Ma il peso dei numeri è diventato enorme. Stream, visualizzazioni, certificazioni, playlist, follower, trend, utilizzi di un determinato suono su TikTok: disponiamo di una quantità di informazioni sul comportamento del pubblico che Vittorio Salvetti non avrebbe potuto nemmeno immaginare.
Il problema nasce quando il dato smette di aiutare una scelta e comincia a sostituirla.
Perché se porto su un palco soltanto ciò che è già esploso sulle piattaforme, non sto facendo direzione artistica. Sto fotografando ciò che è già successo.
“È virale, quindi lo invito”. Ma se tutti ragionano così, chi sceglie per primo?
Chi mette un emergente davanti a un pubblico enorme prima che un algoritmo abbia garantito che quell’investimento è sicuro?
Chi rischia?
L’algoritmo misura, il direttore artistico sceglie
Forse è proprio questa la grande lezione lasciata da Vittorio Salvetti.
Un direttore artistico può sbagliare e va bene così. Persino un altro indimenticabile e insostituibile direttore artistico ogni tanto – raramente! – sbagliava: Pippo Baudo.
Scegliere significa esporsi, puntare su qualcuno quando ancora non ci sono milioni di stream a tranquillizzarti, assumersi la responsabilità di dire: “io credo che questa musica meriti di essere ascoltata”.
Un algoritmo non ha questa responsabilità, perché non ha costruito sul campo una competenza e un’esperienza. Ma soprattutto perché non ha emozioni, gusto, intuito.
È bravissimo a dirci cosa sta funzionando qui e ora, ma solo un direttore artistico realmente conoscitore del proprio mestiere può avere il coraggio di intuire cosa potrebbe funzionare domani.
Quella figura di direttore artistico, vero e proprio mediatore culturale che non si limitava a leggere i numeri ma li interpretava – e qualche volta aveva persino il coraggio di ignorarli – oggi ha perso gran parte della centralità e dell’autonomia che aveva allora. E questo vale in televisione, nelle radio e nei grandi eventi musicali perché scegliere significa anche rischiare che la propria scelta non funzioni. Vittorio Salvetti quel rischio se lo prendeva. Pensiamo al Festivalbar del 1995: Gianluca Grignani portava Falco a metà tutt’altro che il prototipo della canzone da spiaggia, mentre Dolores O’Riordan saliva sul palco con i Cranberries e cantava Zombie, un brano cupo, drammatico, politico, che con l’estate non aveva davvero niente a che fare.
Eppure erano lì. Perché il Festivalbar non cercava soltanto “la canzone dell’estate”: portava sul palco la musica che riteneva valesse la pena far ascoltare. Anche quella internazionale, per la quale quel palco poteva diventare una straordinaria porta d’ingresso nelle case degli italiani. Salvetti, in quei due casi, non sbagliò.
E allora viene spontanea una domanda: oggi, nel pieno dell’estate, avremmo ancora il coraggio di mettere in prima serata una Falco a metà o una Zombie senza aspettare che stream, trend e algoritmi ci assicurino prima che funzioneranno?
E allora che senso ha continuare a domandarsi perché non torni il Festivalbar? Perché alla fine ciò che manca del Festivalbar non è il Festivalbar.
È Vittorio Salvetti.



















