4 luglio 2026, Ultimo a Tor Vergata con La favola per sempre: il concerto dei record, 250.000 paganti sotto lo stesso cielo. Come si può scrivere di un evento così, tra recensione e racconto, caratterizzato da due parole importantissime, musica e condivisione? Non è facile.
Il concerto di Ultimo a Roma Tor Vergata è già entrato nella storia: 250.000 biglietti venduti, il primato italiano che apparteneva a Vasco Rossi e ai suoi 225.173 di Modena Park, un evento che nella classifica dei concerti a pagamento più grandi del mondo si piazza subito dietro il record del croato Marko Perković. I numeri sono questi, e li trovate ovunque da diversi mesi. Ma i numeri stabiliscono i record, li certificano. Non li spiegano.

Ultimo: 250.000 persone e un record che non basta a raccontare Tor Vergata
Ci sono eventi che si possono solo vedere, ascoltare e raccontare nella maniera più essenziale possibile. Soprattutto in questo momento storico, in cui sui social siamo sommersi da centinaia di video e immagini, e chi non c’era può vedere lo stesso quasi tutto. Eppure vi assicuro che la sensazione di essere lì, in un luogo che poco tempo prima aveva ospitato una manifestazione diversa come il Giubileo, e vedere quei ragazzi, dagli adolescenti ai cinquantenni, ragazze e tantissimi ragazzi, è un’altra cosa. Non si comprime in un contenuto social di pochi minuti.
Perché quando arrivi a essere trasversale con quello che scrivi e quello che canti, al punto da tenere insieme persone, oltre ogni etichetta di genere, anagrafica o intellettuale, compi il passo che è riuscito solo ai grandi. Negli ultimi trent’anni lo hanno fatto in pochi: Vasco Rossi, Ligabue.
Quello di Ultimo è un pubblico che nelle sue infinite differenze è entrato in sintonia con ciò che racconta da dieci anni un ragazzo. Un ragazzo fortunato, sì. Ma essere fortunati non significa non soffrire. Fare il lavoro dei propri sogni non significa non avere paure. Aver sognato e raggiunto il proprio sogno non significa non avere fragilità.
Questo c’è nelle canzoni di Ultimo. E vederlo lì, di persona, con una moltitudine di anime, perché di quello si parla, che pronunciano le stesse parole, è quello che fa la differenza. Non è il numero. È quella vibrazione, quel sentire migliaia di persone che ricantano le stesse parole e le fissano in un momento della propria vita.

Vedi un pubblico che per qualche ora, grazie alla musica, dimentica tutto quello di brutto e sbagliato che c’è nel mondo. Fugge, o forse l’esatto contrario, passa attraverso i propri dolori e ne fa un urlo collettivo. Questo ha creato la musica di Ultimo ieri, assolvendo al suo compito vero, unire. Non importa che la persona su quel palco oggi sia molto fortunata e con qualche problema in meno. Quella persona è il ragazzo che ha sognato, sognato, sognato così tanto da trasformare quel sogno in realtà, per una combinazione di talento, fortuna e determinazione.
Ecco il dono della musica. Non renderti invidioso del successo di qualcun altro, ma farti sentire in qualche modo parte, come racconta bene chi lo segue da anni. È un sentimento difficile da spiegare. E fa esattamente il contrario di quello che troppo spesso vediamo fuori, sui social, dove sembra si provi gusto a commentare quello che non piace, a denigrarlo, più che a raccontare e parlare di quello che si ama. Quella sera, a Tor Vergata, duecentocinquantamila persone erano lì per dire quello che amano con forza.
Ci sono due momenti che, personalmente, valgono la pena di essere raccontati. E no, non è l’arrivo in elicottero, con Ultimo che sorvola due volte la folla per guardarla bene, per fissarla, prima di sparire dietro al palco. Quello è la giusta autocelebrazione di chi un sogno lo ha inseguito per una vita e ha tutto il diritto di prenderselo. Qualcuno avrà da ridire. Liberissimo. I due momenti che contano hanno in comune le due parole da cui siamo partiti: musica e condivisione.
Ultimo e Fabrizio Moro, un duetto senza parole
Il primo è il duetto con Fabrizio Moro. Moro, che ha aperto la serata con un suo set di una quarantina di minuti, torna sul palco per cantare insieme a Ultimo L’eternità (il mio quartiere), la canzone che i due hanno reinciso anni fa e che parla della loro San Basilio. Bisogna ricordare da dove nasce, questo momento. Moro è stato tra i primi a credere in Niccolò, e a crederci nei fatti, non con i post di elogio a cose ormai fatte. Ci ha creduto quando Niccolò era un cantautore tra tanti, e gli ha dato il primo grande palco della sua vita ospitandolo in un suo concerto. E Niccolò, anni dopo, ha dimostrato una cosa che negli artisti non si vede sempre: la riconoscenza. Moro è stato l’unico ospite di questo evento.
Ma a rendere speciale questo duetto, in un’epoca in cui ogni concerto ha sempre intrecci di voci e parole sul palco, è come è successo. Non sono serviti grandi annunci da parte di Ultimo per l’ingresso di Fabrizio, né che il ragazzo chiedesse a fine esibizione un applauso per lui, che lo ringraziasse a favore di pubblico.
C’è stato l’essenziale, che non è sempre invisibile agli occhi, anzi, per chi sa ancora guardare oltre, emana una luce fortissima. Come questo momento sul palco ha fatto.
Solo un duetto. E “solo” è un eufemismo: tanti sguardi, due abbracci di quelli veri, sentiti. Nessuna parola tra i due, se non sussurrata in un orecchio. Una lezione per tanti e in ogni campo. Perché non importa a che punto della tua carriera sei: se hai qualcuno che ha creduto in te, o se sei tu a ricordare che qualcuno ci ha creduto, quella cosa lì ti fa tremare le gambe. Il fatto che tra i due non ci siano state parole ha reso tutto ancora più potente. Monumentale.
Il secondo momento è ancora Pianeti, il brano con cui Ultimo aveva aperto la scaletta della serata e che torna nel finale: stavolta Ultimo chiede ai 250.000 presenti di cantare da soli il ritornello. A leggerlo potrebbe sembrare qualcosa di visto e rivisto, e proprio per questo non sono in grado di spiegarlo a parole: dovete cercare nei video in rete. Perché le mie sono solo parole, quella è la sintesi di tutto lo spirito dell’evento.

Il giorno dopo: le critiche e la cosa che conta davvero
Poi arriva il giorno dopo, e con lui il web si riempie dei messaggi di chi c’era. Tanti entusiasti, ma non mancano le segnalazioni, prevedibili di fronte al primo evento musicale italiano di questa portata e giuste da girare a chi ha organizzato, cioè Vivo Concerti. C’è chi lamenta un’assistenza che non sapeva indicare nemmeno i bagni lì davanti, i parcheggi in campo sterrato con chilometri da fare a piedi, il Kiss&Go a pagamento per rientrare a riprendere le persone, gli schermi spenti più volte e con immagini in differita invece che in tempo reale. E c’è la madre la cui figlia, da certi settori, le scriveva per sapere se il concerto fosse iniziato, perché non si capiva e i maxischermi non erano poi così maxi.
Ci sono anche segnalazioni più concrete, come quella di chi, entrato più tardi, si è ritrovato la visuale ostruita da strutture di servizio. Sono osservazioni che è giusto raccogliere, perché di fronte al primo evento italiano di queste dimensioni è normale che qualcosa vada rivisto, ed è dovere di Vivo Concerti e del management dell’artista ascoltare chi c’era e ha documentato questi episodi.

Sono critiche di cui tenere conto, senza dubbio. Al netto del fatto che, credo, chi va a un evento di tale portata sa in gran parte di star comprando un’esperienza, e non un concerto in cui il livello di ascolto e visione sarà perfetto per tutti. Non è un caso che tanti non comprendano il senso di eventi così grandi, e scelgano di non andarci.
Però a volte dobbiamo anche imparare a vedere il bello. Sono bellissime, per esempio, le parole di un ragazzo con disabilità che sui social scrive: “Per una sera, la disabilità è rimasta fuori da quella transenna. Davanti c’eravamo solo noi, la musica e un sogno diventato realtà. E non abbiamo fatto nessuna fila, nessun pellegrinaggio. Essere disabili o accompagnatori ha il suo vantaggio.”
Ecco, questa è una cosa importantissima, come lo sono state le prove del concerto aperte alle persone con disabilità. Chi conosce la situazione sa benissimo che il resto dell’anno, negli altri concerti, è davvero una gara a esserci nelle giuste condizioni e con una visuale decente. Di questo Ultimo si è preoccupato personalmente, e tutte le persone con disabilità hanno potuto vedere il concerto da postazioni realmente adeguate. E questo dovrebbe valere più di tante critiche.
Ci sono poi le critiche di chi, a prescindere, non capisce: perché tutta questa gente, perché tutto questo successo. È da lì che mi viene sempre da chiedere perché siamo un Paese che si è incattivito così tanto da non riuscire a riconoscere i successi altrui. Ci hanno incattivito, questo mi viene da pensare. In Sud America, che non è certo un continente con una storia di problemi economici minori della nostra, c’è invece amore per i propri artisti e anche per quelli che arrivano da fuori. Dovrebbe farci riflettere.
La lettera di Ultimo letta dal palco: “Siamo la stessa cosa”
Ultimo, del resto, è uno di quegli artisti che parlano più con le canzoni e con la fisicità che con le parole. Durante il concerto ha parlato pochissimo. C’è stato un solo momento in cui ha scelto le parole senza l’accompagnamento della musica. E, coerentemente con tutto il resto, non le ha dette a braccio: le ha lette dal palco, in una lettera.
Una lettera che comincia rivolta ai fan e, a un certo punto, scivola su Niccolò. Lui se ne accorge e non corregge il tiro, anzi lo dice: se parlando di voi ho finito per parlare di me, allora vuol dire che siamo la stessa cosa. È esattamente quello che si è visto in questo concerto: un pubblico che, come capita solo con i grandi, ha un pezzo di Ultimo dentro di sé.
Ultimo ha chiuso la lettera dicendo: non volevo una vita simile a questa, volevo esattamente questa vita qui. E mentre qualcuno scriverà che le canzoni di Ultimo sono semplici, che si assomigliano tutte, quanto è bello pensare che un ragazzo sia riuscito a coronare il suo sogno lasciando parlare sempre e solo la musica.
Quando duecentocinquantamila persone restituiscono in quella maniera le emozioni che hanno provato, si può solo applaudire. In piedi e in silenzio. Non c’è racconto o recensione che abbia senso di esistere. Perché la vita, per fortuna, è fatta ancora per stupirci e ricordarci che non tutto può essere etichettato, votato, targetizzato, definito o spiegato.
Il testo della lettera di Ultimo a Tor Vergata
E a chiudere è giusto che siano le parole che Ultimo ha letto dal palco di Tor Vergata al suo pubblico.
“Ho surfato su questa onda anomala che chiamano successo. Mi è arrivata incontro mentre credevo semplicemente di star facendo un bagno a riva tranquillo. In realtà ho sempre saputo che prima o poi avrei vissuto quello che vivo oggi. E non è presunzione, è sentire. Lo sentivo quando andavo a lezione di pianoforte a Montesacro. Quando accarezzavo la mia timidezza e promettevo che l’avrei difesa. Credo che per fare grandi cose si debba per forza partire da bambini. Intanto quella visione, mentre tutti rincorrono altro, è già nitida. E non sai perché, ma sai già che andrà così. Esattamente come te la immagini, esattamente come l’hai inizialmente codificata. E allora, con la testa sul banco, fissando la parete bianca scarabocchiata, la campanella suona. E mentre tutti sono felici di tornare finalmente a casa, tu aspetti che se ne vadano perché vuoi capire meglio a che gioco si sta giocando. Aspetti lì seduto e osservi tutti tornare, tutti corrono e urlano qualcosa di cui non hai mai sentito parlare. Sei protetto solo dalla tua pelle e dal sogno folle di far vivere gli altri nelle tue canzoni. Così vi salvate. Fino a che ti rendi conto che in quella canzone non hai messo nient’altro che la tua timidezza e la tua ribellione.
Oggi sono 10 anni che vivo in quella visione. Ogni giorno mi chiedo come sia stato possibile. È come se tutti voi aveste risposto oggi a una chiamata che io vi ho fatto vent’anni fa. Ero piccolo, ma chi mi ha visto crescere lo sa. Dicevo a tutti che le mie canzoni sarebbero servite a salvare il mondo. Ovviamente ero piccolo, ingigantivo tutto. Eppure lì, lì io ti vedo ancora, e magari non abbiamo cambiato e non cambieremo il mondo, ma possiamo dire che abbiamo un mare di gente che ha capito che se il mondo è quello che abbiamo dentro, allora l’hai salvato davvero.
Questa lettera che ho iniziato a scrivere per tutti voi che mi seguite, in realtà mi sto rendendo conto che sta andando a parlare di Niccolò. Però non voglio eliminare o aggiustare il tiro, correggere. Sapete perché? Perché non è un caso. Perché se parlando di voi ho spontaneamente parlato di me, allora questo vuol dire che molto probabilmente siamo la stessa cosa. E quindi grazie a tutti voi, grazie a tutti, ma grazie perché io non volevo una vita simile a quella che sto vivendo. Io volevo esattamente questa vita qui.”











