INTERVISTA ad AMEDEO MINGHI: la Voce del canto d’amore all’italiana

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Tra ieri e domani, i suoni del Maestro tornano a incantare la scena italiana.

L’immenso, 1950, La vita mia, Cantare d’amore, Vattene amore: sono soltanto alcune delle più belle canzoni scritte dal grande Amedeo Minghi, una delle colonne portanti del cantautorato italiano.

Ma chi conosce la carriera e l’estro dell’artista romano, saprà bene che, da quando ha iniziato negli anni Sessanta ad oggi, egli è stato insaziabile e ha macinato successi di vario tenore, tra colonne sonore per il cinema, composizioni per altri interpreti e ancora diversi progetti, nel mondo dell’arte e della musica.

Ultimo fra questi arriverà “Suoni tra ieri e domani“, in uscita il prossimo 14 ottobre nei negozi di dischi, in digitale e in libreria, per La Sanbiagio Produzioni e distribuito da Terre Sommerse / Artist First – Made in Etaly.

In occasione del recente live a Copertino (LE) del 19 settembre, nella cornice della rinomata festa patronale in onore di San Giuseppe, All Music Italia ha incontrato il grande cantautore per una lunga chiacchierata, in cui poter parlare della nuova fatica discografica ed editoriale, e altresì fare il punto dell’attuale panorama musicale italiano, profondamente cambiato rispetto a quando un giovanissimo Amedeo vi faceva il suo ingresso, ignaro dello straordinario cammino che di lì in avanti avrebbe percorso.

Maestro Minghi, sono molto felice e onorato di incontrarla e Le do il benvenuto su All Music Italia! Grazie per aver accettato il nostro invito. Il nuovo lavoro si intitola “Suoni tra ieri e domani”, per la Sanbiagio Produzioni. Com’è nato questo progetto?

Il lavoro è molto complesso, devo essere succinto: è una somma di tante cose accadute in questi anni, che vede coinvolti gli autori, gli arrangiatori, i compositori, gli interpreti tra i più importanti del panorama italiano. Quindi, è uno spaccato di come si è lavorato in passato per costruire canzoni che, come vedi, restano nel tempo, ci accompagnano nelle nostre vicissitudini e in qualche modo, diventano poi parte della nostra vita. Sono canzoni che hanno raccontato e raccontano ancora molto di come siamo stati e di come siamo.

Come per dire, un classico non passa mai…

No, infatti ci hanno insegnato, quando ero ragazzo, a fare questo: la mia generazione è nata e cresciuta soprattutto con discografici che ci insegnavano a scrivere con l’intenzione e la speranza che fosse “per sempre”.

E questa nuova pubblicazione è legata al recital omonimo.

Sì, abbiamo fatto tantissimi live, con la preziosa collaborazione del Maestro Cinzia Gangarella al pianoforte; le registrazioni sono avvenute al Teatro Ghione a Roma.

Maestro, il nuovo lavoro contiene anche un inedito…

Sì, ma al riguardo non posso anticipare ancora nulla. Pare che dal 3 ottobre inizieranno a farlo sentire, con anteprime e passaggi in radio, ad ogni modo non manca molto.

Certamente, anche perché anticipa l’album, in uscita il 14 ottobre prossimo.

Esatto. Io sarò di ritorno dall’America il giorno prima, perché parto il 3 per gli Stati Uniti e sarò lì per dieci giorni, quindi al mio rientro troverò il disco pronto per il rilascio. Sarà un bel regalo!

“Suoni tra ieri e domani” è altresì un progetto editoriale. Dal comunicato ufficiale, si apprende che in 64 pagine a colori Lei ricorda “il periodo in cui interpreti, poeti, musicisti, arrangiatori, produttori, etichette discografiche hanno fatto la storia della canzone italiana.” Ma qual è stata la canzone più importante che ha fatto la Sua storia?

Ti dico: al Teatro Ghione, il teatro dove faccio i miei esperimenti, abbiam fatto dodici concerti più uno “bonus”, il tredicesimo, a grande richiesta, e abbiamo messo insieme e mixato un centinaio di brani, in due DVD che raccontano sei concerti, uno diverso dall’altro. Ma tra le tante, la canzone più significativa è sicuramente “L’immenso”, che ha avuto successo un po’ in tutto il mondo e ha avuto un’eco grandissima: l’ho scritta perché dicevano che facevo canzoni complesse, allora io una mattina mi sono svegliato, come dice il testo, e l’ho composta con due accordi. Ho pensato: voglio vedere che succede! (ride, ndr) Devo dire che, tutto sommato, ad oggi “L’immenso” è il mio brano più importante, ha segnato l’inizio della mia carriera: mi ha consentito di fare questo lavoro in maniera professionale e, grazie a Dio, dopo tutti questi anni sono ancora qui a cantare.

“Vivi e vedrai” è una delle Sue più recenti composizioni. Canta: “Questo amore deve crescere, non si può fermare mai.” Ora, il Suo cammino è stato ed è così lungo e prodigo di continue avventure, nel mondo dell’arte e soprattutto della musica. Qual è il segreto per non fermarsi mai?

Beh, non accontentarsi! Non accontentarsi assolutamente mai e avere sempre un senso critico, reale e autentico, di quello che si fa, senza credere di essere arrivati, perché l’orizzonte, lo sai, è irraggiungibile. Dobbiamo sempre pensare che, nella nostra vita, il nostro compito è tentare di raggiungerlo, pur sapendo che non lo faremo mai. Questa è la spinta che dà la forza a coloro i quali fanno un lavoro creativo. Nel mio mestiere, se fai una canzone e hai successo, non significa assolutamente nulla, perché hai appena spalancato una porticina, ma una volta varcata quella, ce sono ancora a migliaia da aprire.

Voci di corridoio vorrebbero il Suo collega Claudio Baglioni al prossimo The Voice of Italy, in qualità di coach. Un cantautore d’esperienza e con una grande carriera alle spalle, come Lei. Maestro Minghi, lei segue i talent show? Le piacerebbe essere il mentore di nuovi talenti in TV, se le venisse proposto?

Ma spero di no. Perché dovrebbe far ‘sta cosa Claudio?! (ride, ndr) Guarda, non mi piacciono i talent show, perciò non li seguo affatto. Anzi, trovo che facciano un grosso danno alla musica leggera e a questi ragazzi, che per il 90% e più, ottengono un’occasione che si rivela poi essere solo una chimera. Sono contrario. Se io dovessi fare il giudice in un talent? Non credo accadrà, ma siccome la vita è imprevedibile, se mai mi offrissero questa opportunità, cercherei sicuramente di partecipare a qualcosa che avesse realmente un senso artistico e creativo, per giungere al talento vero e riconoscibile.

Per quello che vedo, a quanti partecipano ai talent accade “qualcosina”, ma salvo eccezioni eclatanti, per la maggior parte dei casi l’Italia si riempie di nuovi giovani aspiranti artisti che, alla fine, non sanno cosa fare della propria vita… e bisogna pensarci! Al momento della partecipazione, nel contratto andrebbe stipulato che qualora questi ragazzi poi non avessero successo, comunque gli venisse assicurato un impiego… non so, magari li si fa lavorare a All Music Italia! (ride, ndr)

Invece Lei come ha capito che la musica era la Sua missione? Che consiglio darebbe a chi inizia ora?

Direi che è antico più di me, in realtà ci sono nato così, la mia storia sarebbe stata questa in ogni caso. Forse non esattamente così, perché avevo in mente, in un primo momento, di occuparmi prevalentemente di musica classica: è da qui che viene la mia carriera artistica a metà strada tra generi diversi, per così dire ibrida, cosicché è difficile classificarmi o stabilirmi all’interno di un apposito casellario. Però le cose sono andate così fortunatamente e devo dire che non mi lamento.

Un consiglio a chi incomincia? Eh, questo è un mestiere complesso, non facile e non alla portata di tutti, ma i sogni sono sogni, è giusto che si abbiano e non li si può togliere a nessuno. Certo, in questo momento, proprio riallacciandomi ai talent show di cui parlavamo poc’anzi, è ancora più difficile iniziare, probabilmente perché non ci sono referenti autentici e concreti come anni fa. Questo lavoro lo puoi fare solo a una condizione, che tu abbia un tuo stile e una tua riconoscibilità. E di questo te ne accorgi nel momento in cui, fra mille cose, va in onda un pezzo di Baglioni, o di Cocciante, o ancora di Gino Paoli, per citarne alcuni!

Chi inizia dovrebbe anzitutto fare tanta esperienza e cantare di tutto, qualunque cosa, per capire qual è la strada da percorrere: io facevo i Deep Purple da ragazzino! E del resto, tu lo sai, l’anno scorso Justin Timberlake ha inciso un mio brano, che io avevo scritto quarant’anni fa! (ride, ndr) Sono cose che accadono perché c’è un filo conduttore invisibile, flebile, che evidentemente esiste nel mondo della musica dell’arte, così come nelle cose che compongo, permettendo a volte vicende così liete e sorprendenti.

Dell’attuale panorama musicale italiano, c’è qualche artista che Le piace in particolar modo?

Ti devo dire la verità, mi piace Elisa, mi è piaciuta soprattutto quando ha iniziato a cantare in italiano: in inglese non l’apprezzavo abbastanza, ma perché, premettendo che lei canta benissimo, intendiamoci, in inglese è più facile cantare, è meno faticoso; poi lei ha incominciato a cantare in italiano e mi è piaciuta molto. In questi ultimi tempi si sta adattando troppo alle esigenze commerciali secondo me, magari va bene per lei, però artisticamente è un po’ uno scotto che sta pagando a mio avviso. Però lei è una di quelle che mi piace ascoltare!

Qual è l’errore più grande in cui si può incappare facendo il Suo mestiere?

Beh il più comune, di copiare l’altro, dire ad esempio: “Voglio fare un pezzo alla Jovanotti!”, oppure “Voglio fare un pezzo alla Vasco Rossi”. Già ci sono! “Fare un pezzo alla” è l’errore più grande, ma anche il più diffuso purtroppo. Ecco perché come ti dicevo, e parlo per me come per un Baglioni o un Dalla o un De Gregori, noi abbiamo avuto dei produttori e dei maestri che c’hanno bocciato un miliardo di cose, ci hanno buttato dischi, ci hanno fatto riscrivere interi testi a canzoni finite: questo lavoro ci ha permesso di maturare e di trovare un’identità e una nostra strada. Puoi immaginare, album cestinati nel secchio dell’immondizia, dopo un anno intero di lavoro! E lì devi ricominciare da capo, con nuove idee e nuove canzoni. Col senno di poi, ti rendi conto quanto quelle bocciature siano state indispensabili.

Nel 2011, è uscito il DVD “Un uomo venuto da lontano”, insieme col CD contenente il Suo concerto dedicato a S.S. Giovanni Paolo II, personaggio carismatico e illustre a cui lei è molto legato. Maestro Minghi, Le chiedo: secondo Lei, cosa ha, chi ha la fede?

La fede è un aiuto, un aiuto forte che hai dentro e che ti fa superare le asperità della vita. Naturalmente, non c’entra niente col lavoro, perché non credo che Dio si occupi delle canzoni di noi artisti, ma personalmente mi dà coraggio nei momenti difficili. Come ho dichiarato in più occasioni, per me Gesù è un amico, di quegli amici su cui puoi contare sempre.

Riguardo Papa Wojtyla, mi sento sempre legatissimo alla sua figura e così nei miei concerti, in Italia e in tutto il mondo, continuo indefessamente a cantare di questo Papa, che adesso è anche un santo, con grande entusiasmo. Ti dirò, secondo me mi dà una mano anche lui da lassù, dato che fra le altre qualità, era anche un artista e si sa, fra colleghi ci si aiuta!

Un ultimo quesito. Il progetto “Suoni tra ieri e domani” è compiuto e i frutti sono in dirittura d’arrivo: cosa viene dopo? Sta preparando delle colonne sonore, o forse qualche nuovo spettacolo in teatro?

Sì, ci sono tanti nuovi progetti, non solo nel cassetto, ma anche nell’aria, sia a livello teatrale, sia cinematografico con nuove colonne sonore. Ringraziando Dio, sono fertile, scrivo molto e presto arriveranno delle novità, delle quali, benché siano vicine, mi sembra prematuro parlare, soprattutto perché accavalleremmo le cose. Mentre ora è il momento di parlare di “Suoni tra ieri e domani”.

Certamente, All Music Italia le fa un grande in bocca al lupo per questa Sua nuova avventura, l’ennesima di una carriera costellata da innumerevoli successi. Grazie di essere stato nostro gradito ospite, a presto!

amedeominghis

  Salentino, studio Lettere (curriculum classico) all’Università e la Lingua dei Segni italiana presso l’ENS di Lecce. Già blogger occasionale per “un Filo-Blues” (all’interno di 20centesimi.it) e membro dell’Osservatorio Musicale Salentino, nato a seguito di un corso di critica musicale dell’Università del Salento. La mia vocazione è il canto, in più suono il pianoforte e mi piacciono molto la black music, il cantautorato – amore profondo per quello un po’ stagionato! – e gli strumenti dalle sonorità naturali, come l’armonium.
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