Home › Testo&Contesto

Testo&Contesto

Sanremo 2021: Premio Testo & ConTEsto. I testi migliori (e i peggiori) del Festival

Il Prof di latino, con tanto di video esilarante, analizza i versi più discutibili delle canzoni del Festival e assegna il premio ai testi migliori e peggiori

di Davide Misiano ·  (ultimo aggiornamento il )

Sanremo 2021 Testo & ConTesto. Ritorna, dopo il grande successo e le altrettanto grandi offese della passata edizione, il PREMIO TESTO & ConTESTO da me assegnato ai tre brani più interessanti e ai tre più inquietanti del Festival di Sanremo in fatto di scrittura.

È trascorso un anno memorabile: una pandemia, Rocco Casalino alla guida di due governi, la rinascita della città di Mondello, i banchi a rotelle di Azzolina, Diodato sui balconi invece che all’Eurovision, i vaccini fantasma.

Ma le cose sicure restano, ad esempio la GIURIA DEMOSCOPICA del Festival. È sicura perché sta sempre lì, più longeva della casa del Grande Fratello di Signorini e capace di scelte più imbarazzanti di quelle di Signorini. In quarantena da una vita, occultata agli occhi del mondo, ma sempre in grado di incidere, con le sue delibere immonde, sul nostro reflusso gastroesofageo. Il ventitreesimo segreto di Fatima (perché i segreti di Fatima si moltiplicano perpetuamente).

Lei c’è e noi protestiamo. E, benché valiamo quanto Giorgia Meloni all’opposizione del governo Draghi, non ci arrendiamo nel dire la nostra perché, come ha detto la saggia Elodie, “Non sempre bisogna sentirsi all’altezza delle cose, l’importante è farle”.

Prima di passare ai vincitori delle due categorie e ai rispettivi giudizi, abbiamo deciso di soffermarci su un fenomeno preoccupante osservato nell’analisi del livello letterario della kermesse.

Le RIME AGGHIACCIANTI, le chiameremo. Perché, mentre la poesia ha da tempo immemore conquistato le assonanze, le consonanze e persino il verso sciolto, gli autori di questo Festival si sono ostinati a ricercare la perfezione della corrispondenza fonica, producendo immagini che ci hanno spesso inebetito, quando non ci hanno costretti ad atteggiare il nostro viso ad una smorfia capace di sommare l’urlo di Aiello all’urlo di Munch.

Non sono mancate delle RIME CALDE, che hanno acceso o accarezzato i pensieri.

SANREMO 2021: RIME CALDE O AGGHIACCIANTI?

“Oggi ho una maglia che non mi dona / corro nel parco della mia zona / Ma vorrei dirti non ho paura / Vivere un sogno porta fortuna” (Francesca Michielin e Fedez)

È addirittura l’incipit di Chiamami per nome a consegnarci il primo punto interrogativo. Una scena di disagio: un outfit sbagliato, indossato senza paura, e rime baciate da competizione in terza elementare. AGGHIACCIANTI

“Le mie scuse erano mille, mille / E nel cuore sento spille, spille” (Francesca Michielin e Fedez)

Come se non bastasse la rima orrifica “mille : spille”, interviene l’iterazione a rafforzare il sentimento di imbarazzo “mille, mille : spille, spille”. Più oltre arriverà anche “Sotto questo temporale / piove sulla cattedrale”, a ricordarci che al peggio non c’è mai fine e che, ahimè, può piovere per sempre. AGGHIACCIANTI

“E quando arriva sera / invadi la mia sfera / non è la primavera” (Noemi)

Avrei aggiunto: “E prendo la corriera”. Così, per non farci mancare nulla. AGGHIACCIANTI

“Ricordo ancora quella sera guardavamo LE / Le code delle navi dalla spiaggia SPARIRE” (Noemi)

La più grande ferita all’orecchio del Festival: [Spariré] in rima con [Lé]. Vanitas vanitatum. Anche la metrica italiana ha indossato la mascherina. AGGHIACCIANTI

“Metà sono una donna forte / Decisa come il vino buono / Metà una Venere di Milo / che prova ad abbracciare un uomo” (Coma Cose)

Ringraziamo per la rima imperfetta (l’assonanza “buono : uomo”) e per l’immagine suggestiva di questa donna senza braccia che tenta comunque di abbracciare chi ama. Un anelito frustrato, negato da un’incapacità costitutiva. CALDE

“Senza nome io, senza nome tu / E parlare finché un nome non ci serve più” (Ermal Meta)

Ci piace come inizia la semplice lirica d’amore di Ermal Meta, anche perché sembra un dissing al lacrimevole Fedez che implora, invece, “Chiamami per nome”. CALDE

“Voglio immaginarmi che non ho sbagliato / E che il paradiso è il mio supermercato (…)
Voglio immaginarmi che non ho sbagliato / E che Ringo Star è il mio migliore amico / Che io e lei lo abbiamo fatto e le è piaciuto / Si dice così / Voglio immaginarmi che anche un dittatore / s’innamora, vomita e poi si commuove / Che davvero non ci avranno mai capiti / E invece sì / E invece sì” (Bugo)

Peccato, perché il testo suona. Suona tutto, tranne la sua voce, che è apparsa tutte le sere priva delle “buone intenzioni”. CALDE

“A che serve morire se ogni giorno mi uccidi / Dallo specchio ti vedo mentre piango tu ridi” (Arisa)

Se non ti uccidesse ogni giorno, sarebbe utile morire??? AGGHIACCIANTI

“Siamo giovani affamati, siamo schiavi dell’hype / Non si vendono più i dischi tanto c’è Spotify / Riapriamo gli stadi ma non teatri né live / Magari faccio due palleggi, mai dire mai” (Willie Peyote)

Abile costruzione metrica. Del testo della canzone, acuto, ho scelto questo passaggio per la capacità di sintesi. Quasi un piccolo epigramma. CALDE

“Ha paura di uscire, dei treni affollati / Di amare una donna, di restare incollati. (…)
Luca ha una testa vuota ma c’ha tanto dentro / La vita gli ha insegnato tutto ciò che sa / E spesso in mezzo a tutti si sente diverso / si nasconde dietro le spalle strette che / mentre l’oroscopo ripete che ha Saturno contro / si sente fuori posto all’università” (Dellai)

Un grande punto interrogativo e il sospetto che Io sono Luca sia la rettifica di Luca era gay, che prima stava con lei e ha cambiato idea di nuovo. AGGHIACCIANTI

“Un’onda senza il mare, un cielo senza stelle / Solo il mio pianto mi resta senza te” (Orietta Berti)

Non c’è rima, è vero. Ma sentivo l’urgenza di sottolineare che, a confronto, Finché la barca va era il manifesto del Futurismo. TIPITIPITIPITI DOVE VAIIIIIII

SANREMO 2021: PREMIO “CONTESTO” (IL PEGGIOR TESTO)

III POSTO: ANNALISA, DIECI

Per l’ardimentosa scelta di un testo al cui confronto persino il curriculum di Pierpaolo Pretelli apparirebbe ricco di aperture.

Per averci regalato l’incipit più brutto di tutta la competizione:

“Cos’è che ti ho promesso / Non so / Non mi ricordo adesso / Me lo dici cos’hai / siamo dentro i ghiacciai” (sic!).

Per averci consegnato una rassegna di immagini inflazionate dell’amore che resiste; per averci ricordato che di questo amore hanno già cantato tutti e che non ne abbiamo più bisogno. Il titolo Dieci non poteva essere meno profetico.

II POSTO: GAIA, CUORE AMARO

Per il concettismo barocco delle immagini, probabilmente desunte dal repertorio metaforico di un mental coach invasato, a sua volta convinto di aver letto un libro Zen.

“E strappo pensieri di seta / Foglia nuda per strada / Luna chiara nirvana / Quella che ho dentro è una notte lontana”

Per il paroliberismo (parole in libertà), le cui regole non sono dissimili da quelle che governano l’immortale gioco adolescenziale del “telefono senza fili”.

“Sotto una lacrima che bagna tutta la città / Strada di arterie che ritorna da me / Ma il mio cuore è amaro”

Per un testo all’Elettra Lamborghini che vorrebbe essere Leda Battisti. Per la straniante ripetizione del verso “Ora ci vedo chiaro / Ora ci vedo chiaro”, quando noi non abbiamo visto nulla, se non “un disordine raro”.

I POSTO: RANDOM, TORNO A TE

Perché “ho fatto Sanremo!”, ha detto sul finale della prima esibizione, e noi non ci spieghiamo come. Perché la canzone non ha neppure il livello lessicale della prima letterina d’amore scritta alla prima fidanzatina (quella che era fidanzata con te ma non lo sapeva, per intenderci).

Perché la canzone inizia con “Quando giri intorno a me” e, secondo una struttura circolare, finisce con “Quando giri intorno a me / Torno a te / Quando giri intorno a me /T orno a te / Quando giri intorno a me”… che vorresti solo aggiungere “Casca la terra tutti giù per terra”.

SANREMO 2021: PREMIO “TESTO” (PER IL MIGLIOR TESTO)

III POSTO: LA RAPPRESENTANTE DI LISTA, AMARE

Perché la canzone non è solo un testo, ma è l’integrazione di due codici che si compenetrano, si compensano, si sostituiscono, si sorreggono, e questo pezzo ha una fusione perfetta, tale che il suono aggiunge alla parola dove la parola si ferma e la parola aggiunge al suono quando esso si ripete.

Non è possibile valutare, infatti, il testo di una canzone senza sentirlo calato nel tessuto armonico e nel dettato melodico. Questo testo si carica di suggestioni ulteriori quando Veronica lo canta, e sorprende che una canzone dall’arrangiamento dance possa ottenere dal testo un afflato tribale: una danza essenziale e verace alla vita e all’amore che è nelle cose.

E quando leggo “Amare senza avere tanto… / È come l’aria che non finirà / Ogni volta che stai bene / Come l’aria che non finirà / Ogni volta che stai male”, io colgo quasi una demitizzazione dell’amore, fuori dalle enfatizzazioni di sempre: è il respiro naturale delle cose, che non vive necessariamente di eccessi.

Forse lo leggo solo io così, ma mi basta questo per sentire la grandezza evocativa del pezzo. “Vorrei essere tutto / Potrei essere niente”.

II POSTO: MADAME, VOCE

Non ho capito subito questo testo. Seguire le convulse articolazioni di Madame non è facile, ma credo sia questa la cifra della sua identità vocale e artistica: nel suo scivolare deforme tra le parole è il senso stesso del messaggio che propone.

Ho letto il testo, quindi; poi ho riascoltato la canzone incisa. Voce è al secondo posto perché è il testo più personale del Festival. Considerato anche indipendentemente dalla musica, questo flusso di coscienza ha uno stile avvinghiante, che introduce in un groviglio di autochiarificazioni da cui si esce toccati e denudati.

È un colloquium intimo con la propria voce, a tratti sporcato dai rumori della vita.

“Sarà bello abbracciarti
Dirti mi sei mancata
In un bosco di me
C’è un rumore incessante
E lo faccio da parte
Tu sei la mia voce”

Sono versi più belli di tutto il Festival.

I POSTO: FULMINACCI, SANTA MARINELLA

Perché, nonostante questo non sia il suo pezzo migliore e nonostante non sia il pezzo che più canticchio del Festival, è certamente, a mio avviso, quello dal testo meglio costruito.

È il testo più lirico e più unitario, è un testo che rivela una penna in grado di reinterpretare poeticamente le piccole cose del quotidiano. Un testo che dosa abilmente i registri, così realistico e insieme così visionario.

“Roma, che è una città di mare,
mi ha aperto la bocca e mi ha fatto fumare
Tanto non c’è più niente di cui innamorarsi per sempre,
per cui valga la pena restare”

Le scene che dipinge le abbiamo incontrate tutti fuori da Santa Marinella, eppure la lente di Fulminacci le restituisce in impressioni minute, in dettagli amplificati e sublimati:

“Prendiamoci una scusa sotto casa
E poi portiamocela su
Voglio solamente diventare deficiente e farmi male
Citofonare e poi scappare”

E poi c’è quel passo che mi pare una sintesi straordinaria del bisogno insopprimibile di ritornare che appartiene a ciascuno di noi. E io, finalmente, mi commuovo.

“La mia città è un presepe in mezzo alle montagne

bianche ed ostinate come vecchie cagne
Davvero io non posso più tornare solamente a salutare,
a 
sincerarmi che nessuno piange
Ti prego di raccogliermi la testa

come se fosse l’ultima che resta”.

Fra qualche anno Fulminacci potrebbe assurgere agli onori del grande cantautorato.

 

Quanto AMI Annalisa?

I voti dei lettori fanno la Top 20 di AMI Charts, che esce ogni sabato.

Il tuo voto