2 giugno 2026, Festa della Repubblica: le canzoni sull’Italia che raccontano il nostro Paese amato, criticato, a volte rimpianto, tra sogni e disillusioni.
Abbiamo ripercorso i brani italiani che, nel corso dei decenni, hanno provato a raccontare il nostro Paese, dai padri della canzone d’autore fino al rap e all’indie di oggi. Un riascolto che ha coinvolto tante canzoni (ma ne abbiamo scelte solo alcune) e ci ha fatto saltare all’occhio una cosa: il nostro Paese è stato raramente cantato come patria, in modo orgoglioso, e molto più spesso con ironia, rimprovero e malinconia.
L’inno di Mameli resta un’eccezione istituzionale, ma il resto è cambiato molto col tempo: dal disincanto degli anni Settanta all’orgoglio da Mondiale del 1990, fino alle domande, quasi spaesate, dei cantautori di oggi.
Festa della Repubblica, l’Italia in musica: dall’inno di Mameli ai primi ritratti
Il punto di partenza obbligato è Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro, l’inno che ogni 2 giugno torna a suonare. Ma già negli anni Sessanta la canzone d’autore aveva iniziato a raccontare un’Italia più intima e meno ufficiale, come ne Il dolce Paese di Sergio Endrigo (1968).
È negli anni Settanta che la musica italiana inizia a guardare il Paese dritto in faccia. Nessuno lo fa come Rino Gaetano. Ma il cielo è sempre più blu (1975) è un fiume di immagini che mette sullo stesso piano ricchi e poveri, vincitori e dimenticati, in un affresco corale che resta il ritratto più vivo di un’intera nazione. Tre anni dopo, con Nun te reggae più, firma un elenco-denuncia dei vizi italiani che, riletto oggi, fa quasi impressione per quanto poco sia invecchiato.
Sul finire del decennio arriva quella che resta forse la più bella dichiarazione d’amore mai dedicata al Paese. Viva l’Italia di Francesco De Gregori (1979) mostra amore per l’Italia senza nasconderne le ferite: “l’Italia metà giardino e metà galera“, scrive il principe dei cantautori. Della stessa stagione di impegno è La locomotiva di Francesco Guccini, l’Italia ribelle e operaia da cantare a squarciagola.
Gli anni Ottanta e Novanta: tra orgoglio e disincanto
Gli anni Ottanta portano l’Italia anche fuori dai confini nazionali con L’italiano di Toto Cutugno (1983), una delle canzoni italiane più conosciute al mondo. Accanto all’orgoglio, però, resta il disincanto: da Una notte in Italia di Ivano Fossati (1986) a Dolce Italia di Eugenio Finardi (1987), da Ok Italia di Edoardo Bennato (1987) fino a Italia di Mino Reitano (1988). Tutte raccontano, a modo loro, un Paese che troppo spesso promette ma non mantiene.
Il 1990, l’anno dei Mondiali in casa, segna il picco dell’orgoglio nazionale. Nelle radio risuona Un’estate italiana di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, ma l’anno dopo arriva Franco Battiato a firmare la stroncatura più netta di sempre. Povera patria (1991) non usa mezzi termini: “Povera patria, schiacciata dagli abusi del potere, di gente infame che non sa cos’è il pudore“. È un brano che, a oltre trent’anni di distanza, viene ancora citato a ogni stagione politica.
Chiudono il decennio In Italia si può dei Pooh (1992), Italia d’oro di Pierangelo Bertoli (1992), In nome del popolo italiano di Edoardo Bennato (1994), Inno nazionale di Luca Carboni (1995) e La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese (1996).
Dal Duemila a oggi: il Paese delle nuove generazioni
Nel nuovo secolo lo sguardo si fa più intimo e disilluso. Buonanotte all’Italia di Ligabue (2002) descrive un’Italia “difficile da svegliare”, amata e rimproverata nello stesso respiro. Giorgio Gaber, poco prima di morire, lascia il suo testamento sull’argomento con Io non mi sento italiano (2003), bilancio amaro e ironico di un’identità complicata che si chiude, però, con un “ma forse sì”.
Poi arriva il rap, che il Paese lo racconta dalla parte di chi si sente ai margini. In Italia di Fabri Fibra (2008) si concentra sulle ipocrisie e le paure nazionali con una freddezza che fece discutere e che tornò a farsi ascoltare, con Emma, nel 2024.
L’Italia di Piero di Simone Cristicchi (2007) racconta invece il Paese attraverso lo sguardo di un italiano qualunque, qualcosa che gli Articolo 31 avevano fatto a modo loro con Italiano medio (2004). Tra le più recenti troviamo Dov’è l’Italia di Motta (2019), che dà voce a una generazione ancora alla ricerca del proprio Paese.
No, non ce la siamo dimenticati…
Tra gli episodi meno felici che si ricordino, della storia di Sanremo ma anche della musica italiana, c’è Italia amore mio di Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici (2010). Una canzone che, anziché diventare il simbolo del patriottismo, divenne quello di un Sanremo poco chiaro, con il suo secondo posto e le dichiarazioni rilasciate da Pupo negli anni successivi.
Tante canzoni e una certezza: raccontare un Paese anche quando delude è un segno di amore, magari non corrisposto o finito male, ma di sicuro non è indifferenza. Qual è la canzone che per voi dice meglio cos’è l’Italia?











