29 Maggio 2026
Condividi su:
29 Maggio 2026

FIMI ha confermato che classifiche e certificazioni sono sbagliate?

il post FIMI su Instagram contro le streaming farm arriva con anni di ritardo e solleva domande urgenti sulle classifiche e certificazioni.

Disco d'oro FIMI frantumato con crepe rosse, illustrazione editoriale di All Music Italia sulle streaming farm e le classifiche discografiche
Condividi su:

Nelle scorse ore la FIMI, Federazione Industria Musicale Italiana, ha pubblicato un post che mette l’accento su quella tremenda pratica, ormai in voga da anni, degli stream gonfiati, delle streaming farm e di tutto questo mondo tossico legato all’industria musicale.

Questo post della Federazione è arrivato su Instagram il 27 maggio 2026, molto in ritardo rispetto a tutte le ricerche, indagini e scoperte fatte in Italia, nel resto d’Europa e del mondo. Chi vi scrive ha approfondito il tema decine di volte online e sui social, e il sito dal quale state leggendo queste righe, All Music Italia, affronta il tema da molto più tempo.

Ne ha parlato chiunque, da Francesco Bonalume del noto canale di divulgazione tecnica musicale Reaperiani a tutti gli altri addetti ai lavori, nessuno escluso. La FIMI, invece, sembrava non saperne nulla fino a oggi, fino a questo post.

Il post della FIMI arriva (molto) in ritardo

Sembra davvero paradossale, kafkiano, che la società che dovrebbe occuparsi di tenere monitorata la situazione decida solo adesso di parlare pubblicamente di questa cosa. Dunque la prima domanda da porre è: da quanto tempo sapete di questa situazione? Da quanto tempo sapete che esiste questo disastro digitale e perché non ne avete mai parlato prima?

Battiamo ancora sulle tempistiche perché sono fondamentali per capire l’aspetto, forse, più importante di tutti e che avete letto anche nel titolo. Ipotizzando che la FIMI se ne sia resa conto adesso (buongiorno) che le streaming farm, e non solo quelle ma facciamo un passo alla volta, sono il male, allora fino a ieri le classifiche e le certificazioni che sono state pubblicate sono basate su che tipo di dati?

Le classifiche Fimi fino a oggi su che dati sono basate?

Sono classifiche e certificazioni reali basate su numeri verificati, controllati, oppure il tema devastante delle farm fino a ieri non esisteva?

Se la FIMI confermasse, dandone ovviamente dettagli pratici che il pubblico può capire, che le verifiche sono sempre state fatte (con esempi concreti, nomi e cognomi), allora il problema non si porrebbe e l’unica cosa da spiegare sarebbe solo come mai questo post sia arrivato soltanto adesso e soltanto dopo post e articoli che sono andati virali e che, evidentemente, non potevano più essere ignorati dai vertici dell’industria.

Se, invece, la FIMI non confermasse, si creerebbe un problema non da poco per tutti, dalla discografia fino all’ultimo dei fan che ha sempre condiviso sornione i risultati del proprio o della propria idol. Tutti sarebbero nel mirino perché questa storia riguarda la discografia in toto, le verifiche dovrebbero essere fatte a tappeto partendo dal primo giorno in cui è stato deciso che Spotify dovesse rientrare nei calcoli e, a catena, tutte le altre piattaforme.

“Eh ma è complicato, sono migliaia di nomi sparsi in tanto tempo”. Eh lo sappiamo, ma mica abbiamo deciso noi che le piattaforme streaming dovessero comandare a tappeto sul destino di tutta la musica mondiale.

Il calcolo degli streaming va rifatto: a clic per utente, non per stream totali

Altra cosa altrettanto importante per lo sviluppo meritocratico e trasparente del settore è il cambiamento delle classifiche rispetto a quelle attualmente disponibili, al netto di questo problema.

Se adesso, finalmente, è arrivato il principe azzurro in sella al suo cavallo bianco a svegliarci dal lungo sonno, possiamo finalmente smetterla di dare allo streaming questo ampio margine di errore e falsità, calcolando i clic per singolo utente e non la quota totale del numero degli streams?

È una roba più semplice di quel che possa sembrare, la spieghiamo “for dummies”: io, utente Spotify, ascolto un album 10 volte. Tu, FIMI, calcoli l’ascolto x10 al momento, ma a te chi lo dice che io abbia ascoltato davvero e che non abbia usato delle farm?

A questo punto, logica sensata e basica vuole, il calcolo d’ascolto va fatto solo per una volta a utente, non per dieci. In questo modo avvicini la logica dello streaming a quella del formato fisico, dando reale valore anche a chi decide di non avere Spotify per scelta e di supportare davvero il proprio artista preferito.

I numeri si abbassano per tutti ma amen, non è il momento storico per pensare ai numeri. Qui bisogna radere al suolo e rifondare, perché così come stiamo messi non si va da nessuna parte.

Hai voglia a fare post per far vedere che i dati economici sono stupendi se poi i soldi dei guadagni finiscono nelle mani del 2% dei cantanti/rapper e l’altro 98% fa la fame, ma quella vera.

La Classifica Singoli e quel calderone senza senso

Altra cosa meritocratica è l’ampliamento delle classifiche che chiediamo pubblicamente da svariato tempo e che, anche in questo caso, al momento risulta davvero senza senso. Nella parte dedicata agli album esistono due classifiche distinte, una onnicomprensiva e una legata solo al formato fisico.

Nella classifica singoli, invece, viene fatto un calderone che sembra quello delle storie delle streghe del medioevo, con tutto dentro e tanto casino.

Qui parlo non solo da addetto ai lavori ma, soprattutto, da conduttore radiofonico: i singoli vengono scelti appositamente come focus di un intero progetto, viene fatta una comunicazione altrettanto specifica, impostata una radio date e creato tutto un circuito che porta allo sviluppo della carriera in ottica di pubblicazione di un eventuale album.

Ora, perché se una classifica si chiama “Classifica Singoli”, all’interno della classifica ci sono le canzoni che NON sono dei singoli? Non credo ci vogliano due lauree e quattro master per capire che, se il calcolo viene fatto sulla base di Spotify (piattaforma rinomata per avere un target estremamente giovane e legato a due generi specifici, pop e rap), è ovvio, lapalissiano, che le canzoni nella classifica singoli saranno sempre e solo quelle dei big in hype del momento e tutti gli altri, invece, praticamente non esistono.

Sappiamo per certo che alcune carriere hanno preso una piega diversa proprio grazie a un singolo e alla comunicazione fatta su quello stesso brano. Se un artista non in hype ma talentuoso pubblica un singolo ed entra, esempio, alla posizione 100, è ovvio che il suo ufficio stampa può parlarne e fare comunicazioni al riguardo.

Tornando alla ripartizione da proporre, la storia è semplice: alla classifica singoli si può affiancare una classifica generale. Nella Singoli ci sono solo i singoli, nella generale si mantiene tutto per com’è adesso ma, almeno, avremmo una classifica che premierebbe anche altri nomi, magari sconosciuti, e non solo quelli che piacciono all’algoritmo di Spotify o quelli che pubblicano album da 20 canzoni e che succhiano linfa vitale al resto dei colleghi senza la minima ragione.

E succede ogni settimana ormai.

Verifiche settimanali e volontà di cambiare

Ovvio, i calcoli dovrebbero essere fatti sulla base di quanto detto sopra, quindi a singolo clic per IP. Sarebbe meritocratico, reale, più aperto per tutti e si eviterebbe in parte il problema delle streaming farm.

È chiaro che il disagio non lo puoi eliminare del tutto ma, almeno, lo contieni con verifiche interne settimanali, dimostrando anche che l’industria abbia voglia di migliorare artisticamente e non solo di puntare ai guadagni economici.

Se l’uomo è in grado di andare sulla luna o di mandare sonde su Marte, evidentemente possiamo essere in grado tutti insieme di rendere questa industria un posto migliore per tutti con poche e semplici innovazioni.