Blanco – la recensione del nuovo disco, Ma’, fuori dal 3 aprile 2026.
Crescere porta a cambiare, vale per tutti e a tutti i livelli. Nessuno cresce rimanendo la stessa persona che era a 15, 18, 20 anni e bisogna farci ogni giorno i conti, non si scappa da questa regola di vita non scritta.
Ci sono delle cose che, quasi obbligatoriamente, la vita ti impone di lasciare alle spalle e se a 16 anni potevi permetterti di saltare sulle sedie e spaccare a colpi di bastone un appartamento, a 23 anni le responsabilità fanno capolino e bisogna fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni, motivo per cui (se si è intelligenti) quella parte ribelle si placa quasi automaticamente.
Quello che è successo a Blanco, ascoltando il suo nuovo album, sembra essere esattamente questo: un ragazzino punk e scalmanato, senza il minimo controllo, diventa adulto e capisce da solo che forse è arrivato il momento di darsi una calmata, riordinare le idee e sedarsi.
Ma’ è la sintesi in meno di 50 minuti di questa crescita e bisogna farci i conti.
La verità è che il primo ascolto di questo album, se conosci Blanco da ancora prima del suo grande e irrefrenabile successo, ti lascia con uno strano amaro in bocca. La brutalità, la potenza espressiva e visiva, la forza dei suoni che arrivano dritti in faccia come una rivoluzione di Blu Celeste sono scomparsi quasi nel nulla, questo terzo album è patinato, controllato, depauperato nel sound e nelle intenzioni.
Per fare un parallelismo, è come se oggi John Lydon e i Sex Pistols, dopo Never Mind The Bollocks, pubblicassero un album pop in stile Ghost Stories dei Coldplay.
Blanco era John Lydon ed è diventato Chris Martin.
Ma’ è L’ALBUM di Blanco con TESTI INTENSI E MUSICA SENZA MORDENTE
Ascoltando questo terzo album di Riccardo Fabbriconi salta subito all’orecchio un fattore che può essere chiave: i testi ci sono, la musica no. La capacità di scrivere cose profonde ed impattanti di Blanco non è svanita, anzi ha raggiunto un nuovo livello di maturità con l’età che avanza.
Quello che sembra essere il vero punto debole di questi 46 minuti è la parte musicale, Michelangelo e le sue idee che non sembrano più tanto impattanti sulla voce e il cambiamento in atto di Blanchito.
Chiaro, parliamo di un progetto su cui sono stati investiti tantissimi soldi dunque tecnicamente non c’è nulla di sbagliato all’ascolto, è la percezione di scollamento qualitativo e distanza emotiva tra testo e musica che c’è dietro tutto il lavoro a risaltare.
Ai tempi di Blu Celeste era stato realizzato un lavoro di fino sulla voce così particolare da renderla unica. Quelle sporcature, quei dettagli distorti quasi industrial alla Nine Inch Nails avevano reso il timbro di Blanco iconico per più di una generazione.
Arrivati a questo terzo album, si sente che si è andati in una direzione di pulizia pop che, però, ha messo il leone in gabbia. In questo caso il leone è il timbro, la gabbia è il suono patinato che lo ricopre.
Che sia arrivato il momento di trovare, in ottica futura, nuove strade artistiche? “Blanchito bebe, Michelangelo, mettimi le ali” è un claim ormai storico ma, forse, non sarebbe stato sbagliato trovare nuovi stimoli altrove.
DEPRESSIONE, DIPENDENZE, CADUTE E RISALITE. BLANCO SI LIBERA DAL MALE
Leggendo i testi si può dire in tutta serenità che questo è un album di redenzione, figlia ovviamente della maturità di cui sopra, con vette altissime di scrittura nella title track Ma’.
“Io non mi voglio bene, questa vita fa schifo, tu mi avevi avvertito” oppure ancora “Se domani non mi sveglio io ti aspetterò lì…io non mi voglio bene” sono frasi e concetti di una potenza emotiva fuori scala.
Quando si parla di redenzione si parla anche di consapevolezza, quella che Blanco mette in campo quando fa capire a tutti ciò che lui, evidentemente, ha capito diverso tempo fa per fortuna: il successo dilania, distrugge e bisogna essere pronti a farsene carico con le spalle larghe.
Era chiaro già a tanti che questa esplosione improvvisa da giovanissimo, nel 2021, lo avesse condizionato psicologicamente perché di cose e scelte sbagliate, dopo, ne sono state fatte e anche tante. Arrivare a 23 anni mettendo un punto ai pensieri, razionalizzando e ripartendo non è cosa da tutti.
Ripartire lo si può fare, come nel suo caso, affidandosi anche a chi queste cose le ha vissute prima di lui come Gianluca Grignani. Lui è stato il Blanco degli anni ’90, o per meglio dire è Blanco a essere il Gianluca Grignani degli anni ’20.
Vizi, dipendenze, abbracciare il diavolo e farsi portare a spasso dal peccato è un’esperienza che Grignani, quasi da papà, racconta all’ipotetico figlio cercando di suggerirgli tra le righe la via d’uscita migliore.
Peggio del Diavolo è la canzone principe dell’album legata al tema delle dipendenze, che entrambi hanno conosciuto da vicino. Ad oggi, Grignani continua evidentemente a patire le conseguenze di quelle sue lotte interiori (la notizia dell’ennesimo annullamento del tour a causa delle condizioni di salute lascia pensare…) e fare da chioccia a Blanco può essere stato utile.
Un momento chiave di questo album è la storia legata tra le due canzoni 15 dicembre (prima) e 27 luglio (dopo), in cui il tema parrebbe essere quello di una gravidanza non portata a termine e di una relazione, susseguentemente, terminata per il peso di quanto successo.
Ci sono delle frasi chiave che fanno capire questa cosa, a partire dalla sibillina “Io, te e lei qui”, fino ad arrivare all’arco temporale di nove mesi tra le due date che, tra l’altro, viene anche detto dallo stesso Blanco in 27 luglio: “oggi mi sento a pezzi, sono passati nove mesi”. Casualità o reale racconto di una sfera privata così tanto profonda?
La vera consapevolezza di vita arriva verso la fine, a partire da Fuochi Per Aria (la fortuna) in cui la frase “è soltanto fortuna che sia sbocciato come un fiore” lascia trapelare quel sospiro di sollievo nell’avere superato le avversità, anche le più grandi, per far spazio finalmente a sorrisi e calma.
C’è spazio per l’analisi dettagliata di ogni aspetto della vita di questo ragazzo diventato uomo, di questo punkettone diventato bravo ragazzo. Ma’ serviva a questo, a riordinare le idee dopo un periodo piuttosto lungo di difficoltà e adesso è chiaro. Questo genere di album diventano importanti per mettere un punto al passato e ripartire, dunque potrebbe anche trasformarsi in album di passaggio prima di creare un ipotetico ‘album della vita’, chissà.
Di certo, dato che ci ritroviamo di fronte a questo tipo di concept, sottolinearne le eventuali criticità è importante ma l’unica, vera criticità è quella che abbiamo già espresso prima: Blanco non è mai stato il problema, tranne che per se stesso. Adesso che tutto sembra essere ripartito bisognerà trovare la quadra musicale per questa sua nuova fase.
Fare testi così belli e chiuderli in una gabbia dorata pop da classifica sembra quasi un peccato. Presi singolarmente, tutte le canzoni dell’album hanno il potenziale per diventare dei brani da grandi risultati come singoli da estrapolare, come focus track. Blanco, però, ha bisogno di questo? Ha bisogno di nuovo dei numeri e del grande successo da classifica?
Lo dice anche lui che non è quello l’obiettivo, lo dice proprio in questo album, e allora che si cercasse un nuovo sound non da classifica ma di concetto. Leggasi alla voce ‘io Individuo‘ per capire definitivamente di cosa stiamo parlando.
Teniamoci il bello, l’emotività, la voglia di liberarsi e di condividere con garbo. Blanco è tornato e già questa è una notizia. A 23 anni ha già affrontato di tutto ma la vita è ancora lunga e se continuerà a viverla come ha sempre fatto, di cose da raccontare ne avrà ancora tantissime.
VOTO TESTI: 9 VOTO MUSICA: 6
VOTO TOTALE: 7
⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐
Migliori canzoni: Peggio del Diavolo, Ma’, 15 Dicembre
Peggiori Canzoni: Piangere a 90











