Editoriale di Massimiliano Longo: Spotify e Universal aprono ai remix AI con un accordo di regolamentazione. Tra chi grida alla fine della musica e chi parla di pura opportunità, ho voluto analizzare bene i dubbi tra quello che conosciamo e quello che al momento non ci è ancora stato svelato.
Dopo l’annuncio del maggio 2026 tra Spotify e Universal Music Group per l’introduzione di strumenti di intelligenza artificiale dedicati ai remix, ho cercato di capire meglio cosa sta succedendo. Fermo restando che lo capiremo davvero solo quando il servizio partirà e ne conosceremo i dettagli.
Credo che l’AI sia, oggi, una delle paure più grandi di questo momento storico, nella musica come in ogni altro settore. Ed è giusto che faccia discutere. Dopo aver pubblicato la notizia in forma istituzionale, il nostro contributor Alvise Salerno ne ha dato una lettura personale, dai toni molto accesi e sanguinei. Su All Music Italia ogni contributor è libero di esprimere la propria opinione a due condizioni: metterci la faccia firmando il pezzo e argomentarla. E così è stato.
Trovo però utile, per il lettore in primo luogo, aggiungere un altro punto di vista. Il mio, che sta nel mezzo: né l’entusiasmo della comunicazione aziendale di Spotify, né l’allarme dell’apocalisse imminente. Un tentativo di leggere quello che davvero sappiamo, senza i due filtri.
Cosa dice davvero l’accordo di Spotify e Universal
Partiamo dai fatti, nero su bianco dal comunicato. Spotify lancerà uno strumento – un add-on a pagamento per gli utenti Premium – che permetterà ai fan di creare cover e remix AI dei brani degli artisti “partecipanti” di Universal. Il modello, assicura la piattaforma, poggia su tre pilastri: consenso, credito e compenso. L’idea è che il remix generi “nuovi flussi di entrate” condivisi con artisti e autori originali. E soprattutto, come specifica anche il comunicato, che i brani siano remixabili solo se artisti e autori autorizzano l’uso delle proprie opere.
Va detta una cosa che spesso si dimentica: oggi chiunque può già usare strumenti come Suno o Udio per prendere la voce di un artista, stravolgerne un brano e farlo girare su TikTok o YouTube. Quei remix possono sfuggire ai sistemi di riconoscimento, non venire identificati come derivati e quindi non generare un centesimo per l’artista. Portare questa pratica dentro Spotify, sotto un accordo di licenza, è il tentativo di monetizzare un comportamento già in atto. Da questo punto di vista l’accordo non “uccide” la musica: prova ad arginare un’emorragia. Guadagnandoci sopra, certo, perché Spotify non è una onlus.
Cosa l’accordo non dice ancora e scopriremo solo al lancio
Detto questo, le preoccupazioni che girano non sono affatto infondate. Il problema è che per ora abbiamo una scatola con un bel nome di cui non conosciamo il contenuto esatto. E da comunicatore mi permetto di dirlo: presentare qualcosa di così divisivo senza darne tutti i dettagli è un errore. Non è malfidenza: chi lavora nella discografia da anni sa che il diavolo si nasconde nei dettagli contrattuali. Ecco i tre punti che aspetto di capire meglio.
1. Il nodo del consenso. Il comunicato parla di “artisti partecipanti”. Ma chi decide chi partecipa? Un artista indipendente, padrone dei propri master, ha l’ultima parola. Per chi è sotto contratto con una major la questione è più complessa. Il consenso verrà chiesto brano per brano? Sarà una clausola di opt-in o, peggio, di opt-out nei rinnovi futuri? Per chi non mastica questi termini: opt-in vuol dire che l’artista deve dare un consenso esplicito per partecipare; opt-out che viene incluso in automatico e deve attivarsi per uscirne. La differenza, in termini di potere contrattuale, è enorme. Il rischio che la “partecipazione” diventi un passaggio di fatto obbligato per chi firma con una major è un tema reale che merita risposte.
2. La trasparenza economica. Come si dividono questi “nuovi flussi”? Quanto trattiene Spotify, quanto incassa Universal, quanto arriva davvero all’artista? Senza numeri è impossibile dire se sia un’opportunità per i creatori o solo un nuovo modo, per piattaforme ed etichette, di monetizzare il catalogo esistente a costo quasi zero.
3. L’impatto su qualità e classifiche. Cosa succede se il remix di un utente anonimo inizia a macinare milioni di stream? Quegli ascolti si sommano all’originale? Entrano in classifica? Il rischio è che si crei un ulteriore incentivo alla viralità a scapito del lavoro autoriale. E, diciamolo, tra major, talent e TikTok su quel fronte non è che partiamo messi benissimo.
Nessuna apocalisse, ma la chiarezza è necessaria
Non credo che la musica sia morta in un giorno preciso. È sopravvissuta – non senza ossa rotte – al CD, a Napster, alla pirateria, allo streaming gratuito: sopravvivrà probabilmente anche ai remix generati dall’AI. L’innovazione tecnologica non si ferma, ma si può e si deve governare. Possibilmente senza lasciare alle aziende tutto il potere e tutta la responsabilità di farlo. Perché aziende sono, e restano.
Spotify e Universal Music stanno costruendo un recinto legale attorno a un fenomeno che altrimenti esploderebbe fuori controllo. È un’operazione legittima sul piano del business. Ma per essere davvero “artist-centric”, come recita il comunicato, servono trasparenza sui contratti, chiarezza sulle percentuali e un reale potere di veto in mano agli artisti, a prescindere dalla grandezza dell’etichetta e dai diritti che hanno ceduto.
E qui c’è un punto che va oltre questo singolo accordo. Spotify è una multinazionale, e come tale attira diffidenza: a volte a torto, spesso a ragione. Ma la frattura più seria è con gli artisti emergenti, quelli che la piattaforma la vivono come un’isola riservata a chi è già arrivato, dove gli stream non ripagano il lavoro e le regole sembrano scritte per chi sta già in cima. E le loro paure io le capisco perché rischiano di diventare ancora più isolati se le solite hit generano a loro volta decine di “nuove versioni”.
È proprio lì che Spotify avrebbe di più da guadagnare, scegliendo di comunicare davvero, oltre il comunicato stampa. Perché lo stesso difetto che le contesto su questo accordo – annunciare molto e spiegare poco – è quello che alimenta la diffidenza di chi nella musica prova a entrarci. Parlare chiaro, con loro, non sarebbe un’operazione di marketing: sarebbe il primo passo per non restare, agli occhi di troppi, soltanto una cassa.
Noi di All Music Italia continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: dare le notizie, ospitare le opinioni – anche quelle più accese – e fare domande scomode. Perché il confronto non si costruisce nascondendo i dubbi, né i sospetti, ma portandoli alla luce.
Massimiliano Longo
Disclaimer: su All Music Italia tutte le copertine degli articoli che trattano il tema dell’Intelligenza Artificiale sono volutamente realizzate con l’AI.











