Pubblicità occulta Sanremo 2026, dove finisce lo spettacolo e inizia il marketing?
Sanremo è una gara di canzoni.
Ma è anche una gigantesca piattaforma pubblicitaria a cielo aperto.
Non perché lo dica il regolamento.
Perché lo dice la realtà.
Negli ultimi anni la parola “pubblicità occulta” è entrata stabilmente nel lessico festivaliero. Non si parla più solo di loghi inquadrati per sbaglio. Si parla di associazioni, rimandi, co-branding, eventi paralleli, stories Instagram. Si parla di visibilità che diventa merce.
E a riportare più volte questi casi nel dibattito è stata anche Selvaggia Lucarelli, che oggi ha analizzato pubblicamente le situazioni legate a Fedez e a Malika Ayane, sollevando interrogativi che non riguardano solo loro, ma l’intero sistema.
Fedez e l’evento brandizzato fuori dall’Ariston
Il caso di Fedez riguarda un evento organizzato durante la settimana sanremese da un brand di dispositivi per tabacco riscaldato. Tutto formalmente fuori dalla diretta Rai, tutto comunicato come iniziativa per pubblico adulto.
Il nodo, però, non è la diretta.
Il nodo è l’osmosi.
Un artista in gara gode di una visibilità straordinaria grazie al servizio pubblico. Se, nello stesso momento, rilancia sui propri social un evento brandizzato, quella visibilità diventa automaticamente leva commerciale. E quando il prodotto è legato alla nicotina, il tema diventa ancora più delicato.
Non è una questione di “ha infranto la legge sì o no”.
È una questione di opportunità e di confini.
Malika Ayane e il prodotto che si chiama come la canzone
Poi c’è il caso di Malika Ayane.
La cantante partecipa con un brano intitolato “Animali notturni”. Parallelamente viene messo in vendita un kit cosmetico con lo stesso nome, in collaborazione con un brand già fortemente presente al Festival.
La partnership è dichiarata sui social. Nessuna furbizia nascosta.
Eppure la domanda resta.
Quando una canzone in gara, contenuto editoriale del servizio pubblico, condivide il nome con un prodotto commerciale, la sovrapposizione è inevitabile. Il pubblico associa. Il racconto artistico e quello commerciale si intrecciano.
E qui il tema non è la trasparenza dell’hashtag adv.
È il cortocircuito narrativo.
La collana vietata e la memoria corta
La Rai, dopo le multe degli ultimi anni (basti ricordare il caso delle scarpe indossate da John Travolta e Instagram), si muove con cautela quasi liturgica.
Lo dimostra il precedente che ha coinvolto Tony Effe, a cui fu impedito di indossare una collana senza logo visibile perché riconducibile a un brand preciso.
Riconducibile. Non pubblicizzata.
Se si arriva a questo livello di attenzione sugli oggetti indossati sul palco, è inevitabile che poi si guardi con la stessa lente tutto ciò che accade fuori.
Dargen D’Amico e l’accusa di pubblicità occulta
In questo clima si inserisce anche il caso di Dargen D’Amico.
È stato accusato di pubblicità occulta per aver indossato un fiore che, secondo alcune contestazioni, richiamava cromaticamente un noto brand di aperitivi.
In sala stampa, Dargen ha risposto in modo netto:
Non ho accordi con Aperol. Non ho accordi con nessuno. Ho indossato un fiore. Non mi pare che i fiori siano proprietà privata per il momento. Mi dispiace se ho dato l’immagine sbagliata di uno che beve l’Aperol perché a me non piace.
E ancora, rivolgendosi a chi aveva riportato l’accusa:
Ma prima di scrivere queste cose fate delle verifiche? C’era un logo? C’era un brand?
Qui il punto è quasi surreale.
Anche quando non esiste un accordo commerciale, l’associazione mentale può bastare a generare un sospetto. Sanremo è talmente carico di significati che ogni dettaglio diventa potenzialmente sponsorizzato.
E l’artista rischia di trasformarsi in testimonial involontario.
Fantasanremo: quando il gioco si complica
E poi c’è il Fantasanremo.
Nato come gioco ironico, intelligente, popolare. Un modo per coinvolgere il pubblico e trasformare ogni gesto in punteggio: una parola chiave, una citazione, una gag.
Ma cosa succede quando quei gesti iniziano a incrociare sponsor, bonus brandizzati, meccanismi promozionali (vedi caso Dargen)?
Il rischio è evidente: un’azione sul palco, compiuta per ottenere punti o per strizzare l’occhio al gioco, può diventare parte di una dinamica commerciale più ampia.
E l’artista potrebbe non esserne pienamente consapevole.
A quel punto non siamo più solo nel territorio del divertimento collettivo. Siamo dentro un ecosistema dove ogni movimento può avere un valore economico.
Forse la domanda è scomoda, ma legittima:
non era meglio quando il Fantasanremo era solo un gioco?
Quando una parola urlata in diretta era solo complicità con il pubblico e non un possibile tassello di una strategia promozionale?
Il vero tema: la sovrapposizione continua
Il problema non sono i brand. Sanremo è anche industria.
Il problema è la sovrapposizione costante tra racconto artistico e leva commerciale.
Una collana vietata perché “riconducibile” a un marchio.
Un prodotto che si chiama come una canzone in gara.
Un evento parallelo che vive della luce riflessa dell’Ariston.
Un fiore che diventa sospetto.
Sanremo resta musica.
Ma sempre più spesso è anche un sistema di interessi che si muove attorno alla musica.
E forse la vera domanda, oggi, non è se esista pubblicità occulta.
È se siamo ancora capaci di distinguere con chiarezza quando stiamo guardando una canzone e quando stiamo guardando un’operazione di marketing che le cammina accanto, invisibile ma perfettamente integrata.











