Manuale d’istruzioni per quando sei triste triste, visto il 26 marzo al Salone 14 dello Yellowsquare di Milano.
Già dal titolo sembra che alla fine dello spettacolo tu debba uscire con qualcosa in mano, una specie di vademecum emotivo, una guida pratica per attraversare la tristezza senza farti troppo male.
Invece la cosa interessante è che succede altro: non esci con delle istruzioni, ma esci alleggerita.
Questa è una differenza sottile ma decisiva.
Ho passato un’ora e più ad ascoltare le poesie in musica di Fabrizio Longobardi, in arte Il Solito Dandy, dentro uno spazio che era insieme concerto, spettacolo, stand up, improvvisazione, ma che in realtà non si lasciava davvero chiudere dentro nessuna di queste definizioni.
È come se ogni tentativo di etichettarlo arrivasse sempre un attimo dopo rispetto a quello che stava succedendo.
E dentro questo tempo che si apre c’è spazio per tutto: per ridere, per commuoversi, per ballare anche, senza che queste cose si escludano mai davvero tra loro, ma anzi continuino a passarsi il testimone.
Il suo personaggio basta a se stesso, nel senso più concreto possibile: non ha bisogno di costruzioni intorno, di scenografie, di appoggi.
C’è lui, la chitarra e un pubblico che decide di stare.
E dentro questo spazio succede qualcosa che assomiglia più a un processo che a una performance. Un accadimento se proprio devo scegliere una parola.
Nel senso che quello che succede lì potrebbe succedere altrove, potrebbe esistere anche fuori da un palco.
Per strada, in metro, in fila alla posta.
Non ha bisogno di una cornice perché nasce da qualcosa di condivisibile, da un bisogno molto semplice: fermarsi un attimo e stare dentro una domanda.
E allora il punto non è dove sei, ma il fatto che, per un momento, qualcuno apre uno spazio e qualcun altro decide di entrarci.
Un canovaccio che si apre
Si percepisce che c’è una struttura, un pensiero che tiene insieme tutto, ma non è mai rigido. I monologhi partono da un punto e poi si muovono, si allargano, cambiano direzione, come se avessero bisogno di respirare dentro il momento. Le canzoni entrano e non interrompono, proseguono. Non sono pause, sono estensioni. Questo rende tutto molto organico, perché non hai mai la sensazione di passare da un linguaggio all’altro, ma di stare dentro lo stesso flusso.
Io continuo a pensarlo così:
non è uno spettacolo che esegue qualcosa, è qualcosa che si costruisce mentre accade.
La scaletta, in questo senso, non è solo un elenco di brani ma sembra costruire un percorso che si muove per stati emotivi più che per ordine discografico.
Ci sono due punti che aprono qualcosa di nuovo, Discoteca Futurista e Budino (ancora inedite). Tutto il resto, invece, si muove come un attraversamento.
Da Boh a E se poi Dio, passando per Capriccio e Owen Wilson, si ha la sensazione di entrare dentro una serie di domande che non cercano una progressione lineare ma una permanenza, come se ogni pezzo aggiungesse una sfumatura più che un punto.
Largo Venue, Solo tu e Pozzanghere fino ad arrivare a Per quando sei triste triste che non suona come una conclusione ma come un ritorno.
E forse è proprio questo il punto: non c’è una direzione che porta da qualche parte, ma un movimento che ti fa restare dentro.
Discoteca Futurista e gli incontri che spostano
Dentro questo percorso si inserisce anche Discoteca Futurista, nata con Sarafine. E si sente che è un incontro reale, non costruito. Un punto in cui due mondi si sono avvicinati abbastanza da contaminarsi senza annullarsi.
Lui dice che si sono “venuti incontro”, e questa cosa si percepisce anche nell’ascolto: non c’è un’identità che prevale, ma una zona condivisa che si apre.
La tristezza come domanda condivisa
Parlandone con lui prima dello spettacolo, a un certo punto questa cosa emerge in modo molto netto, quasi senza bisogno di sottolinearla.
Tutto parte da lì.
Non da un’idea costruita, ma da conversazioni.
Dal parlare con gli amici, con le persone vicine, dal rendersi conto che quelle domande che sembrano private in realtà sono comuni. E allora portarle su un palco non diventa un gesto espositivo, ma una continuazione naturale di quel processo. Quello che succede dopo, davanti al pubblico, è semplicemente un altro momento dello stesso discorso.
Le domande restano aperte, si allargano, passano da una voce all’altra.
“A cosa serve tutta questa tristezza?”
Resta lì, senza essere risolta davvero.
La cosa interessante è che non viene mai trasformata in una risposta che sistema tutto. Non c’è una pedagogia della sofferenza, non c’è un tentativo di renderla utile. C’è piuttosto uno spostamento: la tristezza smette di essere qualcosa da eliminare e diventa qualcosa che ti tiene dentro la vita.
Quando nell’intervista afferma che viviamo in una società anestetizzata, dove le emozioni non sono funzionali e quindi vengono messe da parte, non sta costruendo un discorso teorico. Sta descrivendo una sensazione molto concreta, che sul palco prende forma senza bisogno di essere dimostrata.
La curiosità come origine – l’intervista
Parlandone con lui, a un certo punto si arriva lì, quasi senza accorgersene.
La curiosità.
È lui stesso a dirlo in un passaggio:
“Ok, forse ho la curiosità di scoprire delle cose in più”.
Non come parola da usare quando si parla di creatività, ma come movimento reale, qualcosa che tiene aperto il processo e che ti porta a cambiare linguaggio quando quello che stai usando non basta più.
È da qui che si capisce anche quello che negli ultimi mesi è sembrato un cambiamento, questo passaggio verso una scrittura più esposta, più diretta, più vicina alla poesia. Non una svolta, ma un modo diverso di trattenere quello che succede, di non perdere i momenti mentre accadono.
Le canzoni hanno un tempo, una costruzione, una fioritura.
Alcune cose invece restano immediate, appuntate così come arrivano.
E allora convivono.
Quando si arriva a parlare del futuro, il discorso si sposta sulla cura.
Non come perfezione, ma come presenza, come bisogno di vivere davvero quello che si sta facendo prima di metterlo fuori.
Perché quello che fai, in qualche modo, resta tuo anche dopo.











