Leon Faun FASE REM recensione dell’album a cura di Anna Ida Cortese
«Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.» W.Shakespeare
Leon Faun torna con FASE REM, nuovo album pubblicato da Walkin’ Records con distribuzione The Orchard, anticipato da Polvere da sparo, Buia melodia e Mon amour.
Attraversando FASE REM ho avuto la sensazione di entrare in una stanza illuminata male. Non buio pieno, non giorno. Piuttosto quel momento strano in cui ti svegli ma non sei ancora sicura di essere uscita dal sogno.
È un disco che vive tutto in quella soglia: tra incubo e risveglio, tra lucidità e confusione, tra voglia di sparire e bisogno quasi fisico di dire “sono ancora qui”.
Il ritorno di Leon Faun non suona come una rinascita ordinata. Somiglia di più a qualcuno che si guarda allo specchio dopo una notte lunga, si riconosce a pezzi e decide comunque di rimettersi in piedi.
Leon Faun, un disco in cui il sogno non consola
Il titolo FASE REM potrebbe far pensare subito al sogno come fuga, come spazio immaginifico in cui rifugiarsi. Ma qui il sogno non consola quasi mai.
È una zona di passaggio. Una stanza mentale dove tornano le paure, gli amori tossici, la rabbia, le pressioni, i fantasmi dell’industria, la sensazione di essere sempre un po’ fuori posto.
Leon Faun ha costruito negli anni un immaginario riconoscibile, pieno di creature, simboli, mondi laterali, riferimenti fantasy e visioni da fiaba storta. In questo disco, però, quel mondo sembra meno rifugio e più campo di battaglia.
C’è ancora il Fauno, c’è ancora Mairon, ci sono ancora draghi, labirinti, maghi, ombre, personaggi da racconto. Ma tutto appare più sporco, più urbano, più ferito. Come se la fantasia non servisse più a scappare dalla realtà, ma a renderla sopportabile senza doverla addomesticare.
Tra amore, odio e relazioni che non salvano
Uno dei fili più forti del disco è l’amore, ma non inteso come porto sicuro. In FASE REM l’amore è spesso qualcosa che brucia, confonde, trattiene, fa perdere coordinate.
Nei testi torna continuamente una relazione che non riesce mai a essere solo relazione. Diventa specchio, colpa, dipendenza, detonatore. L’altro non è quasi mai soltanto una persona: è un luogo in cui Leon Faun proietta desiderio, rabbia, memoria e paura di crollare.
In Mon amour l’amore ha qualcosa di magnetico e respingente insieme. In Due Ore diventa una stanza dove il rumore non passa. In Scissione si trasforma in frattura vera, quasi chirurgica, con l’io che si divide tra quello che sente e quello che non riesce più a sostenere.
La cosa interessante è che il disco non prova mai a nobilitare questa tossicità. Non la rende romantica fino in fondo. La guarda, ci cade dentro, a volte la usa come carburante, ma sa anche che da lì non arriva una salvezza pulita.
Fuori dal network, dentro il rumore
L’altro grande bersaglio di FASE REM è il mondo fuori. O forse sarebbe meglio dire: il mondo intorno.
In Network, con Sick Luke, il disco apre una fenditura molto chiara: Leon Faun si sente fuori asse rispetto a un sistema fatto di accessi, pose, hype, cloni, nomi d’arte che diventano corone pesanti e un’idea di successo sempre più simile a una trappola.
Qui non c’è solo la solita critica al mercato. Sarebbe troppo semplice. Il punto è più scomodo: Leon Faun sembra chiedersi quanto di quel rumore gli sia entrato dentro. Quanto veleno, quanta competizione, quanta ansia da prestazione, quanta necessità di dimostrare qualcosa abbiano finito per deformare anche il modo di guardarsi.
In Polvere da sparo questa tensione è ancora più fisica. La scrittura sembra procedere per scatti, come se ogni immagine fosse un colpo. C’è il vuoto, c’è il guasto, c’è la fame di non farsi schiacciare, ma anche la consapevolezza di essere stato fermo, ferito, forse mutato.
Ed è lì che il disco trova una delle sue parti più vere: quando smette di difendersi solo con l’immaginario e lascia passare una fragilità più netta.
La scrittura corre, inciampa, a volte straborda
La scrittura di Leon Faun resta una delle sue caratteristiche più riconoscibili. È rap, ma non solo. È immaginario pop, fantasy, cinema, rabbia, slang, confessione, teatro interiore.
A volte funziona proprio perché non sta ferma. Le immagini arrivano una sull’altra, come se la testa non riuscisse a scegliere cosa salvare prima: un ricordo, una battuta, una visione, una ferita, un riferimento, una minaccia, una dichiarazione d’amore detta mentre tutto brucia.
Il limite, quando c’è, è lo stesso punto di forza: FASE REM ogni tanto accumula così tante immagini da rischiare di perdere il centro. Non tutti i passaggi hanno la stessa nitidezza e in alcuni momenti il flusso sembra voler dimostrare troppo.
Ma sarebbe anche ingiusto chiedere a Leon Faun un disco levigato. La sua scrittura vive di eccesso, di attrito, di parole che non vogliono mettersi in fila educate. Quando prova a ordinarsi troppo, perde qualcosa. Quando invece accetta il caos, arriva più vicino.
Il ritorno di Leon Faun è una presa di coscienza storta
La parte più riuscita di FASE REM sta proprio nel modo in cui tiene insieme il ritorno artistico e quello personale senza trasformarli in una posa da “sono rinato”.
Non c’è una luce finale che sistema tutto. C’è piuttosto una luce instabile, intermittente, che ogni tanto fa vedere meglio le crepe.
Leon Faun sembra tornare dentro il proprio immaginario non per ripeterlo, ma per capire cosa ne è rimasto dopo gli anni, le aspettative, i soldi, il mercato, l’esposizione, la paura di non sentire più nulla.
Il disco parla spesso di sogni, ma il suo centro non è sognare. È svegliarsi abbastanza da capire che alcune cose non si possono più raccontare come prima.
Ed è qui che FASE REM trova il suo senso: non chiude il cerchio, non pacifica, non dà risposte definitive. Ti lascia in quel punto scomodo tra il sonno e la veglia, quando tutto è ancora confuso, ma almeno hai capito che qualcosa si è mosso.
Forse non è ancora il risveglio.
Ma è il momento esatto in cui il buio comincia a perdere potere.
Brani migliori: Polvere da sparo, Network, Scissione, Buia melodia, Ultimi secondi, Fase rem
Voto: Sette e mezzo ✰✰✰✰✰✰✰½
Tracklist completa:
- Polvere da sparo
- Sayonara
- Mon amour
- Due Ore
- Network feat. Sick Luke
- Scissione
- Buia melodia
- Il risveglio
- Niente da Far West
- Morti d’amore
- Ultimi secondi
- Fase rem











