Francamente, Bitte Leben recensione dell’album a cura di Anna Ida Cortese
“D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.”
Italo Calvino, Le città invisibili
Ascoltando BITTE LEBEN ho avuto la sensazione di non entrare dentro un disco, ma dentro una domanda che cambia forma continuamente: come si resta dentro il cambiamento?
BITTE LEBEN non prova a risolverla. La attraversa. E lo fa costruendo una serie di risposte che non sono mai definitive, ma prendono forma nei luoghi, nei corpi, nelle relazioni.
La prima cosa che resta è la malinconia. Non come atmosfera, ma come postura. È quella condizione che ti permette di stare dentro le cose mentre cambiano, senza forzarle in una forma stabile. Qui la malinconia non chiude, tiene aperto.
Ti obbliga a restare, a non semplificare, a non scappare troppo presto.
Da Zagara a BITTE LEBEN: quando i luoghi iniziano a rispondere
Zagara era già una soglia. Un punto in cui amore e paura stavano insieme senza trovare una sintesi.
In BITTE LEBEN quella tensione si allarga e diventa una struttura.
E soprattutto cambia qualcosa: entrano i luoghi. Non come sfondi. Come risposte.
La casa, la piazza, la strada. Torino, Berlino, Milano, Palermo. Ogni spazio diventa un modo diverso di stare dentro il cambiamento. La casa trattiene e chiede distanza. La piazza espone e mette in relazione. La strada obbliga al movimento.
Non è una geografia reale. È una geografia che si deposita dentro, fatta di luoghi fisici e metafisici che rispondono, ognuno a modo suo, alla stessa domanda.
Questo disco è una diapositiva. Ha il sapore dell’antico ma colori decisamente contemporanei.
Ti mostra qualcosa, ma non tutto. E mentre lo guardi, quell’immagine cambia.
ma tu (intro) apre il dialogo. Non c’è distanza: si entra subito in due. La prima risposta è già una relazione.
5 di mattina è una risposta che passa dalla periferia. Un luogo in cui crescere significa restare in bilico tra rassegnazione e desiderio di uscita. Cattedrale prova a costruire uno spazio. Essere casa per qualcuno, senza smettere di essere aperti. Una risposta fragile, ma necessaria.
Sirene sulla Luna è la risposta dell’estate. Quella che sembra leggera, ma porta sotto un’inquietudine che non si scioglie mai del tutto. Nuda di bossa accetta la trasformazione dei rapporti. Non chiude, non cancella. Lascia che le cose cambino forma.
La Casa dei Miei Nonni è una delle risposte più nette. La casa non protegge soltanto: costringe a scegliere come stare negli affetti. E a volte significa anche allontanarsi. Telephone Tango è Berlino. Una risposta che passa dal disorientamento, dal non avere ancora una definizione. E proprio lì trova senso.
Zagara resta sospesa. Non decide tra estasi e paura. Tiene entrambe, e forse è proprio questa la sua forza. Non mi importa più è uno strappo. Una risposta che rompe, senza preoccuparsi di risultare pulita. Se potessi è il punto in cui il disco si fa più vulnerabile. Una risposta che prova a proteggere, pur sapendo che non può farlo davvero. Ed è proprio lì che colpisce.
PER FAVORE VIVI (outro) non chiude il discorso. Rimette insieme il caos e lo lascia respirare. La risposta finale non è una soluzione: è accettare che il cambiamento non si ferma.
Questa instabilità si sente anche nella musica.
BITTE LEBEN si muove tra cantautorato ed elettronica senza mai trasformare questa combinazione in una formula riconoscibile o rassicurante.
La produzione, costruita insieme a Goedi (Diego Montinaro), lavora per sottrazione e accumulo allo stesso tempo: i brani sembrano leggeri al primo ascolto, quasi immediati, ma dentro si stratificano continuamente.
Tappeti elettronici, aperture più organiche, dettagli che entrano e scompaiono senza mai appesantire davvero il suono.
È proprio questa una delle cose più riuscite del disco: la capacità di tenere insieme due tensioni opposte. Da una parte la leggerezza, quella che ti permette di attraversare i brani senza fatica. Dall’altra una costruzione più complessa, fatta di piccoli spostamenti sonori, di contaminazioni che vanno dalla cold wave a un pop più intimo, fino a momenti quasi danzerecci.
Non c’è mai la sensazione di un esercizio di stile. La sperimentazione non si mette in mostra, ma resta funzionale al movimento del disco. Serve a farlo respirare, a farlo cambiare direzione, a evitare che si fermi in una forma sola.
E allora anche qui torna quella domanda: come si resta dentro il cambiamento? La risposta, musicalmente, è proprio questa instabilità controllata. Un equilibrio che non si stabilizza mai del tutto, ma che proprio per questo continua a muoversi.
In un mondo che brucia, BITTE LEBEN non prova a salvarti. Ti lascia dentro il movimento. Ti costringe a restare lì, dove le cose non sono ancora definite.
E forse è proprio questo il punto più riuscito del disco: non dirti come vivere ma mostrarti che vivere significa restare dentro il cambiamento, anche quando non sai ancora che forma prenderà.
Da ascoltare in viaggio.
Macchina, finestrino abbassato.
Quando il paesaggio cambia e, senza accorgertene, cambia anche qualcosa dentro.
Brani migliori: Zagara, Cattedrale, La Casa dei Miei Nonni, Telephone Tango, Se potessi
Voto: Otto e mezzo ✰✰✰✰✰✰✰✰☆
Tracklist completa:
- ma tu (intro)
- 5 di mattina
- Cattedrale
- Sirene sulla Luna
- Nuda di bossa
- La Casa dei Miei Nonni
- Telephone Tango
- Zagara
- Non mi importa più
- Se potessi
- PER FAVORE VIVI (outro)
Crediti artwork in copertina: grafica di Alberto Ricchi e Rosa Artale, foto di Cosimo Buccolieri.











