11 Maggio 2026
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11 Maggio 2026

Eurovision 2026, guida e pagelle alle canzoni in gara – Parte 4: dalla Repubblica Ceca all’Italia di Sal Da Vinci

Ultima parte con Repubblica Ceca, Romania, San Marino, Serbia, Svezia, Svizzera, Ucraina e le reali chance dell'Italia

Eurovision 2026 guida ai brani Parte 4 dalla Repubblica Ceca all'Italia di Sal Da Vinci, logo ESC Austria 2026
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Eurovision 2026 pagelle, quarta e ultima parte della nostra guida all’ascolto delle canzoni in gara. Comincia domani con la prima semifinale lo spettacolo dell’Eurovision Song Contest 2026, che si prepara a celebrare la sua 70ª edizione nella cornice della Wiener Stadthalle di Vienna, in Austria. Dopo la prima, la seconda e la terza parte, andiamo finalmente ad analizzare le ultime sette nazioni ancora mancanti all’appello, per poi provare a dare un pronostico sulle reali chance dell’Italia – rappresentata quest’anno in gara da Sal Da Vinci e dal brano Per sempre sì, con il quale l’artista napoletano ha vinto l’edizione 2026 del Festival di Sanremo.

Saranno 35 i Paesi in gara nelle tre serate del concorso, tutti pronti a contendersi l’iconico microfono di cristallo e la possibilità di organizzare l’edizione 2027. Tra le novità di quest’anno si segnalano i ritorni di Bulgaria, Moldavia e Romania, mentre resteranno fuori dalla competizione, rispetto all’anno passato, Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna.

Eurovision 2026 pagelle: come valutiamo le canzoni in gara

Anche quest’anno torna la nostra guida all’ascolto, pensata per accompagnarvi alla scoperta dei protagonisti dell’edizione 2026: un percorso tra brani, artisti, generi e atmosfere, utile per orientarsi tra le proposte che si sfideranno sul palco viennese.

Al centro della gara, per l’Italia, ci sarà Sal Da Vinci con Per sempre sì, chiamato a rappresentare il nostro Paese nella finale di sabato 16 maggio.

La formula delle nostre pagelle resta la stessa: abbiamo ascoltato tutte le canzoni in gara e le presenteremo una per una, con una breve recensione e un voto espresso in stelline, da una ☆ a cinque ☆☆☆☆☆, per provare a valutarne il potenziale in ottica vittoria.

Qui trovate la prima, seconda e terza parte delle quattro previste per le nostre pagelle.

Eurovision 2026: dove vedere semifinali e finale in tv e streaming

L’Eurovision Song Contest 2026 andrà in scena in diretta dalla Wiener Stadthalle di Vienna. Le semifinali sono in programma martedì 12 e giovedì 14 maggio alle 21.00, mentre la finale si terrà sabato 16 maggio, sempre alle 21.00.

In Italia le due semifinali saranno trasmesse su Rai 2, mentre la finale andrà in onda su Rai 1 per l’undicesimo anno consecutivo. Tutte e tre le serate saranno disponibili anche su RaiPlay, Rai Radio 2, RaiNews.it e sul canale 202 del digitale terrestre.

A commentare l’evento per il pubblico italiano ci saranno Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini, mentre su Rai Radio 2 la radiocronaca sarà affidata a Diletta Parlangeli e Matteo Osso, con Martina Martorano inviata da Vienna.

Come da regolamento accederanno alla finale i dieci Paesi meglio classificati in ciascuna semifinale, a cui si aggiungeranno le nazioni qualificate di diritto. L’Italia, in quanto membro dei Big 5, è già ammessa alla serata conclusiva. Quest’anno però, con l’assenza della Spagna, i Paesi qualificati automaticamente in gara saranno soltanto Italia, Francia, Germania e Regno Unito, oltre all’Austria che è Paese ospitante.

Come già successo nelle ultime due edizioni, anche i Paesi già qualificati si esibiranno integralmente durante le semifinali: l’Italia sarà presente nella prima semifinale di martedì 12 maggio, dove Sal Da Vinci presenterà Per sempre sì fuori concorso prima di tornare sul palco nella finale di sabato.

Eurovision 2025 – guida e pagelle con l’Italia di Sal Da Vinci

REPUBBLICA CECA: Daniel Žižka, Crossroads ☆☆

Per la Repubblica Ceca è arrivata una scelta interna, ricaduta su Daniel Žižka, cantante indie pop ventitreenne che sta cercando di costruirsi uno spazio nella musica dopo un percorso di formazione al conservatorio dove ha studiato teatro musicale. Un background che si riflette anche nella sua proposta eurovisiva, più concentrata sull’interpretazione e sulla costruzione emotiva che sull’impatto immediato.

Crossroads è una ballata indie pop cupa e raccolta, sostenuta da una progressione al pianoforte lenta e in continua tensione. Il brano punta molto sulla voce di Daniel, ruvida, fragile e intensa, chiamata a trasmettere un senso di smarrimento e vulnerabilità. Il testo affronta temi molto contemporanei: il peso delle scelte, il sovraccarico di informazioni, e la difficoltà di orientarsi nei momenti di svolta della vita.

Non è una proposta particolarmente “da concorso”, almeno nel senso più classico del termine: manca l’hook immediato, i temi trattati non sono esattamente i più accessibili, ma soprattutto la canzone sembra costruita per conquistare chi premia scrittura, atmosfera e credibilità interpretativa a scapito dello show, delle coreografie e dei fuochi d’artificio. Proprio per questo, la Cechia potrebbe trovare nelle giurie un sostegno importante.

La qualificazione, al momento, appare abbastanza alla portata. In caso di finale, però, Crossroads potrebbe essere uno di quei brani destinati a creare una forte distanza tra voto delle giurie e televoto: molto apprezzato dai primi, ma forse meno capace di mobilitare il pubblico da casa.

ROMANIA: Alexandra Căpitănescu, Choke Me ☆☆

La Romania torna in gara tre anni dopo il pesantissimo nul points rimediato da Theodor Andrei nella semifinale del 2023. Per il suo rientro all’Eurovision, la selezione nazionale ha premiato Alexandra Căpitănescu, vincitrice dell’undicesima stagione di Vocea României e volto già piuttosto abituato ai talent musicali. La sua proposta, Choke Me, guarda con decisione al gothic metal dei primi anni Duemila, con un immaginario che richiama da vicino gli Evanescence. È un brano volutamente sopra le righe, ruvido e teatrale, forse anche un po’ datato e sguaiato nella resa, ma capace per qualche motivo di colpire molto gli eurofan che lo hanno accolto con un entusiasmo molto superiore alle aspettative.

A far discutere, però, è stato soprattutto il titolo. Choke Me è finita al centro delle critiche perché accusata da alcuni commentatori e attivisti di banalizzare o rendere glamour l’idea dello strangolamento, in particolare in chiave sessuale. Alexandra e TVR hanno difeso la canzone spiegando che il senso sarebbe metaforico: non un invito letterale alla violenza, ma una rappresentazione del soffocamento emotivo, dei limiti personali e del bisogno di liberarsi da paure e insicurezze.

Al di là della controversia, la Romania potrebbe contare su un elemento tradizionalmente molto importante: una diaspora pronta a mobilitarsi per un’artista che sta avendo un grande riscontro commerciale in patria. Il televoto dovrebbe rispondere bene, soprattutto se la performance riuscirà a trasformare l’energia caotica del pezzo in un momento scenico potente e riconoscibile. Il vero punto interrogativo riguarda le giurie: resta da capire se saranno disposte a premiare una proposta così marcata, aggressiva e divisiva, oppure se la considereranno troppo datata per ambire a un risultato importante.

SAN MARINO: Senhit feat. Boy George, Superstar

Per Senhit si tratta della terza partecipazione all’Eurovision in rappresentanza della Repubblica di San Marino. L’artista bolognese aveva già difeso i colori del Titano nel 2011 con Stand By, fermandosi in semifinale, e poi nel 2021 con Adrenalina, chiusa al 22° posto in finale accanto a Flo Rida. Questa volta, però, ha scelto di alzare ulteriormente la posta.

Al San Marino Song Contest, Senhit si è presentata con un brano firmato da due nomi pesanti dell’universo eurovisivo, Anderz Wrethov e Thomas Stengaard, e con un featuring ancora più clamoroso: Boy George, icona della del pop e della new wave anni Ottanta con i Culture Club, oggi figura dal percorso più controverso dopo una serie di vicissitudini personali e legali. La proposta di Senhit e Boy George punta tutto sull’eccesso e su un’estetica dichiaratamente super camp: il sound è molto eurovisivo ma anche volutamente fuori dal tempo, con un arrangiamento da club danzereccio che sembra arrivare da almeno vent’anni fa. A completare il pacchetto c’è una performance costruita con grande dispiego di mezzi, tra effetti scenici, fuochi d’artificio e un’impostazione pensata per non passare inosservata.

San Marino sembra quindi giocarsi le sue carte migliori per inseguire un obiettivo storico: centrare la seconda finale consecutiva, risultato mai riuscito finora al Paese. Non è detto che la formula riesca a convincere tutti, ma l’ambizione è evidente e il progetto ha abbastanza nomi, spettacolo e riconoscibilità per provare a trasformarsi in uno dei momenti più discussi della semifinale (anche grazie al nome di Boy George, di gran lunga l’artista più conosciuto fra quelli in gara).

SERBIA: Lavina, Kraj mene

Sorpresa in Serbia, dove a imporsi è stata una delle proposte più dure e meno prevedibili dell’intera stagione di selezioni. A rappresentare il Paese saranno i Lavina, gruppo alternative metal di sei elementi fondato nel 2020 e originario di Niš, capace di sbaragliare la concorrenza con un brano che non prova in alcun modo ad ammorbidire la propria identità. La canzone si muove su territori decisamente più estremi rispetto alla media eurovisiva, arrivando a includere una sezione screamo piuttosto marcata: non è evidentemente una proposta pensata per piacere a tutti, ma proprio questa radicalità potrebbe diventare il suo punto di forza. I Lavina parlano a una nicchia precisa, quella degli appassionati di rock e metal, che abbiamo visto negli anni come all’Eurovision possa rivelarsi più compatta e mobilitata di quanto sembri.

Dal punto di vista del testo, il brano racconta un rapporto segnato dalla distanza emotiva e dalla mancanza di reciprocità. Il narratore si rivolge alla persona amata quasi in forma di supplica, chiedendole di restare “al suo fianco” nonostante un legame che appare fragile, sbilanciato e destinato a consumarsi.

La Serbia potrebbe quindi ritagliarsi uno spazio riconoscibile in semifinale e giocarsi concretamente il ritorno in finale. In caso di qualificazione, però, l’obiettivo più realistico sembra quello di una posizione di rincalzo: difficile immaginare Lavina in lotta per le zone alte, ma abbastanza facile prevedere una candidatura capace di lasciare il segno e conquistare una parte di pubblico.

SVEZIA: Felicia Eriksson, My System ☆☆

La Svezia si presenta a Vienna con Felicia, artista che negli ultimi mesi ha inaugurato una nuova fase della propria carriera dopo essersi lasciata alle spalle il progetto EPA-dunk con cui si era esibita per anni (a volto coperto da un passamontagna rosa) sotto il nome di Fröken Snusk. Quel personaggio, nato all’interno di un immaginario pop-dance provocatorio e molto legato alla cultura giovanile svedese, l’aveva resa estremamente riconoscibile in patria ma anche in qualche modo prigioniera di una maschera non più del tutto sua.

Con il passaggio al nome Felicia, l’artista ha scelto di non mostrarsi completamente a volto scoperto, ma di sostituire il passamontagna con una mascherina di pizzo. Questo espediente estetico è stato raccontato come un elemento di continuità con il passato, ma anche un modo per riprendersi gradualmente il controllo della propria immagine. Dopo la separazione dal progetto Fröken Snusk e una fase personale complessa, Felicia ha spiegato di voler decidere lei quando e come esporsi, mantenendo una protezione che la aiuta anche nella gestione dell’ansia e del rapporto con il pubblico.

Questa nuova identità ha conquistato il pubblico svedese al Melodifestivalen, dove Felicia ha sbaragliato la concorrenza con un brano techno-pop immediato, costruito su coordinate che ricordano da vicino l’euforia dance di Everytime We Touch dei Cascada. In Svezia, però, il pubblico conosceva bene la sua storia e il significato della mascherina, elemento che ha contribuito a rendere la performance più forte a livello emotivo. Il rischio è che fuori dal contesto nazionale, la mascherina renda più difficile creare un contatto immediato con il volto e l’espressività dell’artista, soprattutto per chi non conosce il percorso che l’ha portata fin qui. C’è anche la possibilità che una parte del pubblico fraintenda la scelta, associandola in modo superficiale a un richiamo post-COVID.

La Svezia resta pur sempre la Svezia: immaginare una finale eurovisiva senza questa nazione è quasi innaturale, soprattutto per il peso specifico che il Paese ha costruito nella storia recente del contest. Allo stesso tempo, però, questa candidatura non è priva di fragilità. Se il brano e la performance non riusciranno a tradurre anche per il pubblico europeo la forza narrativa che ha funzionato in patria, Felicia potrebbe sì centrare la finale, ma rischiare uno dei risultati svedesi meno brillanti degli ultimi anni.

SVIZZERA: Veronica Fusaro, Alice

La Svizzera punta su Veronica Fusaro, ventinovenne di Thun, figlia di padre italiano e madre elvetica. Artista già rodata, Veronica aveva mosso i primi passi davanti al grande pubblico nel 2014 partecipando a The Voice of Switzerland: dodici anni dopo, vanta due album in studio e una ventina di singoli pubblicati. Per l’Eurovision è stata scelta internamente da SRG SSR, chiamata a raccogliere l’eredità recente di un Paese ormai stabilmente ambizioso sul palco europeo.

Il brano che porta in gara è forse uno dei più radiofonici e commerciali di questa edizione: un pop-rock alternativo, moderno nella produzione, che può richiamare certe atmosfere attuali tra Ethel Cain e Chappell Roan. Dietro una confezione sonora relativamente immediata, però, il testo affronta un tema molto duro: la violenza contro le donne. La canzone racconta in particolare la storia di una donna intrappolata in una dinamica di controllo e abuso, dando al brano una dimensione narrativa più intensa e drammatica rispetto alla sua superficie pop. Si tratta di una proposta curata, accessibile e pensata per funzionare anche al di fuori del contesto strettamente eurovisivo, tant’è che peraltro il brano era stato inserito nel secondo album dell’artista uscito a fine 2025.

Il grande ostacolo per la Svizzera sarà la seconda semifinale, da superare probabilmente facendo affidamento soprattutto sulle giurie. Sulla carta, infatti, il pezzo non sembra avere un fortissimo richiamo verso il televoto, ma potrebbe essere premiato dai giurati per originalità della scrittura, interpretazione e qualità produttiva. In caso di finale, con una buona combinazione di fattori Veronica potrebbe aspirare a un piazzamento nella parte centrale della classifica, confermando comunque la solidità svizzera degli ultimi anni.

UCRAINA: LELÉKA, Ridnym ☆☆☆

L’Ucraina arriva a Vienna con un record ancora intatto: da quando esistono le semifinali, non è mai stata eliminata ed ha preso parte a venti finali su venti edizioni a cui ha partecipato. A provare ad allungare questa striscia sarà Viktorija Leléka, artista dalla formazione trasversale, capace di muoversi tra jazz, folk e musica elettronica. Dopo i primi passi nel mondo musicale e lo studio presso l’Università nazionale di teatro, cinema e televisione di Kyiv, Viktorija ha proseguito il proprio percorso in Germania dove è cresciuta artisticamente e ha consolidato una cifra sonora molto personale.

La sua vittoria al Vidbir è arrivata con un margine netto, segnale di un consenso interno forte e di una potenziale mobilitazione importante da parte del pubblico ucraino. Un elemento da non sottovalutare, soprattutto in un contesto in cui il sostegno della diaspora e degli ucraini sfollati in tutta Europa continua a rappresentare un fattore rilevante nel televoto.

Naturalmente, il conflitto ancora in corso con la Russia rende impossibile separare del tutto la candidatura ucraina dal contesto politico e umano che la circonda. Allo stesso tempo, però, sarebbe riduttivo leggere tutto solo in questa chiave: il brano di Viktorija, un folk-pop etereo e raffinato, ha qualità sufficienti per reggersi anche sul piano musicale e per conquistare la finale con pieno merito.

L’obiettivo minimo sembra quindi quello di confermare l’imbattibilità ucraina in semifinale. Ma guardando alla solidità della proposta e alla forza storica del Paese in gara, non è affatto da escludere un nuovo piazzamento in top 10, risultato che all’Ucraina non sfugge ormai da prima della pandemia.

ITALIA: Sal Da Vinci, Per sempre sì ☆☆☆

L’Italia arriva a Vienna con Sal Da Vinci e con una candidatura più competitiva di quanto una parte della bolla eurovisiva sembri disposta ad ammettere. Per sempre sì, vincitrice dell’ultimo Sanremo, non rientra forse nel profilo più classico dei brani favoriti all’Eurovision ma proprio per questo potrebbe occupare uno spazio molto particolare in un’edizione aperta, senza un dominatore assoluto e piena di proposte forti ma non inattaccabili. Sulla carta, l’Italia può ragionevolmente puntare alla parte alta della classifica, con ambizioni da top 5 e persino qualcosa in più se tutti gli elementi dovessero incastrarsi.

Il grande punto di forza della proposta italiana è la sua identità. Sal porta all’Eurovision un immaginario che da noi può essere percepito come kitsch, rétro o troppo legato a un certo gusto nazional-popolare, ma che all’estero può arrivare come italianità pura, teatrale, sentimentale e calorosa. In questo senso, Sal Da Vinci è l’interprete ideale per vendere il pacchetto. Il suo personaggio incarna uno stereotipo di italianità molto riconoscibile fuori dai nostri confini: latin lover ma anche tenero cucciolone, uomo di spettacolo e allo stesso tempo figura sinceramente emotiva e vocalmente credibile.

Il televoto potrebbe essere il terreno più favorevole all’Italia in questa edizione. Oltre al pubblico generalista attratto da una proposta immediata e festosa, l’Italia può contare su un bacino spesso sottovalutato: la diaspora italiana, soprattutto quella di origine meridionale e sparsa tra Germania, Svizzera, Belgio, Francia e Regno Unito. Per sempre sì potrebbe parlare a quel pubblico non solo come canzone, ma come forma di riconoscimento emotivo, familiare e culturale.

Il nodo decisivo sarà però la messa in scena. Sappiamo che il coreografo Marcello Sacchetta ha scelto di puntare proprio sull’immaginario del matrimonio napoletano, trasformando in elemento centrale ciò che a Sanremo era rimasto più sullo sfondo. È una scelta coerente e forse persino inevitabile, perché permette di dare al brano un racconto immediato e riconoscibile, ma allo stesso tempo rappresenta la scommessa più rischiosa: se l’operazione troverà il giusto equilibrio tra calore, teatralità e misura potrà diventare uno dei momenti più memorabili della finale, se invece scivolerà troppo nel caricaturale o nel kitsch potrebbe alienare soprattutto le giurie, già potenzialmente meno inclini a premiare una proposta così dichiaratamente popolare.

Anche la ricezione interna non è stata semplicissima. Una parte del pubblico italiano ha accolto male la partecipazione di Sal, vuoi per pregiudizio verso il suo mondo musicale, vuoi perché Per sempre sì non corrisponde all’idea di “Italia eurovisiva” più elegante, alternativa o spendibile nei salotti giusti che molti vorrebbero vedere rappresentata all’estero. Eppure, proprio l’atteggiamento dell’artista ha finito per smussare molte resistenze: Sal si sta impegnando moltissimo, ha preso l’Eurovision con serietà, entusiasmo e rispetto, e sta cercando di rappresentare l’Italia con una dignità e una generosità che meritano di essere riconosciute anche da chi non ama particolarmente la canzone.

Il rischio principale resta quindi quello dell’equilibrio. L’Italia ha in mano una proposta forte, identitaria e potenzialmente televotabile, ma cammina su una linea sottile: deve essere popolare e festosa senza sembrare tamarra, napoletana senza necessariamente ridursi a macchietta, eurovisiva senza tradire la natura profondamente sanremese e italiana del suo interprete. Se questa alchimia funzionerà, Per sempre sì potrà davvero trasformarsi in una delle grandi storie di Vienna 2026. Proprio per questo l’Italia resta una delle candidature più difficili da prevedere: dividerà e sicuramente farà discutere (soprattutto in Italia), può essere sottovalutata, ma difficilmente passerà inosservata.