Fabrizio Moro a Milano: le canzoni, la politica e il coraggio di essere coerenti
Trenta brani al Fabrique e un intervento non previsto sulla coerenza tra parole e azioni.

Fabrizio Moro torna a Milano con il Non ho paura di niente Live 2026 e porta al Fabrique un concerto di quasi due ore, tra canzoni che attraversano la sua carriera, momenti acustici e due interventi parlati che finiscono per raccontare molto dell’artista. Il primo riguarda la politica e la coerenza tra parole e azioni. Il secondo, poco prima dei bis, il rapporto con il pubblico e la forza che continua a trovare nella musica.
Il concerto si sviluppa attraverso una scaletta di 30 brani, con un inizio energico che riesce progressivamente a coinvolgere anche il pubblico. È sulle note di Alessandra sarà sempre più bella che il Fabrique si scalda e comincia a ballare.
Fabrizio Moro a Milano: le canzoni e il ritorno alle origini
La scaletta parte da Un pezzettino e attraversa brani come Simone spaccia, Figli di nessuno, L’eternità e Non mi avete fatto niente. Non è soltanto una successione di singoli conosciuti.
Prima di Melodia di giugno, Moro racconta quanto sia diventato complicato scegliere cosa cantare dopo tanti anni di carriera. Si considera un cantautore della vecchia scuola: nei suoi dischi, spiega, non inserisce canzoni riempitive. Ogni brano appartiene a un momento preciso della sua vita e del suo percorso musicale.
È una spiegazione che aiuta a leggere la scaletta. Accanto ai pezzi che il pubblico aspetta ci sono canzoni che Moro continua a portare sul palco perché hanno conservato un significato personale, anche quando non sono state quelle di maggior successo.
La parte unplugged cambia il passo della serata. Prima di 21 anni chiede un goccio di vino e di abbassare le luci. Il palco rimane al buio. Durante Il senso di ogni cosa l’illuminazione torna gradualmente, mentre per Eppure mi hai cambiato la vita le luci passano dal verde all’azzurro. Sei tu è accompagnata dal rosso.
È anche la parte del concerto in cui la distanza tra chi canta e chi ascolta sembra ridursi. Durante una pausa musicale di Eppure mi hai cambiato la vita, qualcuno dal pubblico urla «Eppure…», infilando la parola proprio nel silenzio lasciato dagli strumenti.
Il discorso di Fabrizio Moro sulla politica: «Sono i fatti che portano avanti la storia»
A un certo punto Moro si scusa perché, tra una canzone e l’altra, parla poco. Preferisce utilizzare il tempo per suonare più brani possibile. Poi scherza: «O volete che parliamo di politica?».
Dal pubblico qualcuno grida Barabba, la sua canzone satirica sui privilegi della politica e dei potenti. Moro risponde provocatoriamente che oggi non potrebbe più cantarla perché verrebbe censurata. La battuta apre la strada a un intervento sulla politica, sulle contraddizioni degli artisti e sulla distanza tra le dichiarazioni pubbliche e le azioni concrete.
Moro parla della facilità con cui si possono condannare i nazisti, i governi guerrafondai e figure politiche come Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Ma il punto del suo ragionamento non è stabilire da quale parte sia più semplice schierarsi. È chiedersi cosa succeda dopo aver preso posizione.
Riconosce il valore dei giovani che scendono in piazza per difendere le proprie idee: persone che non si limitano a esprimere un’opinione, ma scelgono di manifestarla attraverso un’azione concreta. Il suo discorso riguarda la partecipazione e la coerenza delle convinzioni, non gli episodi di violenza verificatisi durante alcune proteste.
Il ragionamento si sposta poi sugli artisti. Moro osserva quanto sia facile utilizzare il palco per dichiarazioni politiche, soprattutto quando si vive in una condizione privilegiata. Cita anche se stesso: ha una bella casa e una bella macchina. Non nasconde quindi le contraddizioni che possono esistere tra ciò che si sostiene pubblicamente e il modo in cui si vive.
Porta l’esempio di Spotify, facendo riferimento agli investimenti del suo CEO nel settore delle tecnologie militari e dell’intelligenza artificiale. Molti artisti criticano quelle scelte, osserva, ma continuano a distribuire la propria musica sulla piattaforma. Se la protesta deve avere un peso, secondo Moro, bisogna essere disposti anche a rinunciare a qualcosa.
Racconta allora la propria esperienza: ha tenuto l’ultimo album fuori dalle piattaforme digitali nelle prime due settimane dalla pubblicazione, proprio quelle potenzialmente più redditizie. Successivamente ha dovuto renderlo disponibile per ragioni economiche, perché la musica è il suo lavoro.
Non si presenta quindi come qualcuno che ha risolto ogni contraddizione. Al contrario, riconosce quanto sia difficile mantenere una scelta fino alle sue conseguenze pratiche. Il concetto che vuole lasciare è netto: «Sono sempre i fatti che portano avanti la storia, non sono le parole».
Alla fine si scusa con il maestro per aver interrotto la ripartenza musicale. Gli piacerebbe approfondire il discorso in un’altra sede, dice, ma quella sera ci sono persone che hanno pagato un biglietto per ascoltare le canzoni.
Da “Pensa” a “Portami via”: le canzoni e i ricordi di chi ascolta
Quando arriva Pensa, per me il concerto compie un salto indietro di oltre trent’anni. Torno al 1992, alle stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e alla paura che quegli eventi provocarono nel sedicenne che ero. La canzone sarebbe arrivata soltanto nel 2007, quindici anni dopo.
Poco dopo, Portami via diventa la colonna sonora di un’altra storia, molto più leggera. La coppia accanto a me comincia a baciarsi appassionatamente. È un piccolo frammento di romanticismo che si consuma mentre, tutt’intorno, centinaia di persone ascoltano la stessa canzone a modo loro.
Fabrizio Moro e la forza del pubblico: il discorso prima dei bis
Prima di Parole rumori e giorni, Moro torna a parlare. Questa volta non di politica, ma di sé.
Racconta di essere reduce da una bronchite e di aver terminato gli antibiotici soltanto due giorni prima. Si sente ancora debole, fisicamente e spiritualmente. Eppure, quando incontra il pubblico, avverte un’energia che gli sembra capace di fargli superare qualsiasi cosa.
Parla anche della paternità. Prima della nascita del figlio, racconta, soffriva di ipocondria e aveva paura di morire. Diventare padre ha cambiato il suo rapporto con quella paura, dandogli una forza che descrive come la capacità di resistere a tutto.
È il contatto diretto con le persone, soprattutto in un locale dove può guardarle da vicino, a riportarlo alle ragioni per cui ha iniziato a scrivere canzoni. Vede volti che lo accompagnano dagli inizi, ragazzi che conoscono i testi e persone di età diverse. Ringrazia tutti, spiegando che lascerà Milano con il cuore pieno dell’amore ricevuto.
Poco dopo le 23 termina la parte principale dello spettacolo. Una parte del pubblico comincia ad avviarsi verso l’uscita, mentre altri spettatori cantano «Se non canti l’ultima, noi non ce ne andiamo» per richiamare Fabrizio sul palco.
Il concerto si chiude con i bis: Non ho paura di niente, Tutto quello che volevi e Pace.
Resta soprattutto il contrasto tra i due interventi della serata. Prima Moro chiede che alle parole seguano i fatti. Poi racconta quanto il pubblico riesca a restituirgli, attraverso la presenza, il canto e l’affetto, qualcosa che nessuna dichiarazione potrebbe sostituire.
Per le prossime date e la scaletta completa dei concerti, consulta il nostro speciale sul tour 2026 di Fabrizio Moro.
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