27 Febbraio 2026
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27 Febbraio 2026

Sanremo 2026, la terza serata che emoziona con Alicia Keys ma inciampa sempre nel linguaggio

Cronaca e giudizi dalla terza serata del Festival: chi ha convinto, chi ha deluso, la top 5.

Analisi top e flop della terza serata di Sanremo 2026 tra esibizioni, ospiti e polemiche
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TOP

1.Le esibizioni: quando il palco prende forma

La terza serata ha avuto alcuni (pochi) momenti memorabili.

Il vintage elegante di Maria Antonietta & Colombre è stata una scelta precisa: nessuna rincorsa al volume, nessuna ansia da prestazione. Un’estetica coerente, un racconto intimo, quasi cinematografico. In mezzo al rumore, la sottrazione funziona sempre.

Sal Da Vinci ha fatto l’operazione opposta: ha acceso l’Ariston. E quando l’Ariston si accende davvero lo senti nello stomaco. Non è solo entusiasmo da platea, è mestiere. È controllo dell’energia. È sapere quando spingere e quando fermarsi. Non mi piace la canzone ma non posso ignorare il pubblico in visibilio e le sue lacrime alla standing ovation.

E poi Michele Bravi. Il suo è un pezzo difficilissimo. Non solo vocalmente, ma emotivamente. È una canzone che ti mette a nudo, che non concede distrazioni, che non si può cantare “a metà”. Stasera l’ha cantata benissimo. Con controllo, con misura, senza cercare l’effetto. Per me uno dei migliori della serata. Non per l’ovazione, ma per la qualità.

Infine Sayf che nella sua imperfezione mi fa sorridere, bellissimo testo. E poi è l’ultimo che si esibisce merita sicuramente un posto nei TOP.

Non è stata una serata perfetta, ma sul piano musicale qualcosa si è mosso.

2.L’omaggio a Mogol: memoria senza polvere

1776 canzoni. È un numero quasi irreale.

Mi sono commossa. Forse stasera sono particolarmente emotiva, ma quando scorrevano le immagini e partivano quelle canzoni mi sono commossa davvero. Erano le canzoni di quando ero bambina. Non in senso nostalgico, ma in senso formativo. Quelle che senti in casa, in macchina, alla radio la domenica. Quelle che non scegli tu, ma che ti costruiscono.

In quel momento non stavo guardando un premio alla carriera. Stavo attraversando un archivio sentimentale collettivo.

Sì, la battuta è facile: ha i diritti SIAE per le prossime venti vite. Ma al di là dell’ironia, lì il Festival ha trovato un senso.

3.Il Piccolo Coro dell’Antoniano: la grazia inconsapevole

I bambini cantano e non sanno. E forse è proprio questo il punto.

Li guardi e pensi al mondo fuori, a quanto sia fragile l’idea stessa di pace, e loro cantano con una leggerezza che non è superficialità: è purezza scenica.

È stato uno dei momenti più limpidi della serata. Vederli tutti in bianco con i loro sorrisi, la purezza. Ma solo loro, il contenuto è tra i flop.

4.Alicia Keys: eleganza che riallinea tutto

La voce di Alicia Keys è stata un regalo vero.

Non l’ospite internazionale da cartolina. Un’artista che entra, canta e sposta l’asse qualitativo del palco.

Timbro, controllo, eleganza. Per qualche minuto ci siamo dimenticati la noia mortale che a tratti aleggiava. E questo non è poco.

5.Ubaldo Pantani (Lapo): ironia ben calibrata

Il Lapo di Ubaldo Pantani è un personaggio rodato, sì, ma mai gratuito. Non è caricatura urlata, è costruzione intelligente.

Il personaggio funziona, è costruito bene. Però mi chiedo quanti sappiano davvero chi sia Lapo Elkann. Le ricerche su Google durante la serata lo dimostrano: per molti è stato più una scoperta che un riferimento immediato.

6.FRU Bonus Track

FRU anche solo dal Suzuki Stage è stato un momento che vale la pena di ricordare.

FLOP

1.La retorica della pace

Il momento “pace” arriva in prima serata, con Laura Pausini insieme al Piccolo Coro dell’Antoniano. I bambini distribuiscono fiori al pubblico dell’Ariston, le immagini sono pulite, quasi sospese, e parte Heal the world. È un quadro costruito con cura, emotivamente ineccepibile.

L’intenzione non la metto in dubbio. Ma generalizzare oggi è un lusso che non possiamo permetterci.

Parlare di pace in modo universale, senza nominare nulla, senza contesto, senza assumersi il peso delle parole, rischia di trasformare un tema enorme in un’immagine rassicurante. E in questo momento storico l’assenza di specificità non è neutralità: è sottrazione.

Non esistono guerre più importanti di altre. Ma esistono valori, responsabilità e conflitti concreti che chiedono di essere chiamati per nome. Altrimenti il messaggio resta simbolico, esteticamente perfetto, ma politicamente evanescente.

E quando un concetto diventa solo simbolo, perde forza. Diventa slogan. E lo slogan, per quanto cantato bene, non cambia nulla.

2.La pornografia del dolore

Il momento arriva con Paolo, vittima di un pestaggio per rapinargli il suo monopattino, sul palco in collegamento poiché è in fase di riabilitazione. Racconta la sua storia, la sua battaglia, la fragilità esposta senza filtri. Il teatro si fa silenzioso, le telecamere stringono sullo schermo, il pubblico applaude con rispetto. Poi quella frase, detta con forza alla fine: «Non si molla un c**zo».

È una frase vera. È una frase che appartiene a chi sta combattendo qualcosa di reale. E a lui auguro che diventi davvero una profezia personale.

Il problema non è la testimonianza. Il problema è la cornice. Quando il dolore entra dentro un meccanismo televisivo così riconoscibile, il rischio è che l’emozione venga incanalata in un formato.

Ed è lì che il confine diventa sottile. Perché tra condivisione e spettacolarizzazione passa pochissimo. E quando il dolore viene incastonato dentro una sequenza costruita per generare reazione immediata, si scivola verso una forma di pornografia emotiva.

Ieri sera, a tratti, quella soglia è stata superata. Non per cattiveria. Non per cinismo. Ma per automatismo televisivo. E l’automatismo, quando si parla di sofferenza, è sempre pericoloso.

3.Il siparietto Raffaele – De Luigi

Io amo Virginia Raffaele. Proprio per questo non ho capito il senso del siparietto con Fabio De Luigi.

Non era graffiante, non era surreale, non era necessario. Era lì. E quando qualcosa in televisione “è lì” senza motivo, diventa inutile. Mi scuso forse non sono arrivata a capire l’avanguardia.

4.Carlo Conti e il quaderno delle frasi fatte

A volte sembra che Carlo Conti segni punti su un quaderno invisibile delle frasi giuste.

«Quando una donna dice no è no.»

Verissimo. Ma detta così, come slogan inserito nel flusso, rischia di suonare come un promemoria da agenda più che una presa di posizione reale.

E Sanremo, quando vuole essere pedagogico, dovrebbe farlo con meno didascalia e più sostanza.

5.Le top model a presentare

Irina Shayk è bellissima. Questo non è in discussione. La presenza scenica c’è, l’abito funziona, l’immagine è perfetta per la televisione.

Ma la domanda resta: cosa ha aggiunto davvero alla serata?

Sanremo non ha bisogno solo di volti iconici, ha bisogno di presenza narrativa. Di interventi che spostino qualcosa, che creino ritmo, che incidano nel racconto. Qui invece la sensazione è stata quella di una presenza decorativa. Per carità stiamo parlando di un festival che in questo momento fa acqua da tutte le parti e non ha contenuti forti però in generale direi che questo concetto delle top-model è antiquato.

Chi sono i top five?

Arisa, Sayf, Luchè, Serena Brancale, Sal da Vinci.

Per l’elenco completo e le nostre valutazioni dettagliate dei cantanti, leggi le pagelle della terza serata.

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