23 Maggio 2026
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23 Maggio 2026

La musica è morta ufficialmente il 21 maggio 2026. A darne notizia Spotify e UMG

L’accordo consentirà agli utenti Premium di creare cover e remix AI da brani autorizzati. Il punto critico resta il controllo sulle opere.

Illustrazione in stile fumetto con lapidi, cuffie e smartphone per l’accordo Spotify Universal sui remix AI
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La musica per come la intendiamo noi, quel costrutto di idee, emozioni, genialità, è stata asfaltata definitivamente dall’accordo siglato il 21 maggio 2026 – è importante specificare la data, che resti negli annali per i posteri – da Spotify e Universal Music Group, in cui si consente agli utenti Premium di poter creare canzoni con l’intelligenza artificiale basandosi su brani reali.

Adesso spieghiamo meglio ma, per regalarvi un’immagine ancora più specifica di ciò che sta succedendo, vi facciamo questo semplice esempio: immaginate ettari su ettari di terreno incontaminato, pieno di verde, animali, piante e biodiversità, acquistato da un ricco magnate che sceglie di radere tutto al suolo e costruirci un centro commerciale pieno di fast food, fast shopping e altre amenità di questo genere.

Ecco, questo è il perfetto esempio da fare perché, se parliamo di questo accordo, Spotify e UMG hanno fatto proprio questo: prendere la purezza dell’arte, della musica, e trasformarla in soldi senza un minimo di etica e remore.

Spotify e Universal aprono ai remix con l’intelligenza artificiale

È di oggi la notizia che è stato siglato l’accordo che prevede una delle cose più aberranti che la storia della musica ci abbia regalato, vale a dire l’apertura a tutti gli utenti Premium della piattaforma di streaming della possibilità di creare le proprie cover o i propri remix sulla base di brani già pubblicati in precedenza da artisti noti.

Magari vi starete chiedendo cosa ci sia di male. Ci arriviamo subito, perché è giusto arrivare al nocciolo della questione.

C’è un aspetto importante del settore della musica che non tutti conoscono, specialmente chi vede questo mondo come sottofondo e basta: quello contrattuale sulle singole canzoni. Gli artisti, molto spesso, cedono alle case discografiche le proprietà dei singoli brani che, a quel punto, non appartengono più a chi li ha creati, bensì a chi li ha comprati.

Questo vuol dire che, nel caso specifico, i brani degli artisti Universal partecipanti potranno essere presi e remixati a piacimento dalla gente comune, inclusa la cosiddetta casalinga di Voghera che di musica non capisce neanche una virgola.

Il problema dei master ceduti dagli artisti

In pratica, gli artisti che hanno fatto il grande errore di cedere le loro proprietà dovranno accollarsi silenziosamente il fatto di vedere le proprie opere stuprate dal signor Peppino di 70 anni, dalla signora Carmelina di 65 anni, in nome del divertimento. Ma questo, ancora ancora, possiamo accettarlo perché potrebbe far parte del gioco.

Il problema è che questo non è solo un gioco: è un giro d’affari che potrebbe valere miliardi ed è qui la gabola principale.

Le canzoni create dagli utenti non produrrebbero guadagni per chi le crea, ma per chi ne ha la proprietà. Dunque Universal prenderebbe miliardi su miliardi da un lavoro fatto dalla gente comune senza muovere un muscolo.

E gli artisti che possiedono ancora i loro brani?

E tutti gli artisti che, invece, sono ancora proprietari dei loro brani?“. Qui lo schema è diverso, ma sempre di soldi e non di arte dobbiamo parlare. Universal farà firmare – ammesso che non lo abbia già fatto in fase contrattuale, soprattutto con le new entry – un documento in cui chiede il permesso per la concessione dei brani a tutti gli artisti di questo gruppone, specificando che, se firmano, i loro brani entreranno nel listone degli “stuprabili”.

Cosa viene riconosciuto agli artisti? Perché dovrebbero accettare? Perché Universal garantirebbe loro una fee, una percentuale, dunque soldi che, comunque, sarebbero sempre una minima parte rispetto a quella che prenderebbe la discografica.

Vabbè, ma se gli artisti prendono soldi allora tutto ok“. Eh no, qui subentrano due problemi giganteschi: qualitativo e quantitativo, che poi si mescolano fra loro.

Il rischio qualità: la signora Carmelina può superare l’artista

Al momento non è dato sapere, ma è facile ipotizzare, cosa succederà con questi nuovi brani generati con l’AI dagli utenti. Ipotizziamo che la signora Carmelina crei un remix totalmente a caso, mentre lava i piatti, o una cover, e questa cover per motivi del tutto ignoti acquisisca stream su stream fino a raggiungere un numero sufficiente per entrare in classifica.

Tu, artista che hai ceduto la tua canzone all’etichetta e che vede la signora Carmelina superarti in classifica, è facile che dalla prossima canzone in poi rifletta sul senso di metterci impegno in un brano e inizi ad abbassare sempre di più la qualità.

La signora Carmelina, che della musica non se ne fa niente se non mettere Claudio Villa in sottofondo mentre svuota la lavatrice durante la sua lieta pensione sopraggiunta, non ha neanche interesse ad avere canzoni di qualità. Le basta la quantità.

Gli artisti, che capiscono di poter guadagnare sempre di più caricando canzoni a nastro e sempre più di bassa qualità, si arrendono all’evidenza e accettano sempre più soldi a discapito dell’arte.

Gli utenti fanno il lavoro sporco senza saperlo

Altro fattore fondamentale: la signora Carmelina non riceve neanche un centesimo dalla sua eventuale canzone virale e/o in classifica, perché lei è un’utente e ha fatto il “lavoro sporco” in nome e per conto della discografica senza neanche saperlo.

Per lei è una roba che ha trovato sullo smartphone e che le ha insegnato la nipote per smanettare mentre guarda La Vita In Diretta o Domenica In. E gli artisti, nel frattempo, se non hanno la proprietà dei brani restano con il cerino in mano mentre, se ce l’hanno ancora, abbassano la qualità perché tanto non conviene perdere tempo se poi il risultato è che nonna Carmelina crea un remix tra The Dark Side Of The Moon e Danza Kuduro pensando che sia la stessa cosa di giocare a Fruit Ninja o alle parole crociate.

Il 21 maggio 2026 la musica ha perso un altro pezzo

La musica, oggi 21 maggio 2026, è ufficialmente morta e a decretarne la scomparsa sono Spotify e Universal Music Group, con la complicità di milioni di utenti Premium che li faranno guadagnare senza mai aprire bocca perché, tanto, per loro la musica è sottofondo e, in quanto tale, non utile e importante né per loro né per tutti gli altri.

Sia chiara una cosa: che nessuno si lamenti se non esistono più belle canzoni, perché la colpa è solo vostra. Il potere di fare e disfare non se lo sono presi per caso, qualcuno gliel’ha concesso e quel qualcuno sono gli utenti finali.

Volete la musica di sottofondo? Bene, eccola. Ma non lamentatevi mai più se questa musica di sottofondo sarà il vostro amato Claudio Villa, Pavarotti o Lucio Dalla con sotto la base di Young Signorino o di Asereje delle Las Ketchup.