A un anno di distanza dall’uscita dell’EP Venivo dal Letame, i CarroBestiame tornano con Nel tempo in cui le cose erano fatte per durare (Maninalto): un disco con cui la band umbra perfeziona la propria ricetta sonora, liberandosi da quei canoni e preconcetti che troppo spesso relegano il folk in una nicchia per pochi appassionati.
“C’era un tempo in cui si valorizzavano la concretezza e la cura, un’epoca in cui riparare un oggetto – o un legame – era un atto di rispetto. Oggi siamo immersi nell’era dell’usa e getta, dove l’obsolescenza non colpisce solo le macchine, ma anche i desideri e le relazioni.
Questo album nasce per rallentare. I brani sono pensieri, che scrollandosi di dosso la frenesia di un mondo che corre senza guardare dove va, si sollevano in volo sopra le macerie del superfluo per riportarci all’essenza, ai valori che non possiamo permetterci di ignorare”.

“Nel tempo in cui le cose erano fatte per durare”: l’intervista ai CarroBestiame
Ciao ragazzi, bentrovati su All Music Italia. Come state?
Ciao a tutti! Molto bene. Diciamo che in questo periodo siamo davvero carichi e impazienti di iniziare il tour!
Ci raccontate cosa si cela dietro il vostro nome d’arte: CarroBestiame?
Il nostro nome ci è stato suggerito agli albori – così quasi per scherzo – e, come potete immaginare, ha destato risate e curiosità. Dopo averlo fatto posare il giusto, abbiamo capito che un po’ ci rappresentava, nel senso di “carovana in movimento”, e così ce lo siamo cucito addosso.
Voi vi presentate come l’anello di congiunzione tra la tradizione folk e il più moderno pop-rock. Quando avete incontrato per la prima volta questi due generi e cosa vi ha affascinato così tanto da volerli fare incontrare?
Questa congiunzione è la conseguenza della fusione dei nostri bagagli personali, che inevitabilmente si sono messi a servizio del progetto, creando questo stile che ci sentiamo di dover portare avanti. Siamo convinti che il folk, unito alla fruibilità dei ritornelli pop, possa diventare uno strumento davvero potente e percepito su larga scala.
La vostra terra, l’Umbria, quanto e come ha influenzato il vostro progetto?
L’Umbria per noi è un po’ come la contea per gli Hobbit. È una terra fantastica dove ancora è possibile vivere in maniera genuina e soprattutto lenta. Quasi tutti i nostri brani sono arricchiti dalla nostra forte tradizione.
Qual è stata la molla creativa che ha poi portato alla nascita di Nel tempo in cui le cose erano fatte per durare?
In un mondo scandito dall’obsolescenza programmata, ci sentiamo di dover lanciare forte e chiaro un invito a riparare. Dagli oggetti ai rapporti, tutto ormai è usa e getta, quando in realtà a rendere speciale ogni cosa è proprio il tempo che uno è in grado di dedicargli.
In curva la moto va dove va il tuo sguardo. In un mondo che corre, senza guardare dove va, che direzione prende la vita? E il vostro sguardo, dove va?
Il nostro sguardo è rivolto verso quello che ci piace e, soprattutto, ci rende fieri come artisti. Questa per noi è la vera chiave o almeno la moto. La strada è la rete salvifica che stiamo costruendo, portando la nostra musica in giro per l’Italia.
In Aquiloni cantate: “Non è possibile la pace”. E ancora: “L’amore ormai è un desiderio troppo audace”. In queste parole, a tratti rassegnate, c’è ancora spazio per la speranza: “Gli si dica di legarle (le bandiere) e di farci gli aquiloni”. Qual è stata la goccia che ha poi fatto traboccare l’inchiostro sul foglio bianco?
Di sicuro continuare a vedere bambini ed innocenti coinvolti continuamente in guerre scatenate per sporchi interessi, senza alcuna lealtà. Questa situazione è diventata una realtà quotidiana e, per assurdo, sta diventando la normalità. Non possiamo permetterci di cedere e rimanere inermi di fronte a tutto questo.
In Il lusso di invecchiare “la vita è un privilegio anche nel dolore”. Che ruolo ha avuto la musica nei vostri momenti di dolore?
Crediamo che ogni momento della vita abbia una colonna sonora. La musica è un’ancora, sia in solitudine che in compagnia.
In questo disco c’è tanta introspezione, celata da un velo d’ironia. Ed ecco che: “Tutti quanti mi vogliono a Sanremo, ma preferisco far lo scemo”.
Assolutamente sì. La musica sta diventando sempre più succube delle grandi distribuzioni e tutto questo sta portando ad una vera e proprio perdita dell’identità artistica. Il messaggio che vogliamo lanciare è quello di tornare a riempire le piazze ed i festival, dove gli artisti indipendenti possono ancora sognare insieme ad un vero pubblico, l’unico che serve davvero!
L’album si chiude con Figlio dell’Africa. Com’è nata la collaborazione con Davide “Dudu” Morandi e Francesco “Fry” Moneti dei Modena City Ramblers?
Il brano è nato dal dolore dei continui abbandoni in mare, dall’esigenza di denunciare che, dietro a tutte le difficoltà del momento, c’erano comunque vite umane in fuga dall’impossibilità di perseguire i propri sogni, oltre che la propria vita.
In quello stesso anno abbiamo condiviso il palco con i Modena e proprio da lì è nata l’idea di coinvolgerli in qualcosa che anche loro hanno da sempre difeso fortemente e sapevamo che avrebbero arricchito a dovere!
Dallo studio di registrazione al palco. Questo disco sembra essere nato per i live. Che tipo di show proporrete a chi verrà ad ascoltarvi?
Per noi i live sono sempre stati il core del progetto. Con questo lavoro, come con i precedenti, ci auguriamo che lo spettatore si senta coinvolto dai contenuti e rapito dalla musica e dalla nostra energia. Abbiamo davvero l’esigenza di chiudere il cerchio fondendoci con il pubblico durante tutto il nostro tour!
In chiusura, prendo in prestito le vostre parole e vi chiedo di completare la frase: Nel tempo in cui le cose erano fatte per durare…
Eravamo tutti più capaci di apprezzare, di essere felici. Non perdiamo la speranza nell’autenticità dei rapporti e nei sani sacrifici!











