C’è un video di Shade pubblicato su TikTok, un messaggio per gli artisti emergenti con critica alle major discografiche, che in queste ore sta facendo il giro del web e si avvia verso le 400.000 views (giusto per iniziare parlando di numeri). E meno male.
In pochi minuti, con una lucidità rara e senza peli sulla lingua, il rapper ha spiegato agli artisti emergenti cosa succede davvero quando una canzone va virale su TikTok e le multinazionali bussano alla porta. È un’analisi spietata e reale. Dieci minuti di applausi. Ma c’è un pezzo del discorso che qui su All Music Italia sentiamo il bisogno di allargare.
Shade, un artista che ha visto tutto dall’interno
Premesso che parliamo di Shade con enorme rispetto: è uno degli artisti più intelligenti, professionali ed empatici che abbiamo incontrato in questi anni.
Vito, questo il suo vero nome, ha visto e provato sulla sua pelle tutte le fasi di questo lavoro e del successo. Dalle battle di freestyle per strada ai programmi TV come MTV Spit, dalle hit estive da milioni di stream al Festival di Sanremo, fino ai contratti importanti con le major.
Shade ha anche dimostrato un coraggio enorme quando, pur avendo in mano un contratto da tanti zeri con Sony Music, ha capito che dopo un cambio di team le cose non potevano più funzionare. Ha rinunciato a quei soldi ed è sceso dal carro ripartendo da se stesso. Una consapevolezza che di solito si raggiunge solo con l’età, a furia di sbattere la testa.
Cosa ha detto Shade: la viralità, i contratti e il telefono che smette di squillare
Nel video, rivolgendosi direttamente ai ragazzi emergenti, Shade non ha usato mezzi termini:
“Tu fai tante canzoni, ok? Per sbaglio, una canzone ti va virale ed è qui che entrano in gioco i nostri amici delle multinazionali, che dicono, ‘questo sta andando forte, prendiamolo’. Ti fanno un contratto da 20-30.000 euro, che per te sono tantissimi, per loro sono l’euro del carrello della spesa. E non te li danno in mano questi soldi. Ti dicono ‘Questi li spendiamo in marketing, questi li mettiamo lì’… Tu non saprai mai neanche se abbiano alzato veramente il telefono per spingere il tuo progetto.”
Il cuore del discorso tocca il momento più critico: il pezzo successivo alla hit virale. “Quando farai la canzone dopo quella virale e non andrà virale, perché non andrà virale, la viralità è una casualità… Le discografiche spendono anche 50-100.000 euro per far sì che le canzoni dei big vadano virali e magari non ci vanno. Quindi, se non vanno con quei soldi là, figurati senza. Non è colpa tua. Magari quella canzone lì è anche più bella di quella che aveva funzionato su TikTok. Quello che non ti dicono è che smetteranno di risponderti alle mail, al telefono. Diventerai un peso. Quando compare il nome sul display, alzano gli occhi al cielo e dicono ‘Oh, mamma mia, ancora questo, ma chi lo vuole?’ Tu l’hai voluto, cazzo. Tu l’hai firmato sto ragazzino.”
Un messaggio chiaro e lucido che vuole riportare i ragazzi con i piedi per terra in un momento storico in cui sono più quelli che la musica vogliono farla che quelli che vogliono ascoltarla. Figuriamoci pagarla.
Un messaggio che si chiude con un invito chiaro: “Tra di voi c’è gente tanto talentuosa, anche più di me, e mi dispiace vedervi soffrire, preferisco vedervi logorati perché il percorso è lungo, perché qualcuno vi passa davanti… tutti questi sono stimoli. La viralità è come la fama che vi danno i talent, se poi non c’è la ciccia sotto rischiate di farvi male.”
E quando un ragazzo gli chiede di firmarlo per evitare “quello schifo”, Shade ha risposto con un’onestà disarmante: “Non posso prendermi questa responsabilità. Non ho le competenze. Tanti miei colleghi hanno aperto etichette, magari a qualcuno è andata bene, a molti no. Non posso assumermi la responsabilità di rovinare la carriera a un ragazzo. Costruitevi la vostra realtà. Prendete il vostro amico produttore, il vostro amico videomaker. Se un domani le cose con la major vanno male, non siete col culo per terra.”
@shadevito VIDEO INFINITO E C’È MOLTO ALTRO DA AGGIUNGERE DISCORSO INFINITO #music #major #emergenti ♬ audio originale – SHADE
Il coraggio di scendere dal Titanic
Se il discorso dell’artista su viralità e discografia non fa una piega, altrettanto importanti, forse anche di più, sono le parole finali di Shade. Viralità, sacrificio, percorso.
Oggi Shade è indipendente e ha una sua realtà. È una cosa fighissima, che gli rende onore. Ma dobbiamo anche essere onesti: quell’oasi se l’è potuta costruire grazie ai contratti e alle hit nate proprio nel periodo con le major, che gli hanno permesso di mettere da parte risorse solide. Non è una critica, è un dato di fatto che vale la pena tenere a mente quando si parla di indipendenza nel settore musicale.
Su All Music Italia cerchiamo da sempre di tutelare gli emergenti, anche a costo di beccarci querele con inchieste su realtà che definire opache è un eufemismo. Lo facciamo anche con la rubrica “Dillo all’avvocato“, gratuita, scritta da un professionista del diritto d’autore: come leggere un contratto, cosa controllare, da cosa guardarsi e, al tempo stesso, fare chiarezza su edizioni, royalties e quant’altro.
Per questo c’è un pezzo del discorso di Shade che vogliamo allargare. Perché i pescecani non nuotano solo nelle multinazionali. E non tutti i pesciolini sono destinati a essere protagonisti di film d’animazione.
I pescecani delle piccole etichette
Spesso i danni più gravi li fanno le realtà piccole, quelle che fanno la pesca a strascico chiedendo cifre sproporzionate. Pochi giorni fa ho trovato nella mia mail il messaggio di un ragazzo che, pur avendo ceduto tutte le edizioni e firmato contratti con un sedicente produttore/manager, si ritrovava a dovergli pagare mille euro per ogni singola sessione in studio.
Ieri altra mail, una conversazione tra un responsabile di un’etichetta che, solo perché sono state sollevate domande sull’operato previsto dal contratto ancora da firmare, si è visto aggredire verbalmente. E questo accade ogni giorno.
Per questo forse i ragazzi sognano le major, percepiscono una maggior professionalità in molti casi. Ma anche le major sbagliano e, soprattutto, sanno essere spietate. Anche loro fanno pesca a strascico, è vero, ma almeno possono farti salire sulla prima classe del Titanic. E non c’è niente di male a sognare la prima classe: tutti quelli che hanno talento meritano di provarci. L’importante è salirci sapendo che il Titanic può affondare.
In tutto questo, c’è una cosa che fa davvero la differenza e che nessuno nomina abbastanza: il team. O anche solo una persona, perché non puoi avere un team se non generi ancora guadagni. Qualcuno che creda nel tuo progetto prima che nei numeri, che ti protegga dai pescecani grandi e piccoli, che sappia dirti no quando stai per fare una cazzata e sì quando tutti gli altri tacciono. Una figura rara come un medico di base che ti risponde al telefono. Ma quando la trovi, è quella che fa la differenza tra un percorso e un naufragio.
senza sacrificio e studio si può contare solo sulla botta di culo o i brogli
Qui però voglio aggiungere il mio punto di vista, e non sarà comodo da sentire. Oggi in Italia la musica non viene considerata un lavoro, e gli artisti sono i primi a lamentarsene. Eppure, spesso, sono quegli stessi artisti emergenti a craccare le piattaforme digitali, a non pagare un abbonamento mensile che oggi costa quanto un vecchio CD e ti dà accesso a tutta la musica del mondo. Sono spesso loro i primi a non dare valore economico alla musica, diventando artefici di questo enorme cancro.
Spesso sono loro i primi a vedere nel talent e nella viralità la scorciatoia, quando sono solo punti di passaggio che nulla possono fare se mancano studio, personalità e, soprattutto, canzoni.
E quello che manca oggi è l’istinto al sacrificio. Qualsiasi lavoro ne richiede. Si pensa sempre che i cantanti siano una casta a parte, esseri speciali. Gianluca Grignani ci diceva sempre che l’artista non ha qualcosa in più, ha qualcosa in meno: ha il bisogno disperato di comunicare, di farsi ascoltare. Il tutto mentre altri vivono bene costruendo nella “normalità”.
I privilegi di questo lavoro non arrivano senza gavetta. Andresti mai a farti operare da un chirurgo che non si è laureato? No. E allora perché pensi di poter fare l’artista senza studiare, senza fare sacrifici? A cosa punti realmente? A lasciare canzoni che facciano piangere, ridere o ballare la gente, o solo ai benefit che vedi in questo lavoro attraverso i social: tanti soldi, tanto sesso e poco impegno?
La musica è un progetto di vita. Per gli artisti veri è il più grande amore, forse dopo la mamma. È un matrimonio.
Ha ragione Shade: non bisogna sentirsi falliti se non ce la si fa, perché le variabili sono infinite e la viralità è una casualità. La discografia non è cattiva di per sé, ma sa esserlo. La musica non è cattiva, ma sa esserlo. Chapeau a Shade per quello che ha detto. Ma ricordatevi che tutti i sogni ad occhi aperti hanno un prezzo… e il sacrificio è il prezzo di tutte le cose belle di cui un giorno sarete orgogliosi.











