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Il lato B di Stefano De Martino: a Sanremo non si decide della vita di nessuno? Non proprio

Monica Landro non è d'accordo con De Martino: un sì o un no all'Ariston può cambiare una carriera.

di Monica Landro · 

“La difficoltà di fare Sanremo è dribblare le persone che ti dicono che è una cosa decisiva per il mondo. Non voglio sminuire la grandeur del nostro evento, ma non si decide della vita e della morte di nessuno”. Lo ha detto nei giorni scorsi al Rumore Festival Stefano De Martino, prossimo conduttore e direttore artistico del Festival di Sanremo 2027.

E no, Stefano. Su questa faccio fatica a essere d’accordo.

Non perché Sanremo debba essere caricato di quell’enfasi che per cinque giorni trasforma una gara di canzoni in una questione di Stato, e neanche perché una mancata convocazione all’Ariston possa decidere il destino di un essere umano, ma perché Sanremo, una vita professionale, può cambiarla eccome.

Può spalancare una porta, lasciare tutto esattamente com’era o, qualche volta, interrompere un percorso. Può riportare un nome dentro il circuito musicale dopo anni, presentare un artista di nicchia a milioni di persone che non lo conoscevano, moltiplicare i propri ascolti.

Del resto, alzi la mano l’artista, il manager, il discografico o l’autore che, dopo aver presentato un brano, non aspetta con il fiato sospeso la lista dei selezionati per l’Ariston.

Sanremo non è una sala operatoria ma la responsabilità esiste

De Martino è andato anche oltre. Con una battuta ha spiegato che, in fondo, si tratta di una gara di cantanti e che “se volevo una responsabilità facevo il cardiochirurgo”.

Per carità, a Sanremo nessuno tiene un cuore tra le mani e nessuna scelta del direttore artistico decide della vita o della morte di qualcuno ma la responsabilità non appartiene soltanto a chi salva vite.

Esiste in ogni lavoro nel quale le proprie decisioni producono conseguenze sugli altri. E il direttore artistico del Festival di Sanremo quella responsabilità ce l’ha! Non perché un cantante escluso smetterà di esistere, ma perché scegliere un artista e lasciarne fuori un altro significa concedere a uno e negare all’altro una delle più importanti occasioni di esposizione che la musica italiana possa offrire.

Nel 2027 saranno 24 gli artisti in gara tra i Campioni e, prima che quei nomi arrivino all’Ariston, De Martino dovrà ascoltare centinaia di proposte, valutare e scegliere. Pochi, dunque, riceveranno un sì e moltissimi riceveranno un no.

Accetto di buon grado l’idea di ridimensionare la portata del Festival di Sanremo ma decisamente meno accetto il concetto che sia giusto ridimensionare il peso delle proprie scelte.

Stefano De Martino e Sanremo 2027: Essere esclusi, cosa significa davvero?

Mi vengono in mente un po’ di nomi in ordine sparso, che potrebbero dare una risposta a questa domanda.

Syria manca da Sanremo, come artista in gara, dal 2003. Ma non perché abbia semplicemente deciso di chiudere con l’Ariston. Nel 2011 raccontava a Rockol di provare da tre anni a rientrare al Festival: “Prima o poi ci riuscirò. Artisticamente, ho cominciato da lì”.

E ancora nel 2025, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ammesso di aver tentato più volte il ritorno, ricevendo “tante porte in faccia”.

Sono passati più di vent’anni dalla sua ultima gara. Davvero possiamo sostenere che tornare oggi su quel palco non cambierebbe nulla nella sua vita professionale?

Di quella volta che Povia, giovane cantante sconosciuto, svoltò all’Ariston senza essere in gara

La storia di Povia rende la domanda ancora più interessante. Nel 2005 Povia a Sanremo non avrebbe nemmeno dovuto esserci. I bambini fanno ooh… era stata esclusa dalla competizione perché una parte della canzone era già stata eseguita pubblicamente e quindi non rispettava il requisito di inedito. Paolo Bonolis la portò comunque all’Ariston, fuori gara, collegandola al progetto umanitario Avamposto 55 per i bambini del Darfur.

La canzone esplose, conquistò le classifiche, arrivò a sette dischi di platino e Povia pubblicò il suo primo album. Un anno dopo tornò a Sanremo. Questa volta tra i Big. E vinse con Vorrei avere il becco.

Può anche darsi che I bambini fanno ooh… fosse diventata comunque un fenomeno, non avremo mai la controprova, e Povia avesse costruito esattamente la stessa carriera ma la domanda rimane: senza quei minuti sul palco di Sanremo 2005, Povia sarebbe diventato Povia?

Quelli che continuano a bussare alla porta dell’Ariston

Come non citare i Jalisse, che conoscono praticamente tutti, altro che meteore come ogni tanto vengono ancora nominati. La storia è stranota: dopo la vittoria del 1997 hanno continuato per anni a presentare canzoni al Festival accumulando una serie impressionante di esclusioni.

Al di là della bontà dei loro brani e della libertà dei vari direttori artistici di scegliere le canzoni che ritengono migliori per il proprio Festival, la caparbietà e l’insistenza dei Jalisse dimostra una cosa molto semplice.

Per chi fa questo mestiere quel palco evidentemente conta ancora.

Pensiamo addirittura ad  Al Bano, uno al quale, a più di sessant’anni dall’inizio della carriera, Sanremo non deve certo spiegare chi sia.

Per il Festival 2025 aveva presentato a Carlo Conti tre canzoni, con un desiderio preciso: “Volevo davvero chiudere la mia carriera da concorrente con Sanremo”, ha raccontato dopo l’esclusione. E non ha nascosto la delusione. Il suo caso forse racconta meglio di altri quanto sia difficile liquidare l’Ariston come qualcosa che, in fondo, non cambia nulla. Perché Sanremo può avere un peso anche quando una carriera l’hai già costruita, quando hai venduto milioni di dischi, cantato in mezzo mondo e non hai certamente bisogno di cinque serate su Rai 1 per ricordare al pubblico che esisti.

Per Al Bano quel sì aveva un significato ben preciso: gli avrebbe permesso di chiudere come aveva scelto lui un capitolo della propria carriera. Sanremo conta anche per questo.

Syria, Povia, i Jalisse, Al Bano: quattro storie che non potrebbero essere più diverse. Chi cerca di tornare, chi proprio all’Ariston ha trovato la svolta, chi continua ostinatamente a bussare e chi avrebbe voluto quel palco per chiudere un cerchio. Eppure portano tutte alla stessa domanda: se Sanremo non fosse davvero in grado di cambiare qualcosa, perché continuare a provarci?

E poi c’è la storia di Stefano De Martino

Facciamo un piccolo riassunto professionale di De Martino: nel 2009 entra ad Amici di Maria De Filippi come ballerino perché quella è la categoria che ha scelto e per la quale si è preparato. L’anno successivo torna nel programma come professionista. Da lì la sua traiettoria cambia.

Arrivano la televisione, la conduzione, la Rai, Made in Sud, Stasera tutto è possibile, Bar Stella, fino ad Affari Tuoi. Nel febbraio 2026 Carlo Conti lo raggiunge in platea all’Ariston e annuncia che sarà lui il conduttore e direttore artistico del Festival di Sanremo 2027.

Da concorrente di un talent al ruolo di uomo che sceglierà chi potrà salire sul palco musicale più osservato d’Italia. Altro che tripla piroetta!

Al netto della battuta, è chiaro che il lavoro, le scelte e tutto ciò che De Martino ha costruito dopo quell’occasione appartengano a lui perché nessun programma televisivo può regalare diciassette anni di carriera, se non hai talento.

Siccome è impossibile sapere quale sarebbe stata la sua traiettoria professionale se, nel 2009, non fosse entrato nella scuola di Maria De Filippi, dopo aver ascoltato che “non si decide della vita e della morte di nessuno”, una piccola provocazione, caro Stefano, concedimela: anche Amici non cambia la vita a nessuno?

Foto: Ufficio stampa Rai