14 Marzo 2024
di Direttore Editoriale
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14 Marzo 2024

Il Sottosegretario alla Cultura punta il dito su Major e Spotify: “Basta ai testi violenti nella musica, lavoriamo ad un protocollo”

In una lunga intervista rilasciata a Rtl 102.5 Gianmarco Mazzi ha spiegato di non voler ricorrere alla censura

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Testi violenti nella musica, interviene il Sottosegretario alla Cultura.

Con un’intervista rilasciata durante “Non Stop News“, programma in onda su RTL 102.5 Gianmarco Mazzi, sottosegretario alla cultura (e in passato direttore artistico del Festival di Sanremo) si è esposto duramente contro i testi violenti della musica trap e rap, ma non solo.

Il tema dei testi di carattere violento della musica urban di oggi è uno di quegli argomenti che da diverso tempo tiene banco sui social e sulle testate di settore e non.

Tra gli appelli lanciati in tal senso nei mesi scorsi ci sono quelli di diverse donne dello spettacolo come Paola Cortellesi, Cristiana Capotondi e Anna Foglietta.

E da qui parte il Sottosegretario Gianmarco Mazzi

Il governo è stato profondamente colpito dall’appello lanciato da importanti personalità del mondo dello spettacolo, tutte donne, tra cui Cristiana Capotondi, Anna Foglietta e Paola Cortellesi, che hanno denunciato alcuni testi estremamente violenti contenenti contenuti misogini.

Abbiamo accolto questo appello perché non possiamo ignorare il problema: alcuni testi sono veramente sconcertanti. Non intendiamo adottare un atteggiamento censorio, ma ci poniamo delle domande legittime. Ad esempio, ci chiediamo come mai questi testi vengano editati e pubblicati da importanti case discografiche, che spesso sono multinazionali e all’interno delle quali vige una cultura del rispetto delle donne e dell’uguaglianza sul lavoro. Come possono queste case discografiche trasgredire il loro stesso codice etico pubblicando testi così violenti?

Le riflessioni di Mazzi che, oltre alle discografiche, puntano il dito su Spotify con cui è già stato programmato un confronto:

Abbiamo discusso della questione con i dirigenti di Spotify. Ci chiediamo come mai Spotify, rispetto a molti social media che impediscono l’inserimento e la pubblicazione di contenuti violenti, permetta la diffusione di questi testi. Non è che il fatto di far parte di un genere musicale renda meno violento il contenuto del testo.

Ci hanno assicurato che sono disponibili ad un confronto. Abbiamo organizzato un incontro per maggio dal titolo “Quando la musica diventa violenta”, nel quale non intendiamo imporre nulla, ma semplicemente dialogare.

La nostra attività è pragmatica, ma quando le donne sollevano un problema, dobbiamo ascoltarle. Il nostro obiettivo principale è aprire un dialogo costruttivo. Abbiamo già ricevuto alcune risposte dagli artisti, che ha sostenuto che questi testi sono iperbolici, una sorta di fiction, una forma d’arte“.

Testi violenti, differenza tra cinema e musica

Gianmarco Mazzi ha le idee chiare anche per quel che riguarda il parallelismo con il mondo del cinema, per esempio la violenza di alcuni film di Tarantino:

Mi hanno fatto un paragone, dicono sia un po’ analogo a quello che fa nel cinema Tarantino. Io penso che questo sia vero fino ad un certo punto, perché vediamo che poi gli artisti, che spesso fanno parte del mondo del rap e della trap, hanno poi delle vite improntate alla violenza che propugnano.

Poi sono testi che parlano alle fasce più giovani della popolazione; secondo me non è fiction, ma in questi incontri sarò un ascoltatore, vogliamo dialogare. Poi non so se arriveremo ad un protocollo dove ogni operatore del settore si prenda un impegno affinché questo fenomeno venga in qualche modo arginato. Potremmo arrivare a proporre un protocollo, ma vorrei farlo coinvolgendo il mondo della musica, le case discografiche, gli editori e la SIAE.

Noi capiamo il disagio, ho ricevuto una telefonata da un sacerdote che mi ha spiegato che per alcuni di questi artisti la musica è un riscatto. Questo lo capisco, ma non a discapito di tanti giovanissimi, parliamo di ascoltatori che hanno 10 o 11 anni, sono quasi dei bambini, neanche adolescenti.

Io sono figlio degli anni ’60, la musica è la prima fonte di formazione culturale; sono stato fortunato ad aver incontrato la musica dei cantautori, e rispondo ai ragazzi del rap e della trap che, se questi artisti fossero fermati a fotografare la realtà degli anni ’70, che musica avrebbero lasciato? Invece, con i loro testi, hanno dato speranza.”

Il discorso si chiude pensando anche al Festival di Sanremo:

Sono un grande stimatore di Amadeus e credo che quest’anno abbia fatto un lavoro eccezionale. Ho letto dei testi che quest’anno avevano anche un significato sociale importante. Vorrei che tutto ciò non fosse considerato pesante o censorio, ma una regolamentazione che il sistema si dia.

Credo nella musica e alla rilevanza sociale di questo mondo, e chiedo solo di prendere coscienza di questo e di non trattare le cose solo da un punto di vista commerciale“.

Di sicuro quello che mette in luce, nuovamente, Gianmarco Mazzi è un problema serio vista appunta la giovane età degli ascoltatori della musica rap e trap. Rimane da capire quale intervento possa essere applicabile senza vietare la libertà di espressione, soprattutto nei casi in cui i temi trattati fanno parte della storia di vita dell’artista che li scrive e canta.