21 Maggio 2026
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21 Maggio 2026

Matteo Alieno racconta Stare al mondo: “Mi fa piacere aver fatto pace con una mia canzone grazie agli altri”. Intervista video

Stare al mondo: la vergogna, Londra, il bisogno di essere capito e una canzone che non voleva far uscire.

Matteo Alieno foto promozionale dell'album Stare al mondo
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Matteo Alieno intervista all’Arci Bellezza di Milano prima di salire sul palco per Stare al mondo, il disco uscito a marzo e ora portato nella sua dimensione live.

Un album che, ascoltato oggi, sembra davvero un manuale molto storto e molto umano per provare a vivere. Dentro ci sono l’amore, l’amicizia, l’ansia, la vergogna, il rapporto con i genitori, la paura di non farcela e quella sensazione molto generazionale di stare facendo qualcosa solo per dimostrare che si sta facendo qualcosa.

matteo alieno intervista

Quando gli chiediamo cosa stia succedendo al disco adesso che è fuori, la risposta parte da uno stupore:

“È il primo disco per cui mi scrivono per il disco e non magari per una canzone”.

Matteo Alieno racconta di essersi sentito, per la prima volta, ascoltato davvero nella forma lunga dell’album. Una cosa non scontata, soprattutto oggi, quando l’attenzione per un disco intero sembra quasi un lusso.

“Io voglio essere capito. Faccio musica per questo motivo. Se qualcuno mi capisce è una cosa stupenda”.

MATTEO ALIENO, STARE AL MONDO E LA VERGOGNA DI DIRSI

Tra le canzoni che più hanno cambiato significato dopo l’uscita c’è Chi vince chi vince, brano che lui, prima della pubblicazione, non voleva nemmeno far uscire.

“Mi faceva schifo. Chiamavo chi lavora con me e dicevo: ti prego, cambiamo canzone”.

Il motivo non era solo musicale. Dentro quella canzone c’era qualcosa di molto più scomodo: la paura di esporsi davvero.

“Dico delle cose imbarazzanti su di me. Per esempio faccio finta di avere sempre da fare, quando in realtà mi vergogno che magari non faccio nulla”.

Proprio quella vergogna, però, è diventata uno dei punti più riconoscibili del disco. Perché Chi vince chi vince ha iniziato a funzionare quando qualcuno, dall’altra parte, ci si è riconosciuto.

“Mi fa piacere aver fatto pace con una mia canzone grazie agli altri. La odiavo, pensavo fosse una cagata. Ora quando la suono sento che mi piace perché piace agli altri. È una cosa onesta”.

IL DISCO NATO TRA ROMA E LONDRA

Stare al mondo non nasce da canzoni rimaste nel cassetto. O almeno, non nasce da lì nella sua parte più vera.

“Venivo da un percorso in cui mi ero un po’ perso rispetto a quello che volevo fare nella vita. Tante canzoni sono nate proprio grazie a questa scintilla”.

Il disco è stato lavorato a Londra insieme a Luca Caruso, produttore che per Matteo Alieno ha avuto un ruolo decisivo anche sul piano musicale.

Andare e tornare più volte da Londra gli ha permesso di ascoltare le canzoni con distanza, quasi da fuori.

“Quando tornavo avevo tempo per pensare alle canzoni che avevo registrato. Io stesso le ho ascoltate in un modo diverso, a volte meno coinvolto”.

Londra, però, gli ha dato anche altro: una disciplina diversa.

“Io sono un romano doc: quarto d’ora accademico fisso di ritardo, pause, chiacchiere, caffè, sigarette. Lì invece è proprio lavoro. Devi essere pronto”.

Per Matteo Alieno la musica funziona anche così: come una fotografia meno immediata, ma più precisa.

“Un giorno, se sarò vecchio, invece di sfogliare le foto potrò dire: questo è il mio viaggio a Londra, ascolta”.

PERSONE, I RADIOHEAD E LA PARTE PIÙ SCURA DEL DISCO

Tra i brani che spostano di più il suono dell’album c’è Persone, una canzone più cupa, quasi distopica, che guarda anche all’immaginario dei Radiohead.

“Loro raccontano molto bene le città opulente, il mondo asettico in cui viviamo, l’isolamento sociale. Io volevo scrivere una canzone che parlasse di quello e il mio corpo mi ha portato lì”.

È una delle tracce più angosciate del disco. Non una deviazione casuale, ma una parte necessaria di quel modo incerto di stare al mondo.

“Il disco parla di questo mondo pazzo in cui io non so stare. Spesso dico: vabbè, sti cazzi e stiamoci. Però c’è anche la parte di angoscia legata al fatto che il mondo non è un posto ospitale”.

SI PUÒ FARE, MA SENZA RETORICA SULLA RESILIENZA

Il titolo Si può fare potrebbe sembrare una frase motivazionale. Ma Matteo Alieno ci tiene a chiarire subito che non è così.

“Non mi va di sponsorizzare questa speranza, sinceramente, perché ha un po’ a che fare con la resilienza. In Italia molta classe dirigente si approfitta dei giovani che dicono si può fare”.

La canzone nasce invece da un momento molto concreto: pochi soldi, sconforto, la sensazione di non sapere come andare avanti.

“Era un momento in cui avevo toccato il fondo. Dicevo: che faccio? Mi arrendo? Ma se mi arrendo che succede?”.

La risposta, più che un invito a resistere a tutti i costi, diventa quasi il contrario.

“A volte uno si deve accorgere quando deve mollare. Non significa perdere per sempre, significa mollare quella volta lì. Io lì ho mollato scrivendo la canzone”.

NESSUNO SA STARE AL MONDO E QUELLA FRASE SUI GENITORI

In Nessuno sa stare al mondo c’è una delle frasi più spiazzanti del disco: “genitori, per favore, quella sera non fate l’amore”.

Fa ridere, ma solo per un secondo. Subito dopo arriva tutto il peso della frase.

“Quella sera è tutto il significato. Io torno indietro nel tempo e dico ai miei genitori: non mi concepite quella sera lì”.

Non è una provocazione generica sull’estinzione della razza umana. È un’immagine personale, quasi impossibile: un figlio che chiede ai genitori di fermarsi prima che tutto cominci.

“Mi emozionava immaginare i miei genitori che fanno l’amore e dire: non lo fate, non mi mettete al mondo. È una frase che fa ridere, ma è di una tristezza infinita”.

La frase nasce durante una scrittura con Fulminacci. Lui dice: “Professore, per favore, annullate la mia promozione”. Matteo Alieno risponde andando ancora più indietro.

“A quel punto siamo tornati proprio all’origine. Non concepiteci, ragazzi”.

A seguire la nostra video-intervista a Matteo Alieno

Foto in copertina di Benedetta Pionati