C’è una gara che va avanti da giorni, e a raccontarla viene in mente una vecchia sfida da spogliatoio: quella su chi ce l’ha più grosso. Solo che qui si misura in biglietti. Ultimo annuncia mezzo milione di tagliandi venduti per gli stadi 2027. Il giorno dopo Vasco risponde con 550mila posti in mezz’ora per il suo Giubileo all’Olimpico. Oggi Ultimo aggiunge il tocco finale: in una storia su Instagram, taggando Vasco, fa sapere che tra i 550mila che hanno preso un biglietto per l’Olimpico c’è anche lui. “Ho comprato anche io il biglietto per il 2027”, scrive. Sorrisi, complimenti reciproci, pacche sulla spalla a distanza.
Parliamoci chiaro: sono numeri reali e da festeggiare, meritati, costruiti su carriere e canzoni vere, con due pubblici appassionati alle spalle. Non c’è nulla da ridimensionare. Ad applaudire, come vedremo più avanti, ci sono anche le istituzioni, in fila. Il problema è un altro, e sta tutto in ciò che non si vede: mentre si celebrano i due giganti, resta il silenzio quasi totale, di gran parte del pubblico e delle istituzioni, su tutti gli altri, gli artisti più piccoli, gli emergenti. Per dirla con il titolo di un film premio Oscar, anche qui l’Italia “non è un paese per giovani”.
Lo so, ci torno sempre, come i vecchi al bar
Qualche settimana fa, quando è uscito il Rapporto SIAE 2025, ne ho scritto sulla mia newsletter: la musica dal vivo in Italia vale ormai oltre un miliardo di euro, per la precisione 1.064.869.479. Una cifra spesa in lungo e in largo, più alta di ogni anno passato, sbandierata ovunque. E qui mi viene in mente quello che fanno spesso i politici: ti mostrano ciò che brilla e ti nascondono ciò che è buio. Guarda quanto è bella Milano con i grattacieli di City Life, e intanto le case popolari le confini in periferia, tra il degrado. Nello stesso comunicato, infatti, il presidente di AssoConcerti Bruno Sconocchia lasciava cadere una frase: i suoi associati, i grandi organizzatori, rappresentano “circa il 70% del mercato”.
Vuol dire che un solo tipo di operatore, quello dei grandi eventi da stadio, da solo fa quasi sette decimi del giro d’affari. Tutto il resto, i club, i circoli, i piccoli festival, i locali dove suonano gli emergenti, si spartisce quel che avanza. Il record di Tor Vergata, la corsa Ultimo contro Vasco, sono la punta luminosa di quella montagna. Bellissima. Ma è la punta, non la montagna.
E i numeri lo dicono meglio di me. Sempre dai dati SIAE del 2025, ripresi da Rolling Stone, i concerti nei luoghi capaci di ospitare 30.000 persone e più (stadi, autodromi, ippodromi, spianate) sono stati appena lo 0,4% di tutti gli spettacoli musicali in Italia. Eppure lì si è concentrato il 20,3% del pubblico e il 35,6% della spesa. Meno di mezzo evento su cento si prende oltre un terzo dei soldi. Tutto il restante 99,6% degli spettacoli si divide ciò che rimane.
Guarda che spettacolo Tor Vergata, mentre il piccolo club va a fuoco
Dopo Tor Vergata si è formata una fila ordinata di complimenti istituzionali. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “Uno dei più talentuosi cantautori italiani ha fatto la storia della musica. Bravo Ultimo”. Il ministro del Turismo Mazzi, il sindaco Gualtieri con la sua “forza del modello Roma”, il vicepresidente della Camera Rampelli, assessori, presidenti di municipio. Tutti a celebrare l’evento, i numeri, la macchina organizzativa. La stessa macchina che, intanto, sui social veniva contestata da migliaia di persone al Comune di Roma, tra mezzi in tilt, sicurezza al limite e montagne di rifiuti lasciate a terra: ma quella parte lì, nella fotografia che si sceglie di scattare, non ci finisce mai.
Mi torna in mente Cersei, in Game of Thrones, che se ne sta in cima al suo castello e guarda la città prendere fuoco sotto di lei, sorseggiando un bicchiere di vino, godendosi il suo momento di successo mentre tutto il resto brucia. Ecco, il potere a volte è esattamente questa immagine: il proprio trionfo in mano, lo sguardo dall’alto, e sotto un incendio che si sceglie di non vedere.
Applaudire il vincitore è facile. È gratis, porta consenso, non costa nulla. Ma nessuno di loro, in quei giorni, ha speso una parola su cosa lo Stato faccia, o non faccia, per quella parte di musica dal vivo che non riempie gli stadi. Nessun accenno ai locali che chiudono, ai contributi che non arrivano, agli emergenti a cui, per salire su un palco, si chiede ancora oggi “quante persone porti?”. Anzi, spesso li si fa suonare come se si stesse loro facendo un favore. Non tutti, sia chiaro. Ma quelli pagati davvero, quelli che possono dire che la musica per loro è un lavoro, sono pochissimi. Ex talent compresi, per dire.
Mentre Ultimo e Vasco fanno mezzo milione, gli altri fanno 100 euro a serata
Numeri impietosi, da qualunque parte li guardi. Solo che chi dovrebbe guardarli non lo fa, nemmeno se glieli metti davanti. Il cachet di un emergente per una serata in un club, secondo le tariffe raccolte da Doc Servizi, sta tra i 100 e i 150 euro. Quando gli va bene, e quando non gli chiedono di suonare gratis in cambio di “visibilità”. Sull’altro versante, chi ha una multinazionale alle spalle vede il proprio compenso decollare. Lo ha spiegato Francesco Barbaro di OTR Live, agenzia che segue tra gli altri Carmen Consoli e Max Gazzè, in un’intervista a Rolling Stone: un artista che sul mercato vale tra i 15 e i 18mila euro a concerto, quando ci scommette una major può arrivare a 40 o 45mila, una cifra che i promoter locali non recupereranno mai con la vendita dei biglietti. “È un mercato drogato”, dice Barbaro. Una bolla che schiaccia chi sta in mezzo e taglia fuori chi sta in fondo.
E poi ci sono i luoghi, ed è la ferita che fa più male. Perché chi ama la musica la vede da vicino, con i suoi occhi, sulla sua pelle. Solo a Milano, la città che dovrebbe essere il cuore dell’industria musicale italiana, negli ultimi anni se ne sono andati l’Ohibò, chiuso nel 2020 quando il Covid ha piegato un circolo che non aveva le spalle per rialzarsi, il Plastic, storico tempio della notte, e il Memo Music Club. In queste settimane tocca allo Spirit de Milan, sfrattato perché la proprietà dello stabile ha deciso di vendere: al suo posto, con ogni probabilità, l’ennesima operazione immobiliare. È di nuovo la storia dei grattacieli che brillano e delle case popolari spinte via. Nessuno dei politici che ha applaudito Tor Vergata ha speso e spende una parola su questo.
Ultimo il suo nome se l’è scelto apposta, dalla parte degli ultimi per sentirsi primo. E allora una domanda è lecita: chi si occupa davvero di quegli ultimi? Lui, a onor del vero, qualche segno concreto l’ha dato, come le prove aperte alle persone con disabilità prima del concerto. Ma un artista non può, e non deve, sostituirsi a chi quel compito ce l’ha per mandato. Gli applausi delle istituzioni, il miliardo dei grandi organizzatori, agli ultimi veri, quelli che suonano gratis il martedì sera davanti ad altri musicisti, non arrivano. Non li sfiorano nemmeno.
Il pieno di uno non è il pieno di tutti
Sconocchia, lo stesso del 70%, dopo Tor Vergata ha commentato il concerto di Ultimo come “simbolo della forza della musica dal vivo italiana”. Ecco lo scambio: il record di un singolo gigante diventa la prova di salute dell’intero settore. Come se dal pieno di uno si potesse dedurre il pieno di tutti.
Non ho scritto tutto questo per togliere qualcosa a Ultimo o a Vasco. Sono due che la loro montagna se la sono scalata davvero. Forse parlare di loro, di questa gara amichevole o meno, serve proprio a canalizzare meglio l’attenzione di chi legge. E allora la uso, questa gara, perché questo silenzio fa un grande frastuono, per chi lo vuole sentire.
Della corsa dei numeri, in fondo, mi interessa poco chi ce l’ha più grosso. Mi interessa chi resta fuori dalla foto: chi ancora arranca e striscia sui gradini, mentre in cima si brinda. Di questo, e di come funziona la musica dal basso, continuo a scrivere sulla newsletter. Se vi va, leggetela.
Massimiliano Longo











