Brunori Sas agli Arcimboldi: le canzoni diventano teatro e i monologhi scavano nelle nostre contraddizioni
Al Teatro Arcimboldi di Milano, canzoni e monologhi compongono un racconto tra politica, famiglia e memoria.


Brunori Sas porta TUTTOBRUNORI, canzoni e monologhi al Teatro Arcimboldi di Milano, accolto da un sold out nella serata dell’8 ottobre 2026. E per me è stata una piacevole riscoperta.
Avevo già visto il cantautore calabrese dal vivo e ricordo di aver apprezzato soprattutto la sua capacità istrionica, quel modo tutto suo di introdurre le canzoni attraverso intermezzi teatrali, battute e divagazioni. Era già evidente una predisposizione al racconto, una capacità di tenere il palco andando oltre il ruolo del musicista.
Questa volta, però, ho trovato uno spettacolo con una drammaturgia precisa. Le canzoni sono diventate parte dei monologhi, entrano nel racconto, lo sviluppano, a volte sembrano portarlo avanti laddove le parole si fermano. Tutto appare pensato all’interno di una struttura coerente, senza passaggi superflui o momenti inseriti soltanto per dare spazio al repertorio.
Il risultato è un lavoro di teatro-canzone in cui la scrittura musicale diventa materia teatrale. Ed è proprio questa scelta a distinguere TUTTOBRUNORI dai concerti che avevo visto in precedenza.
Brunori Sas, la drammaturgia dietro le canzoni
A tenere insieme lo spettacolo sono i temi che da sempre abitano l’universo artistico di Dario Brunori: la famiglia, l’amore, la morte, la politica, il rapporto con il presente.
Il punto interessante è il modo in cui vengono affrontati. Si parte spesso da una battuta, da un aneddoto apparentemente leggero, per arrivare poco alla volta a questioni decisamente più complesse.
Si ride molto, ma a un certo punto ci si accorge che quella risata ha aperto una riflessione tutt’altro che banale. È una delle qualità che ho apprezzato maggiormente: la capacità di scavare dentro le cose senza perdere l’ironia e senza trasformare ogni pensiero in una verità assoluta.
La stessa scaletta rende evidente il lavoro sulla struttura. Dieci monologhi distribuiti lungo tutto lo spettacolo, alternati a diciassette canzoni. Una successione che costruisce un ritmo teatrale e permette ai diversi argomenti di svilupparsi progressivamente.
Osservando i titoli dei brani emerge anche un possibile arco narrativo. Si parte da La verità e La ghigliottina, si attraversano canzoni come Figli della borghesia e L’uomo nero, per arrivare nella parte finale a Canzone contro la paura, Per non perdere noi e L’albero delle noci.
Una traiettoria che sembra muoversi dalle contraddizioni individuali e collettive verso una dimensione più intima, quella degli affetti e della paura di perdere ciò che abbiamo. Non un percorso rigidamente lineare, ma una successione di temi che si richiamano e trovano nei monologhi il loro collegamento.
Il padre, una bilancia e tutte le cose che non siamo riusciti a raccontare
Il monologo che mi è rimasto maggiormente impresso è quello dedicato al padre, scomparso prima che il figlio potesse condividere con lui i risultati più importanti della propria carriera.
In scena compare una bilancia, utilizzata con una creatività che dimostra quanto anche un oggetto quotidiano possa acquistare una funzione teatrale.
Attraverso questo espediente prende forma un dialogo con il padre, un uomo che aveva convinzioni politiche differenti dalle sue e che non ha potuto conoscere fino in fondo la persona che suo figlio sarebbe diventato.
Gli racconta quello che è successo, i traguardi raggiunti, il successo arrivato dopo la sua morte.
È una situazione molto personale, eppure credo abbia risuonato fortemente in tante persone presenti in sala.
Perché esiste una paura che forse accomuna molti di noi: perdere qualcuno prima di avergli potuto mostrare ciò che siamo diventati. Non necessariamente un successo professionale. Anche soltanto una scelta, un cambiamento, una conquista che avremmo voluto condividere.
È un dialogo che nasce dall’assenza e prova, per qualche minuto, a colmarla.
La commozione arriva da lì. Da tutto quello che avremmo voluto raccontare e che, a un certo punto, non possiamo più dire.
La bandiera della Palestina e il dubbio di esporsi
La politica occupa uno spazio importante nello spettacolo. Il cantautore non nasconde il proprio orientamento e dichiara apertamente di essere di sinistra, a scanso di equivoci.
Ma il monologo che ho trovato più interessante è quello in cui racconta un episodio avvenuto durante un concerto, quando uno spettatore sventolava una bandiera palestinese aspettandosi che lui la prendesse in mano.
Da quell’episodio prende forma un monologo interiore che mette in fila esitazioni e contraddizioni. C’è il dubbio di esporsi, la paura di aderire a una posizione soltanto perché è ciò che gli altri si aspettano, il rischio di compiere un gesto che potrebbe apparire retorico o persino ridicolo.
Sono interrogativi nei quali è facile riconoscersi, soprattutto in un presente in cui prendere posizione sembra essere diventato un obbligo e ogni gesto pubblico viene immediatamente interpretato e giudicato.
Eppure, alla fine, quella bandiera la prende e la sventola.
La conclusione del monologo è una scelta: meglio rischiare di essere ridicoli, metterci la faccia e fare qualcosa, piuttosto che rimanere immobili nell’incertezza.
Ho trovato interessante proprio questo passaggio. La posizione politica è dichiarata, ma prima del gesto vengono raccontate tutte le contraddizioni che possono accompagnarlo.
Non sono del tutto sicura che il dilemma trovi davvero una soluzione, e forse non è nemmeno questo il punto. C’è una differenza tra dichiarare da che parte si sta e raccontare quanto possa essere complicato decidere di starci pubblicamente.
Un’altra riflessione attraversa il monologo dedicato ai genocidi, nel quale vengono richiamate tragedie differenti della storia. Un tema che richiede attenzione e misura, affrontato attraverso un racconto che si prende il tempo necessario per ragionare sulle responsabilità individuali e collettive.
È interessante che brani come Figli della borghesia, Italiano – Latino e L’uomo nero trovino spazio nello stesso spettacolo. Canzoni che permettono di attraversare questioni sociali, identitarie e politiche attraverso linguaggi differenti, dall’ironia alla satira fino alla denuncia.
L’amore, la figlia e 28 anni di vita insieme
C’è poi una dimensione più intima che attraversa TUTTOBRUNORI, quella dell’amore e della famiglia.
Dario Brunori racconta la relazione con la sua compagna, con la quale condivide 28 anni di vita, e l’arrivo della figlia, che ha inevitabilmente spostato gli equilibri della coppia.
Lo fa con la consueta ironia, prendendo in giro se stesso, le dinamiche domestiche e le trasformazioni che accompagnano la genitorialità.
L’amore di cui parla è quello che attraversa il tempo, cambia, si modifica con le persone che entrano nella nostra vita. In questo senso, anche la scelta di inserire canzoni come Al di là dell’amore, Per non perdere noi e Per due che come noi contribuisce a dare continuità a una riflessione sulle relazioni e sulla loro fragilità.
Mi sembra significativo che nella parte conclusiva della scaletta trovino spazio proprio questi brani, insieme a Canzone contro la paura e L’albero delle noci.
La paura, che attraversa molti dei racconti precedenti, assume qui una dimensione affettiva. È la paura di perdere, di cambiare, di non riuscire a trattenere ciò che amiamo.
La band di Brunori Sas e gli arrangiamenti del tour teatrale
Sul piano musicale ritroviamo la band che accompagna abitualmente il cantautore nei suoi concerti. Una formazione consolidata, capace di adattarsi alle esigenze di uno spettacolo che richiede un equilibrio particolare tra musica e recitazione.
Tra i musicisti della formazione abituale, documentata anche nel tour del 2025, figurano Simona Marrazzo (voce e percussioni), Stefano Amato (basso e violoncello), Dario Della Rossa (pianoforte e tastiere), Massimo Palermo (batteria e percussioni), Mirko Onofrio (fiati e vibrafono), Luigi Paese (tromba e flicorno), Gianluca Bennardo (trombone) e Lucia Sagretti (violino).
La scelta musicale che ho apprezzato maggiormente riguarda gli arrangiamenti, decisamente più morbidi e raccolti rispetto a quelli dei concerti tradizionali. Un suono che si adatta all’atmosfera intima del teatro e lascia respirare i momenti recitati.
L’ensemble accompagna con grande misura i passaggi tra parola e canzone, diventando una cornice musicale perfettamente funzionale alla costruzione drammaturgica. I brani mantengono la propria identità, ma rinunciano a parte dell’impatto tipico della dimensione live per entrare in una narrazione più raccolta.
Anche la selezione del repertorio sembra rispondere a questa esigenza. Non una successione di successi pensata per assecondare le aspettative del pubblico, ma canzoni scelte per il loro contenuto e per la possibilità di sviluppare il discorso avviato dai monologhi.
È interessante, per esempio, che La verità apra la parte musicale e che L’albero delle noci arrivi soltanto alla fine. In mezzo c’è una riflessione sull’identità, sulla politica, sulla paura e sulle relazioni, che trova progressivamente una dimensione sempre più personale.
La musica accompagna questo movimento senza cercare continuamente il momento spettacolare. Ed è una scelta che, in un teatro, mi sembra particolarmente efficace.
TUTTOBRUNORI: un teatro-canzone che non si ferma alla battuta
A fine spettacolo mi sono ritrovata a pensare soprattutto alla sua costruzione.
La naturalezza un po’ istrionica che avevo apprezzato nei concerti precedenti è rimasta intatta. Questa volta, però, è al servizio di una scrittura teatrale molto più precisa, evidente nella scelta dei temi e nel rapporto tra musica e parola.
La musica è materia drammaturgica. Non arriva a conclusione di un discorso per offrire una pausa emotiva: fa parte dello stesso discorso.
È una scelta che richiede consapevolezza teatrale, perché significa lavorare sul ritmo complessivo dello spettacolo e sulla relazione tra due linguaggi che non sempre riescono a convivere con questa naturalezza.
Mi ha colpito la capacità di passare dal comico al tragico senza perdere credibilità. Dal racconto della vita di coppia al dialogo con un padre che non c’è più, dalle battute sulla genitorialità alle riflessioni sulla Palestina e sui genocidi.
Temi molto diversi, tenuti insieme da uno sguardo riconoscibile, che conserva il dubbio e l’ironia anche quando sceglie di esporsi.
Quello che ho apprezzato maggiormente è che Brunori riesce a far ridere senza utilizzare la comicità per evitare le questioni più difficili. La battuta diventa il punto da cui partire per raggiungere una profondità che raramente si incontra in un concerto tradizionale.
Sono uscita dall’Arcimboldi pensando soprattutto a quel padre che non ha potuto vedere suo figlio diventare ciò che è oggi. Alla bilancia, a quel dialogo impossibile. E alla strana capacità del teatro di farci riconoscere nella vita di qualcun altro.
Le canzoni di Brunori Sas le conoscevo già. Questa volta ho avuto l’impressione di averle viste anche recitare.
Brunori Sas, la scaletta di TUTTOBRUNORI al Teatro Arcimboldi di Milano
La scaletta dello spettacolo TUTTOBRUNORI, canzoni e monologhi alterna diciassette brani a dieci interventi teatrali. Di seguito l’ordine completo riportato nella scaletta dell’8 ottobre 2026 al Teatro Arcimboldi di Milano.
Intro cinegiornale (sipario chiuso)
- Monologo
- La verità
- La ghigliottina
- Monologo
- La vita com’è
- Capita così
- Monologo
- Come stai?
- Figli della borghesia
- Monologo
- Yoko Ono
- Ode al cantautore
- Monologo
- Italiano – Latino
- L’uomo nero
- Monologo
- Al di là dell’amore
- Il gallo addosso
- Monologo
- Canzone contro la paura
- Secondo me
- Monologo
- Per non perdere noi
- Monologo
- Per due che come noi
- L’albero delle noci
- Monologo
Foto di Francesco Prendoni





