5 Giugno 2026
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5 Giugno 2026

Sanremo 2027 e la serata Eurovision: perché separare l’ESC dal Festival è un errore

L'ipotesi di una gara parallela per scegliere il rappresentante italiano risolverebbe un problema che non esiste.

Stefano De Martino, direttore artistico di Sanremo 2027, su sfondo di luci laser da palco
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Sanremo 2027 e la serata Eurovision: perché separare l’ESC dal Festival è un errore. Di Davide Maistrello.

Fra le tante indiscrezioni che stanno accompagnando la nascita del nuovo corso sanremese targato Stefano De Martino (annunciato nel corso dello scorso Festival di Sanremo come direttore artistico per l’edizione 2027), ce n’è una che negli ultimi giorni ha fatto particolarmente rumore negli ambienti eurovisivi. La notizia è stata inizialmente riportata da Dagospia in un articolo a firma Giuseppe Candela e poi confermata da Silvia Fumarola per Repubblica: entrambi hanno riportato l’ipotesi di una serata speciale destinata a eleggere il rappresentante italiano all’Eurovision Song Contest, separando almeno in parte il percorso verso l’ESC dalla competizione principale del Festival di Sanremo.

Non sappiamo ancora come dovrebbe funzionare nel dettaglio questo meccanismo: se per Candela si tratterebbe di una vera e propria gara parallela che andrebbe a sostituire la serata delle cover nel corso della serata del venerdì, Fumarola sostiene invece che “serata Eurovision” e “serata cover” potrebbero coesistere su due binari paralleli, andando in onda rispettivamente nella terza e quarta serata. Non è chiaro inoltre quali sarebbero i sistemi di voto coinvolti o quanto peso avrebbero il televoto ed eventuali giurie tecniche. Sappiamo però che non è la prima volta che questa idea viene messa sul tavolo, e proprio per questo è necessario sviscerare a dovere tutti i motivi per cui una scelta del genere sarebbe verosimilmente fallimentare e dannosa non solo in ottica eurovisiva, ma per il Festival di Sanremo nel suo insieme.

Chi segue contemporaneamente Sanremo ed Eurovision da qualche anno sa bene che quello che è esploso in questi giorni è in realtà una sorta di evergreen del dibattito musicale italiano. Ciclicamente al termine di ogni Festival, pubblico e stampa specializzata hanno provato a stimolare un dibattito attorno all’idea di una selezione separata o un meccanismo correttivo che permetta di scegliere il rappresentante percepito come “migliore” in ottica eurovisiva, indipendentemente dall’esito della gara sanremese; allo stesso modo abbiamo visto queste pretese venire ripetutamente accantonate dallo scontro con la realtà dei fatti, generalmente dopo che l’Italia è stata in grado di ottenere l’ennesimo risultato positivo sul palco europeo rendendo improvvisamente difficile spiegare quale sarebbe il problema che si sta cercando di risolvere.

Proprio questo è il punto da cui bisognerebbe partire nel discutere l’idea di una “serata eurovisiva”: esiste veramente un problema così pressante da richiedere l’implementazione di una soluzione così drastica?

Dal 2015 il vincitore di Sanremo va all’Eurovision: e i risultati danno ragione al sistema

Partiamo da un dato molto semplice: dal 2015 l’Italia ha sostanzialmente adottato una regola chiara e lineare, che vede il vincitore di Sanremo ottenere il diritto di rappresentare il Paese all’Eurovision. Da allora ha vinto una volta, ha ottenuto tre podi, una lunga serie di piazzamenti in top 10 e soprattutto una continuità di rendimento che praticamente nessun’altra nazione può vantare. Al netto della partecipazione di Francesca Michielin nel 2016 (che peraltro non era giunta a Stoccolma da vincitrice di Sanremo, avendo ottenuto il titolo di rappresentante dopo la rinuncia degli Stadio), il nostro Paese non è mai uscito dalle prime sette posizioni della classifica finale. Ancora più importante, si è potuto costruire una reputazione internazionale fortissima che non solo ha creato una percezione dell’Italia come una delle nazioni che portano sistematicamente proposte credibili, riconoscibili e competitive sul palco dell’ESC – ma ha anche permesso una riscoperta del pop italiano a livello internazionale e visto diversi artisti che magari l’Eurovision non l’hanno neppure “assaggiato” affermarsi nelle chart e nelle classifiche di vendita di altre nazioni europee, dal Mediterraneo all’est Europa.

Una delle conseguenze più positive (e inaspettate) degli ultimi dieci anni è stata la costruzione di un rapporto quasi simbiotico tra Sanremo ed Eurovision. Il Festival ha contribuito enormemente alla crescita dell’ESC in Italia, trasformando un evento che fino a pochi anni fa interessava quasi esclusivamente una nicchia di appassionati in un appuntamento seguito ogni anno da milioni di persone sul primo canale nazionale (la finale dell’edizione 2026, andata in onda su Rai 1, ha raccolto il 36% di share e oltre 5 milioni di telespettatori in valori assoluti). L’Eurovision, dal canto suo, ha contribuito a rilanciare l’esportazione della musica italiana in Europa e a costruire una visibilità internazionale che il nostro mercato non aveva avuto da tempo. Contrariamente a una certa narrativa che continua a circolare in alcuni ambienti dell’industria discografica, i numeri esistono (si veda l’ultimo report rilasciato da FIMI relativo alle performance commerciali per l’anno 2025) e raccontano una storia abbastanza chiara.

Ancora più importante, il sistema attuale produce qualcosa che nessuna selezione costruita a tavolino può garantire e cioè una grandissima varietà di stili, generi e situazioni. Ogni anno l’Italia arriva all’Eurovision con una sfumatura diversa del proprio panorama musicale: solo negli ultimi sei anni post-COVID abbiamo visto alternarsi sventolando il tricolore sul palco europeo una rock band, un duetto pop/rap, una ballad tradizionale, un brano uptempo femminile latineggiante, un cantautore intimista e una stella della canzone napoletana. Questo accade perché la gara di Sanremo si gioca su dinamiche che prescindono dall’Eurovision, ed è quasi più complicato vincere la kermesse dei fiori che primeggiare sul palco della competizione musicale più seguita al mondo. E proprio per questo motivo l’Italia arriva spesso all’Eurovision portando una proposta che si differenzia immediatamente da tutte le altre in gara, proprio perché non prova in alcun modo ad ispirarsi a un ipotetico “modello” dei trend che hanno funzionato nelle edizioni precedenti ma semplicemente si limita a portare il pacchetto canzone-artista più forte dell’anno, già uscito, testato e messo a dura prova da una competizione chiaramente durissima.

E qui arriva il primo paradosso di tutta questa vicenda. Mentre all’estero ci si chiede come sia possibile che Sanremo continui a produrre candidature così solide e tante emittenti europee cercano disperatamente di capire come replicare almeno in parte il cosiddetto “modello italiano”, noi sembriamo improvvisamente intenzionati a sconfessarlo tutto d’un tratto – e non perché abbia smesso di funzionare, o perché i risultati siano peggiorati o il pubblico abbia smesso di seguirlo, ma perché esiste una percezione diffusa che si potrebbe fare “ancora meglio” (?).

Una delle cose che più preoccupano in questa discussione è la convinzione, mai davvero dimostrata, che esista una categoria di canzoni “eurovisive” riconoscibili a priori. Da anni il dibattito italiano è dominato dall’idea che alcune proposte siano naturalmente più adatte al contesto europeo di altre, e che per qualche motivo queste vadano ad identificarsi con quelle presentate da artiste pop di genere femminile, con brani prevalentemente uptempo. Ogni anno qualcuno prova a sostenere che quella determinata artista (Annalisa, Elodie, Ditonellapiaga, Madame, La Rappresentante di Lista e via di fiore in fiore) sia stata privata della sua occasione, e non è un caso che i sostenitori di queste abbiano provato – inutilmente – a utilizzare l’Eurovision come carta a loro favore per avvalorare le loro candidature sanremesi, contribuendo a costruire una narrazione attorno a un tipo specifico di proposte considerato più moderno, più internazionale, più esportabile e soprattutto “più eurovisivo”.

Nessuno mette in dubbio che alcune delle artiste summenzionate, fossero riuscite a vincere le rispettive edizioni di Sanremo, sarebbero state in grado di cogliere un piazzamento più che dignitoso e all’altezza degli ottimi risultati raccolti dai “veri” vincitori. La perplessità nasce dalla pretesa che ciò che per i giornalisti italiani è “più adatto all’Eurovision” corrisponda suppergiù sempre allo stesso genere, senza nessun tipo di analisi o riflessione sulla qualità delle proposte se paragonate alle altre. Abbiamo vinto l’ESC con un progetto (i Måneskin) che sulla carta era il più lontano possibile da questo paradosso! Eppure, solo quattro anni dopo, una parte consistente della comunità eurovisiva italiana ancora indicava Chiamo io chiami tu di Gaia come la proposta più adatta ad emergere a Basilea 2025, solo per il merito di avere portato una coreografia che si rifaceva alla classica conformazione eurovisiva “cantante + quattro ballerini” all’atto pratico superata da diverse edizioni. Il responso del televoto, che ha visto Gaia fermarsi all’ultimo posto in classifica nella serata finale con un misero 0.33%, ha mostrato l’esistenza di una differenza enorme tra ciò che una determinata “bolla” percepisce come competitivo e ciò che viene effettivamente premiato quando il pubblico è poi chiamato a esprimersi per davvero. Altre proposte dello stesso genere (come quella di Ditonellapiaga, arrivata a pochissimo dalla vittoria finale in rimonta con la sua Che fastidio!) si sono rivelate forti abbastanza da potersi giocare la vittoria reale del Festival pur con tutte le limitazioni derivate dal meccanismo di voto attuale; non basta però pensare di compiacere un certo tipo di pubblico e piazzare sul palco un accenno di coreografia per trasformare qualsiasi canzone in una proposta competitiva e credibile.

A chi serve davvero una serata Eurovision separata

È dunque necessario chiedersi chi beneficerebbe davvero dell’introduzione di una “serata Eurovision” separata, perché se guardiamo ai risultati ottenuti dall’Italia nell’ultimo decennio è difficile sostenere che la modifica nasca da un’esigenza concreta del pubblico o dalla necessità di correggere una stortura evidente del sistema. Al contrario, l’impressione è che questa proposta risponda soprattutto alle richieste di due categorie molto specifiche: una parte dell’industria discografica e una parte del giornalismo musicale.

Candela è stato piuttosto esplicito nel riportare come dietro questa idea vi sia da tempo l’interesse di alcune case discografiche ad avere maggiore voce in capitolo nell’individuazione del rappresentante italiano all’Eurovision: la “serata ESC” dovrebbe essere una sorta di concessione in cambio dell’impegno di queste ultime a presentare in gara nel 2027 i loro artisti migliori. Una posizione perfettamente comprensibile dal loro punto di vista, in quanto l’ESC è stato ormai riconosciuto anche da loro come una vetrina internazionale enorme, capace di generare milioni di stream, aprire nuovi mercati e trasformare artisti nazionali in fenomeni esportabili ben oltre i confini italiani.

Allo stesso tempo, però, la suggestione che vuole questa ipotetica serata come una scorciatoia atta a “garantire” l’accesso all’Eurovision per artisti che in passato non si sono dimostrati in grado di vincere il Festival con le loro forze ha l’unico effetto di svilire la partecipazione e l’affermazione di questi ultimi, tanto più che una gara non dovrebbe mai essere costruita ad hoc per favorire qualcuno in particolare ma dovrebbe mettere tutti in condizione di giocare ad armi più o meno pari. E può sembrare affascinante e “golosa” per le discografiche l’idea di avere due vincitori, uno della serata ESC e uno del Festival (più potenzialmente un terzo, quello della serata cover, se queste ultime dovessero essere mantenute il venerdì sera spostando la “garetta” eurovisiva al giovedì). È una formula pienamente in linea coi diktat del mercato che hanno visto, negli ultimi anni, trasformare i festival musicali estivi in consegne di premi e statuette di ogni genere (e senza alcun valore effettivo) a ciascun artista invitato, in uno spirito atto a far fare bella figura un po’ a tutti e diametralmente opposto a quello di una gara “vera” come poteva essere il vero Festivalbar.

Eppure sappiamo tutti che il prestigio di Sanremo deriva anche dal fatto che il vincitore è uno solo – e si identifica con l’artista e la canzone che emergono dopo una settimana di gara durissima, attraverso un sistema magari imperfetto ma comunque riconosciuto da tutti come l’impianto culminante del Festival. Creare una seconda incoronazione significa inevitabilmente frammentare questo tipo di racconto e generare una gerarchia ambigua che finirebbe per danneggiare entrambi i vincitori. Non siamo peraltro i primi ad avere adottato una strategia del genere: fra il 2023 e il 2024, il Festivali i Këngës albanese (molto simile per struttura e liturgia a Sanremo) sotto la spinta del direttore artistico Bojken Lako ha provato ad eleggere il proprio rappresentante eurovisivo tramite una gara separata a colpi di televoto, mentre la gara vera era giudicata esclusivamente da una giuria. L’esperimento non ha funzionato in alcun modo (con l’annuncio dei rappresentanti che ha sempre finito per mettere in ombra quello del vincitore “reale” del FiK), non è stato supportato da un miglioramento concreto dei risultati dell’Albania all’Eurovision (anzi, quasi il contrario) ed è stato accantonato nel giro di due anni.

Senza contare che se davvero questa gara parallela dovesse svolgersi il giovedì o il venerdì sera, sarebbe inevitabile che il suo esito influenzasse il comportamento del pubblico nella finale del sabato – come già in parte succede, e l’abbiamo visto negli ultimi anni, con la serata dedicata alle cover. Immaginiamo un’artista che conquisti il pass per l’Eurovision ben due giorni prima della proclamazione del vincitore di Sanremo. È davvero possibile credere che una notizia del genere non altererebbe le dinamiche della gara principale, generando un qualche tipo di bandwagon effect oppure, al contrario, una reazione di rigetto contro chi “ha già vinto” un contentino grande abbastanza da giustificare la sua partecipazione?

Se il vincitore della serata Eurovision coincidesse con il vincitore del Festival, ci troveremmo di fronte a una ridondanza sostanzialmente inutile; se invece fossero due persone diverse, si aprirebbe immediatamente una discussione infinita su chi abbia vinto davvero, su quale dei due successi sia più importante e su quale risultato rappresenti la vera consacrazione artistica dell’annata (soprattutto perché i fan del rappresentante eurovisivo farebbero a gara a sminuire il “vero” vincitore, e viceversa). Non vedo sinceramente come questo possa fare bene agli artisti e rafforzare il racconto del Festival.

Proprio per questo motivo, e per il fatto che l’organizzazione sembra aver trovato così pressante la necessità di introdurre una gara separata, è abbastanza normale immaginare che il desiderio sia davvero di trovarsi con due vincitori diversi – e l’unico modo per arrivarci è creare un metodo di voto diverso da quello della gara tradizionale, e in qualche modo sbilanciato verso la presenza di una qualche giuria più o meno influenzabile a scapito del televoto. Non conosciamo il meccanismo che RAI starebbe eventualmente studiando, ma il riferimento fatto da Candela a una possibile Academy composta da pochi giornalisti selezionati è sufficiente per accendere qualche campanello d’allarme: soprattutto se questi pochi eletti sono gli stessi che per anni hanno perorato la causa di questa selezione alternativa, sperando di avere la possibilità di dire la loro nella scelta del rappresentante italiano, e allo stesso tempo continuano a non avere la minima idea di quali proposte siano davvero adatte all’Eurovision (come si arguisce dal dibattito visto nell’edizione 2025, dove Gabry Ponte – poi ultimo classificato con Tutta l’Italia in rappresentanza di San Marino – era stato percepito un po’ da tutti come più adeguato alla kermesse europea rispetto all’effettivo quinto classificato Lucio Corsi).

Inoltre è chiaro che qualsiasi combinazione di giornalisti, addetti ai lavori e professionisti della musica sotto mentite spoglie verrebbe chiamata a comporre questa ipotetica Academy rischierebbe di portare in auge il tema del conflitto di interessi, perché sappiamo tutti come l’ambiente sia in qualche modo piccolo e sia veramente difficile mettere assieme un panel che non sia qualche modo coinvolto in progetti legati agli artisti in gara o alle case discografiche che si giocherebbero la vittoria di questa gara alternativa. È sotto gli occhi di tutti, inoltre, che spesso siano state proprio le firme principali del giornalismo di settore a promuovere in modo martellante l’idea di questa selezione alternativa per l’Eurovision, senza dubbio allettate dalla possibilità di avere voce in capitolo nel processo decisionale e potersi spartire in qualche modo una fetta di questa torta che interessa un po’ a tutti.

La scusa delle performance: ma il problema è l’Ariston, non la serata

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che il vero obiettivo della “serata Eurovision” non sia tanto scegliere un vincitore diverso, quanto permettere agli artisti di presentare performance più elaborate e più vicine agli standard internazionali dell’ESC. È probabilmente l’argomento che abbiamo sentito più spesso negli ultimi giorni e, paradossalmente, è anche quello che può facilmente essere impacchettato e consegnato a chi crede che solo le artiste pop femminili possano funzionare sul palco dell’ESC – quantomeno se dobbiamo guardare alla bulgara Dara, fresca vincitrice dell’edizione 2026 con Bangaranga. La vittoria di quest’anno, seguita da vicinissimo da RAI e dall’industria discografica (che per la prima volta nella storia ha inviato una sua delegazione a Vienna, capeggiata dal CEO di FIMI Enzo Mazza) rappresenta contemporaneamente il principale argomento “scontato” a favore di questa visione e la sua più evidente smentita.

Dara è stata in grado di sovvertire i pronostici della vigilia guadagnandosi la vittoria con una performance iconica che ha riscritto i canoni moderni dell’Eurovision: uno staging spettacolare, una costruzione visiva sofisticata e moderna, una messa in scena firmata da professionisti di livello internazionale come lo staging director Benke Rydman e la coreografa Keisha von Arnold, tutto messo a servizio di un’artista perfettamente in grado di cantare, ballare e muoversi all’interno di uno show estremamente complesso. Questo successo, però, ha necessariamente messo un’asticella con la quale le nostre artiste dovrebbero andare a confrontarsi – all’interno di una manifestazione dove è già di per sè difficile che lo stesso genere o tipo di proposta trionfi per due anni consecutivi, e ogni affermazione iconica crea inevitabilmente decine di epigoni che pagano il confronto in negativo perché percepiti come “copia” di ciò che qualcuno ha già portato sul palco in modo più efficace.

Ma mettiamo pure il caso che la nostra idea sia di sfidare i “giganti” dell’Eurovision sul terreno della messa in scena, e che esistano in Italia dei creativi pronti a lanciarsi in questo tipo di competizione. A questo punto la domanda successiva dovrebbe essere: dove pensiamo di costruire una performance del genere?

L’Ariston è un’istituzione sotto innumerevoli aspetti, ma resta un teatro progettato per esigenze completamente diverse da quelle di una moderna arena eurovisiva. Non può ospitare buona parte delle strutture sceniche che vediamo abitualmente all’ESC, né sostenere determinati carichi sospesi, né permettere l’implementazione di buona parte dei prop e degli effetti visivi (fuochi d’artificio, fiammate, laser, esplosioni di fumo e jet di anidride carbonica) che caratterizzano le performance contemporanee più ambiziose. Esiste un motivo se nessuno mai penserebbe di organizzare all’Ariston un eventuale Eurovision organizzato in Italia.

Ed è qui che emerge forse la più grande contraddizione dell’intera proposta – perché se davvero si ritiene che il futuro di Sanremo passi attraverso performance più elaborate e più curate dal punto di vista dello storytelling visivo, allora questa non dovrebbe essere una concessione riservata alla serata Eurovision ma dovrebbe diventare il nuovo standard del Festival. Non si capisce onestamente per quale motivo una performance pensata assieme a uno staging director dovrebbe andare bene soltanto una serata su cinque, nè perché un artista dovrebbe sentirsi autorizzato a costruire una narrazione visiva articolata esclusivamente nel momento in cui si gioca il pass per l’ESC.

Non necessariamente, quando si parla di “staging”, dobbiamo considerare per forza la presenza sul palco di persone (musicisti, ballerini, acrobati ecc.) o altri elementi di scena: non tutte le canzoni hanno bisogno dello stesso tipo di racconto ed è possibile creare una performance visivamente forte e in grado di esaltarle e “raccontarle” al meglio anche solo partendo dall’utilizzo creativo di regia, luci e inquadrature. Il biennio contiano ci ha mostrato esempi interessanti in questa direzione, quest’anno in particolare, con diversi artisti in gara che hanno provato a utilizzare il mezzo televisivo non come semplice supporto ma come parte integrante del racconto del loro brano. Senza dover scomodare Ditonellapiaga, che tra gli artisti di quest’anno ha portato la messa in scena più tradizionalmente “eurovisiva” supportata da sei ballerini, mi viene da pensare alla performance di Fulminacci – costruita attraverso un utilizzo coerente del formato 21:9, del bianco e nero e di un’estetica retrò che dialogava perfettamente con il brano.

Sanremo fuori dall’Ariston: la vera riforma di cui nessuno parla

L’idea non dovrebbe essere di limitare tutto questo a una singola serata, ma di porre le basi affinché tutti gli artisti possano alzare l’asticella di ciò che portano sul palco e di metterli in condizione di sperimentare soluzioni diverse e in grado di esprimere nel modo migliore la loro visione. Questo, inevitabilmente, si intreccia con la richiesta avanzata da anni di spostare Sanremo dall’Ariston in un palazzetto apposito – una struttura moderna e più adatta ad accogliere il più seguito evento mediatico in Italia portandolo finalmente con entrambi i piedi nel Ventunesimo secolo. Se davvero si ritiene che il futuro di Sanremo passi attraverso una maggiore integrazione tra musica e racconto visivo, allora forse bisognerebbe interrogarsi seriamente sul futuro della manifestazione, sugli spazi che la ospitano e sui limiti che oggi impediscono di competere con gli standard produttivi dei grandi show internazionali come l’Eurovision.

Strombazzare l’idea di “performance eurovisive ad hoc” che dovremmo vedere in questa serata alternativa fa inevitabilmente pensare che ci troveremmo di fronte a messe in scena per lo più improvvisate, come quelle di determinati artisti (Mahmood, Elodie…) che negli ultimi Festival hanno voluto inserire dei ballerini in una sola serata su cinque. Senza contare che, per dare un senso a questa competizione, andrebbero rispettati tutti i canoni che fanno parte del regolamento di Eurovision – dal massimo di sei performer sul palco all’esibizione su base registrata, dall’assenza di autotune al cut di non più di 3:00 per ogni brano proposto. RAI ha intenzione di impegnarsi a istituire delle regole stringenti e non interpretabili su questo fronte? Molto probabilmente no, il che trasformerebbe questa “serata ESC” nella più classica delle operazioni all’italiana con esibizioni che andrebbero comunque adattate al palco di Sofia e brani che vedrebbero comunque la necessità di venire tagliati e riadattati per ottemperare alle regole dell’Eurovision.

Infine, è necessario affrontare l’obiezione che in questi giorni viene ripetuta più spesso di tutte: “perché non provare? Male che vada si torna indietro l’anno dopo”. Possiamo tutti capire la tentazione, e a livello retorico è una frase che funziona sempre perché trasmette l’idea di una sperimentazione innocua e quasi priva di conseguenze. Eppure questo è un caso in cui l’onere della prova dovrebbe ricadere su chi vuole cambiare un sistema che abbiamo spiegato in ogni modo funziona già, non su chi ne difende l’esistenza. E qui torniamo alla domanda iniziale: qual è esattamente il problema che questa riforma dovrebbe risolvere?

Più si ascoltano i sostenitori della “serata Eurovision” e più è inevitabile accorgersi che praticamente nessuno di loro è in grado di mettere in campo le proprie argomentazioni senza fare il nome di una determinata artista – di quella cantante che più di ogni altro avrebbe meritato una possibilità, di quel brano che sarebbe andato fortissimo all’Eurovision e secondo loro avrebbe ottenuto un risultato migliore rispetto al vincitore effettivo.

La sfida: spiegate perché cambiare un sistema che funziona

E allora la sfida che ci sentiamo di lanciare è molto semplice. Provate ad argomentare la necessità di una serata separata per eleggere il rappresentante italiano all’Eurovision senza nominare il vostro artista del cuore, argomentate perché il sistema abbia davvero bisogno di essere cambiato. Perché dopo anni di dibattito continuo a non vedere una risposta convincente ma solo preferenze personali, tifoserie, interessi industriali, strategie commerciali e categorie professionali che vorrebbero avere maggiore influenza sul processo decisionale. Manca un ragionamento concreto sul fatto che il modello attuale così com’è non funzioni o abbia smesso di funzionare, abbastanza da volerlo sostituire con un meccanismo diverso, verosimilmente fallimentare e che a tutti gli effetti rappresenterebbe un salto nel buio per RAI e per il Festival – quando peraltro esisterebbero tanti altri elementi da cui prendere spunto per rendere Sanremo più “moderno” senza snaturarne la struttura, a partire dall’istituzione di una modalità più televisiva e spettacolare di svelamento dei risultati finali e del vincitore.

Finché quella dimostrazione non arriverà, è lecito continuare a pensare che modificare il rapporto tra Sanremo ed Eurovision non sarebbe in alcun modo un atto di coraggio o di innovazione, ma semplicemente il tentativo di “aggiustare” qualcosa che non si è ancora rotto.